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Esclusiva Rosebud: il sogno italiano di Samia Yusuf Omar. Intervista a Teresa Krug di Al Jazeera.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

800px-flag_of_somalia_svg1di Rina Brundu. Quest’oggi, il Corriere della Sera, in un articolo dedicato, ha riportato la notizia della possibile morte della giovane velocista somala Samia Yusuf Omar, così come raccontata dal collega conterraneo Abdi Bile. Samia – che durante le Olimpiadi di Beijing 2008 ebbe l’onore di rappresentare la Somalia e, pur arrivando ultima, stabilì un primato personale di 32.16 secondi nei 200 metri, tra le ovazioni della folla – sarebbe morta a seguito del rovesciamento del barcone che dalla Libia avrebbe dovuto portarla fino a Lampedusa, durante un suo tentativo di raggiungere l’Italia. Le notizie su quanto avvenuto sono comunque ancora frammentarie. A questo proposito ho fatto qualche domanda a Teresa Krug, scrittrice e giornalista di Al Jazeera che nei mesi passati intervistò a lungo Samia in vista dell’uscita di un libro sulla sua vita.

D. Teresa, oggi, 19 Agosto 2012, il Corriere della Sera scrive che Samia Yusuf Omar, la velocista somala, sarebbe morta durante un tentativo di raggiungere l’Italia dalla Libia dentro un barcone. La notizia sarebbe stata data da Abdi Bile, atleta e compatriota di Samia, ma al momento non sarebbe ancora confermata. Io stessa questo pomeriggio ho visitato la sua pagina di Wikipedia ma non vi era menzione della morte. Mentre scrivo ho notato che la pagina è stata aggiornata ma non vi sono altre informazioni rilevanti: hai qualche notizia in merito al destino di questa ragazza?

R: Da quanto ho appreso, Samia Yusuf Omar sarebbe morta per annegamento in seguito ad un incidente della barca che la trasportava dalla Libia a Lampedusa, in Italia. Dalle nostre frammentate conversazioni dei mesi immediatamenti precedenti quel viaggio, ebbi ad intendere che cercava un allenatore in Italia. Riteneva che la vita per un atleta sarebbe stata migliore in Europa piuttosto che a Mogadiscio. Da ciò che ho letto sui giornali – e da quanto ha dichiarato la sorella maggiore, che si vide confermare la morte da un compagno di sventura di Samia – deduco che l’incidente sia avvenuto all’inizio di Aprile 2012. Tuttavia, io ne sono venuta a conoscenza solo un paio di settimane fa, quando Abdi Bile informò il resto del mondo. Naturalmente sono molto rattristata. Samia è stata tante volte così vicina a morire che forse ho voluto continuare a illudermi che fosse ancora viva. Ma non si è fatta sentire per mesi – e nessuno ha più saputo nulla di lei dalla scorsa primavera. La sua pagina Facebook – che usava spesso per comunicare con gli altri – non è stata aggiornata da Aprile.

D. Sono stata sul tuo blog, quello stesso dove avevi chiesto aiuto e sostegno per le sue attività, ma le pagine sono state cancellate. Perché? E, nel caso, cosa ha determinato il fallimento dei vostri progetti?

R: Mi interessai di Samia fino al punto di volerla intervistare ed incontrare, subito dopo avere letto di lei in un articolo di Yahoo. Per ben due volte fui vicina alle lacrime quando seppi del suo arrivo al traguardo diversi secondi dopo tutti gli altri atleti, cosa che le guadagnò una standing ovation nello stadio. Quando scoprii che era nata nel 1991 – l’anno del tracollo della Somalia – e che aveva sofferto le stesse difficoltà di tante sue conterranee, decisi che la sua storia doveva essere narrata in un libro. Samia avrebbe potuto raccontare gli ultimi 20 anni della Somalia in una maniera adatta al grande pubblico. Fui fortunata quando riuscii finalmente ad incontrarla. Era una persona cordiale, divertente, una simpatica rompiscatole. Ho taccuini pieni di aneddoti che raccontano di lei che fuggiva dalla scuola madrasa – o degli scherzi che faceva ai ragazzi più grandicelli.

D: Puoi dirci della prima volta che la incontrasti e delle motivazioni che ti portarono a voler “lavorare” con lei?

R: Ci incontrammo varie volte per interviste-settimanali. Per ben due volte in Somaliland, dove lasciò la famiglia per stare con me e soddisfare la mia curiosità. E poi ci incontrammo in Etiopia; dell’occasione scrissi per Al Jazeera in lingua inglese. Il progetto del libro sulla sua vita fallì – per meglio dire fu accantonato – a causa di numerosi problemi logistici. C’era naturalmente la questione della lingua, sebbene il suo inglese migliorasse costantemente, ma c’era anche il fatto che viveva in diversi luoghi: all’inizio abitava ancora a Mogadiscio – una città troppo pericolosa per uno straniero nel 2010.

Poi io mi spostai in Qatar. Lei continuò a viaggiare in Etiopia, attraverso il Sudan fino a raggiungere la Libia. Le spiegai – forse non nel migliore dei modi dato che aveva solo 20 anni – che non sarebbe stato opportuno fare quel viaggio, ma lo fece comunque. Nel caso particolare scomparì per diversi mesi prima di ricomparire nel Nord Arfrica miracolosamente viva.  Molti suoi compagni invece morirono o furono fatti prigionieri, quando non rapiti, lungo la strada.

Dopo il suo arrivò in Libia parlammo di rado. La sostenni per quanto mi fu possibile, ma lei non si faceva sentire spesso. Nell’ultimo messaggio che mi mandò diceva che era stata in prigione, che era stata molto male ma che adesso si sentiva meglio. Questo accadde all’inizio del 2012. Quando provai a risponderle scomparve una volta ancora.

Del resto il libro non era mai stato il SUO obiettivo. Lei voleva semplicemente trovare un allenatore e partecipare alle Olimpiadi del 2012. E così io lasciai cadere del tutto il progetto. L’avrei portato avanti in futuro se lei avesse mostrato un qualche interesse, ma non me la sentivo di costringerla.

D: Se le voci sulla sua scomparsa rispondessero al vero, quale é il miglior ricordo di lei che vorresti condividere con gli altri? Come credi che le sarebbe piaciuto essere ricordata? Quale ritieni sarebbe stato il suo ultimo messaggio per noi tutti e per le donne del suo Paese in particolare?

R: Credo che il più bel ricordo che ho di Samia sia di quando le feci visita in Etiopia nell’Aprile del 2011, un tempo nel quale lei era chiaramente più rilassata e più ottimista sul futuro. Mi fece bene sapere che viveva in un luogo meno pericoloso. Ma un aneddoto più curioso che la riguarda è senz’altro quello di quando si lanciò nella notte dietro un ragazzino che le aveva appena rubato il telefonino. La cosa avvenne così in fretta che io mi ritrovai improvvisamente sola vicino alla strada principale di Hargeisa, Somaliland. All’inizio ero terrorizzata dall’idea di non ritrovarla, ma dopo un po’ lei si arrese e venne a cercarmi. Prima l’abbracciai forte come avrebbe fatto una sorella troppo protettiva, poi risi dell’incauto che aveva scelto la persona sbagliata da derubare. Non solo era la donna più veloce della Somalia, ma aveva anche il necessario spirito battagliero per mettergli dietro.

Non so come avrebbe voluto essere ricordata. So che aveva sempre desiderato una vita migliore per la famiglia. E per le atlete somale.

Forse le sarebbe piaciuto essere ricordata come tutti noi vorremmo essere ricordati: ovvero, come qualcuno che ha fatto una differenza e ha reso la vita altrui in qualche modo migliore.

Nota redazionale: un grande grazie a Teresa per la sua gentilezza e per la sua disponibilità. La speranza è che possa riprendere presto in mano il suo progetto editoriale sulla vita di Samia, e darci quindi modo di conoscere ancora meglio questa piccola grande donna somala evidentemente straordinaria.

Clicca qui per leggere la versione originale di questa intervista.

Featured image, bandiera della Somalia.

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