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Giornalismo online: dall’Unità che chiama Boldrini, D’Alema, Veltroni, Camusso a perorare la causa della chiusura all’abbandono di Ferruccio de Bortoli.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

unitàdi Rina Brundu. Fa tristezza vedere l’Unità, il giornale creato da Antonio Gramsci nel 1924, chiudere i battenti. Volevo scrivere un pezzo per dire la mia, dire perché il giornale non avrebbe dovuto smettere di "essere". Avrei scritto che era un giornale serio nella grafica, solido quando si trattava di distribuire contenuti validi, un giornale “impegnato” quando l’impegno sartriano non è modalità radicalchic ma passione; passione per la politica, per una data visione delle cose del mondo, per la cultura. Eh già perché l’Unità era rimasto uno dei pochi "luoghi" informazionali che riusciva a fare “cultura” con quel tocco “ispirato” degno della miglior “Repubblica” diretta da Eugenio Scalfari, tanti anni fa.

E avrei voluto scrivere molto altro ancora. Poi sono andata sul sito del giornale, dove ancora campeggia una immagine e un titolo che legge “L’Unità è viva”, catenaccio “ECCO PERCHE’ L’UNITA DEVE VIVERE”, seguono una lunga lista di nomi di VIP politici, per lo più rottamati dal renzismo, linkati al pezzo che hannno cogitato per perorare la causa de l’Unità gramsciana: Boldrini, D’Alema, Veltroni, Camusso, Reichlin, Macaluso, Cancrini, Prospero, Emiliani, Di Consoli, Maraini, Di Paolo, De Giovanni, Sardo, Adinolfi, Ovadia, Chiavacci, Chiaberge, etc, etc.

Ma come si fa dico io? Chi è il redattore che ha avuto questa bella pensata? Un poco come chiamare il boia a salvare il condannato dato che alcuni di questi nomi sono di politici che se avessero voluto almeno in passato avrebbero fatto ben altro per il giornale. E per il Paese. Confesso che dopo avere letto la lista sono uscita dal sito, alla maniera, forse, in cui gli italiani, solo poche settimane fa, hanno deciso di regalare a Renzi il 40% del loro favore. Come si fa mi domando a pensare di andare nel XXIsimo secolo in questa maniera? Ecco, forse l’Unità è deceduta, e a questo punto non riesco a piangerne la scomparsa, proprio per non avere saputo portare il prezioso dono del suo know-how professionale, del suo modo “impegnato” e partecipe di fare giornalismo, nel futuro. Mai pensare di modellare il nuovo che viene con il passato, è faccenda anti-darwiniana che prima o poi si paga!

E a proposito di giornalismo e di giornalisti che vanno non si può non menzionare qui l’abbandono della direzione del Corriere da parte del direttore Ferruccio de Bortoli. De Bortoli è senz’altro un grande giornalista e un signore – cosa rara di questi tempi – ma a mio avviso la decisione degli azionisti (immagino siano loro che abbiano scelto di cambiare rotta) è corretta. Di sicuro il miglior passo da fare prima che anche il glorioso Corriere sia solo un ricordo. Fa una pena al cuore infatti arrivare sul sito del Corrire.it e tra i nudi più o meno integrali di questa o quella showgirl e/o cantante con le poppe al vento, le storie d’amore e di coltello tra giocatori famosi (o ex-famosi) e veline e/o conduttrici, video-cult di Youtube sezione for-dummies, i commenti indignati dei lettori per il disastroso status-quo, avere il dubbio che si sia cliccato per sbaglio sulla versione digitale del fotoromanzo Grandhotel molto in voga all’epoca dell’infanzia renziana.

Secondo Marziale “Non è da saggio, credimi, dire: “Vivrò”: è troppo tardi vivere domani: vivi oggi”. A mio avviso vale anche per il giornalismo: meglio ricominciare subito, a praticarlo.

Featured image, immagine tratta dal sito dell’Unità.

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1 Comment on Giornalismo online: dall’Unità che chiama Boldrini, D’Alema, Veltroni, Camusso a perorare la causa della chiusura all’abbandono di Ferruccio de Bortoli.

  1. La peggior cosa succede a chi non vuole rinnovarsi. Nè gli uni, nè gli altri hanno capito che il conflitto tra impresa e lavoro si è spento senza che nessuno abbia vinto. I tempi cambiano e occorre prende atto che è la persona che fa la società e non viceversa. Gramsci propugnava il consenso. Quello peggiore: il coatto. Gli stessi suoi compagni l’hanno fatto fuori. Segue un coro di prefiche come quello sull’ultimo numero dell’Unità.

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