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“Caro Papa, ti scrivo – Un matematico ateo a confronto con il papa teologo” di Piergiorgio Odifreddi. Una lettura (molto) critica.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

caro papadi Rina Brundu. È di questi giorni la notizia che Benedetto XVI, Papa Ratzinger, sulla scia dell’esempio dato da Papa Francesco ha finalmente deciso di rispondere all’ideale sfida dialettica lanciata tempo fa dal professor Piergiorgio Odifreddi dentro il suo saggio Caro Papa, ti scrivo – Un matematico ateo a confronto con il papa teologo. Essendo noto ai meno che io ho una vera e propria ammirazione per lo spirito libero e intellettualmente pronto del nostro italico matematico impertinente (ammirazione seconda soltanto a quella che nutro per Brian Greene, Ed Witten, Richard Feynman e Leonard Susskind!), non ho saputo resistere alla tentazione di scaricare sul Kindle questo particolare lavoro. E di leggerlo.

Conclusioni a lettura ultimata? Caro professore, non si offenda, ma ho deciso di chiederLe indietro le quasi sei sterline che ho pagato per il testo. Può spedirmele con comodo, anche via Paypal va bene. Scherzo? Non troppo. Di sicuro la lettura di “Caro Papa, ti scrivo” mi ha lasciata perplessa. Con l’amaro in bocca. Una amarezza aumentata forse dal particolare periodo politico-economico che viviamo, laddove non si può accendere un televisore senza che ci raggiunga l’ondata di ritorno dei discorsi-addosso di innumerevoli “esperti” e “salottieri” di professione che vorrebbero spiegarci perché si è arrivati al presente stato di sconquasso e quali sarebbero le “soluzioni da adottare”; sovente dimenticando come proprio la loro dialettica inconcludente, obsoleta, figlia di una malata interpretazione di ciò che un tempo veniva chiamato “l’ozio letterario” sia stata causa e concausa del nefasto status-quo.

Con ciò non voglio dire che l’esercizio scritturale presentato dal professor Odifreddi nel testo in oggetto, sia alla stregua di queste discussioni ridondanti; concedo che può essere utile a uno studente universitario che decide – per maggiore acculturazione – di saperne di più in merito alla millenaria dialettica “impegnata” che ha contribuito a plasmare la nostra coscienza moderna sulle tematiche di riferimento, ma certo un simile lavoro non può soddisfare coloro che da un saggio irriverente (che è una cosa buonissima, intendiamoci!), si aspettano un moving-forward, una visione nuova delle cose, un metodo logico di approccio. Come dirla altrimenti, magari in termini editoriali? Di sicuro dopo aver letto The hidden reality: Parallel Universes and the Deep Laws of the Cosmos di Brian Greene non mi è mai passato per la mente di richiedere indietro la pecunia spesa, anzi!, non vedo l’ora che esca il prossimo testo dell’autore in questione. Brian Greene batte Piergiorgio Odifreddi 3-0 senza palla al centro, oppure sono le “possibilità” cogitative (finanche teologiche per certi versi), tutte nuove e fatte intuire dalla fisica moderna che battono il lento muovere delle logiche matematiche che pur la fanno vivere? Tenendo nella dovuta considerazione l’immutata ammirazione di cui sopra, debbo ammettere che la faccenda mi secca ma non farebbe bene a nessuno riportare in questa sede argomentazioni critiche diverse da quelle che mi sono state suggerite dalla lettura del libro.

Per chi non conoscesse Caro Papa, ti scrivo – Un matematico ateo a confronto con il Papa teologo occorre spiegare che dentro il testo il professor Odifreddi inizia il suo discorso intessendo un dialogo ideale con il giovane teologo Ratzinger; dico “giovane” perché allo scopo di confutare le tesi teologiche del futuro Benedetto XVI, l’autore decide che “il nostro scambio sarà infatti scandito da una scelta di citazioni progressive dal testo che molti considerano il suo capolavoro: L’introduzione al cristianesimo che lei pubblicò nel 1968, elaborando le lezioni di un corso estivo sulla formula del Credo”.

La prima domanda che mi sono fatta apprendendo dell’impostazione data al saggio è stata: perché? Perché uno spirito che si dichiara ateo – e che a momenti sembra fare di questo ateismo una medaglia da appuntare al petto – sente la necessità di confutare un simile testo? Un lavoro che a me persona non atea (nel senso che solo perché una cosa non la vedo non sono portata a speculare che non esista!), ma molto razionale, non racconta assolutamente nulla con tutto il rispetto per Papa Ratzinger, pontefice che ho sempre ammirato proprio per la sua capacità di investigare dentro le cose. Sarebbe infatti come aspettarsi che l’universo Y – che si muove secondo le regole fisiche a noi conosciute – e l’universo X collassato causa una forza di gravità meno debole – si parlino. Comunichino. Non potrebbe mai accadere!

Non a caso, mano a mano che la lettura procedeva, io tendevo istintivamente a “scartare” quasi tutte le parti riprese dal testo del pontefice, ma diventavo sempre più curiosa di scoprire perché il professor Odifreddi, con mia somma sorpresa, si mostrasse tanto affascinato da quei discorsi prettamente teologici e perché sentisse la necessità di azzerarli, di nullificarli. Di mostrarne la loro palese inconsistenza logica! Un qualche indizio a dire il vero me lo ha offerto lo stesso autore in un incipit che considero la parte migliore di tutto il lavoro; ovvero, quel momento catarticamente intimo in cui il matematico, l’uomo dedito alla logica, lo scienziato, si racconta e si rivela… ci confida che da bambino il suo sogno era nientepocodimenoché quello di diventare…. PAPA. Racconta che ne 1959 entrò in Seminario a Cuneo e colà vi rimase per molti anni, cioè fino a quando si rese conto che prima di poter comandare come è nelle possibilità di un Pontefice occorreva imparare ad obbedire!

Una perla questa ideale conclusione! Così come è lodevole la sua inclinazione a “disobbedire” e dunque a cercare una strada diversa, fuori dalla dottrina segnata. Temo però che le perle finiscano qui proprio a causa dell’eccessiva fascinazione che il professore mostra rispetto alle cose della teologia. L’impressione è quella di avere a che fare con uno spirito che suo malgrado era nato per credere, voleva credere e poi la percezione dei limiti umani nel trattamento della scottante tematica abbiano procurato una disillusione. Una disillusione da cui è scaturita ribellione, finanche desiderio di rivalsa e di rivincita (anche facile visto che l’arma che ha usato per combattere il “nemico” è la matematica). Non voglio, con questo mio scritto, impegnarmi in una reductio ad absurdum del cogitare del professore, ma certo è che si resta perplessi. Si resta perplessi e non si riesce a capire perché un matematico del suo calibro metta tanto impegno nel confutare argomenti quali il diavolo, i dogmi, la risurrezione, i roveti ardenti, la trinità (!!!), il sex-appeal del cattolicesimo (!!!!), la terra piatta (a proposito a me risulta che i sumeri e infinite altre popolazioni primitive sapessero che la terra non fosse piatta migliaia di anni prima dei greci!), tutti i miti e i riti d’intorno (Credo compreso) e alla maniera di Sheldon Cooper che insisteva per mettere sulla punta dell’albero di Natale l’efige di Newton (Isaac Newton è nato il 25 dicembre 1642), dedichi almeno due pagine a ricordarci che Cristo non è nato il 25 dicembre. Con tutto il rispetto ritengo che la faccenda sia vox-populi e non mi stupirebbe se Goldoni avesse inserito l’amusing factoid nelle sue mitiche “baruffe chiozzote”.

Consequentia rerum è l’incredibile numero di citazioni opinabili (per uno scienziato intendo, per un uomo dedito a coltivare un metodo logico, non certo per un teologo che fa solo il suo dovere e cerca di portare l’acqua all’improbabile mulino!) presenti in “Caro Papa, ti scrivo”; ad esempio, il professore cita Marx ed Eco, ricordando come costoro abbiano asserito, rispettivamente, che le religioni sono l’oppio e la cocaina dei popoli (purtroppo però il nostro dimentica di rimarcare che quei particolari statement miravano a focalizzare sulle conseguenze socio-politiche, finanche economiche, che un qualsiasi credo religioso, quando diventa fenomeno di massa, porta seco; insomma, il prof Odifreddi dimentica di ricordare ai suoi lettori che in quei particolari contesti l’argomento religione veniva affrontato a tutto tondo, sotto prospettive-altre, meno metafisiche e più pratiche). Procedendo nel suo discorso lapalissiano (dunque non metodologicamente logico), il professore cita Jorge Luis Borges per il quale la teologia “è un ramo della letteratura fantastica”. Dopo di ciò Piergiogio Odifreddi cita il filosofo Edmund Gettier e il paradosso da lui enunciato nel 63 (anche titolo di un suo famoso libro) “La credenza giustificata è vero conoscenza?”. Francamente ad una simile (ossimorica?) domanda si può rispondere solo con un altro passo tratto dal testo odifreddiano “la logica moderna ci ha infatti insegnato che non tutte le domande sono sensate e non tutte le domande sensate ammettono risposta. E già Aristotele aveva intuito, nella Metafisica (IV, 1006a), che è segno di cattiva educazione intellettuale non sapere a quali domande cercare di dare una risposta e a quali no”.

Infine, l’autore di “Caro Papa, ti scrivo”, manifestando palesemente, a mio avviso, quello “spirito di rivalsa intellettuale” di cui ho già detto, e allo scopo di confutare il pensiero ratzingheriano che vorrebbe “l’altra realtà” più vera di quella a noi accessibile sul piano materiale, arriva fino a scomodare Ernst von Feuchsterleben che nel 1845 definì psicosi proprio la negazione del principio di realtà… E naturalmente non si fa mancare Freud per il quale “la religione è una forma di psicosi collettiva e la psicosi è una religione individuale”. Senza perderci nel dettaglio di tutte le citazioni “opinabili” presenti nel testo, vale la pena ricordare che a un certo punto il professore si spinge fino a fare un quanto mai azzardato paragone tra matematica e cristianesimo, definendoli entrambi(e) una “religione”. Almeno questo è stato il mio intendimento. Francamente non mi riesce di capire come si possa giungere ad una simile conclusione visto che la matematica non è certamente una dottrima ma semmai è un linguaggio e quel linguaggio (intergalattico?), non cambia di una virgola – rispetto alla sua modalità logica di esecuzione – se io mi sposto in Qatar. Del resto basterebbe anche solo recitare il “Credo” in ambiente talebano per capire che l’equazione è, quando non azzardata, molto pericolosa.

Concedo a Piergiorgio Odifreddi che – a dispetto della forza e dell’impegno che infonde nella Sua personalissima crociata – riconosce allo Spirito umano la necessità di una ricerca di verità-altre, “dell’essenza delle cose”,  laddove scrive che una simile ricerca è ricerca condivisa tra teologici e scienziati; cita Albert Einstein per il quale “Nella nostra epoca votata al materialismo, i soli uomini profondamente religiosi sono gli scienziati”. Stupisce però come si perda l’ideale mano tesa di Ratzinger su un piano più scientifico quando Odifreddi scrive “Lei crede (ndr lei, Ratzinger), è ben il caso di dirlo, che “tutto l’essere sia prodotto dal pensiero”. Ma questa non è affatto una conseguenza della visione pitagorica e platonica”. Non sarà una conseguenza “della visione pitagorica e platonica” ma la più moderna fisica quantistica e gli universi multidimensionali (la M-Theory predice l’esistenza di 11 dimensioni) che la fanno vivere avrebbero molto da dire in merito a questa affermazione. Sicuramente da questo punto di vista molto potrebbe insegnarci la filosofia della scienza. Alla fisica quantistica e ai più generali discorsi di Brian Greene, rimando dunque il professor Odifreddi anche quando si tratta di affrontare il discorso del “libero arbitrio” da una prospettiva più…. scientifica, appunto.

In conclusione, la mia personale speranza è che il nostro italico matematico impertinente, a cui vogliamo bene come prima e più di prima (se non altro per il suo “coraggio” nel confrontarsi e una buona dose di “follia nel metodo”, come direbbe lui riprendendo le ispirate creazione del bardo immortale), lasci stare la dialettica teologica a chi ha voglia e tempo, a chi la difende per mestiere, e torni ad occuparsi di Scienza con la S maiuscola. Magari proponendosi, alla maniera di Greene, come instancabile propugnatore e divulgatore tra le nostre sponde delle ultime teorie (non si può parlare di “scoperte” nel campo della fisica quantisticaJ), fisiche, facendole arrivare alla gente, ai ragazzi nelle scuole; perché di questo ha bisogno il nostro Paese per rinascere, giovani proiettati verso una dimensione futura e diversa, knowledgeable, non di dialettica obsoleta. E pedante, proprio come il mio scritto. Il tutto naturalnente senza mai dimenticare un altro mitico motto dell’ineguagliabile Albert Einstein: ““La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero. È la fonte dell’arte più vera e di tutta la scienza. Colui al quale questa emozione è estranea, colui che non è capace di fermarsi a meravigliare e di fermarsi rapito in ammirazione, vale quanto un morto: i suoi occhi sono chiusi”.”.

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