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In Cina il Partito comunista punisce i “tycoon”

di Michele Marsonet.

Nulla classifica mondiale dei miliardari la Cina tallona ormai da vicino gli Stati Uniti. Secondo l’ultima classifica, infatti, i “tycoon” americani sono 724, quelli cinesi 626.
Una situazione impensabile ai tempi di Mao Zedong, quando la Repubblica Popolare era già un gigante demografico, ma assai povera dal punto di vista economico.
Come tutti sanno, la grande svolta avvenne ai tempi di Deng Xiaoping il quale, dopo la morte di Mao e la fine della celebre “Rivoluzione culturale”, spronò i suoi concittadini ad accumulare ricchezza mettendo in soffitta i pregiudizi ideologici marxisti.
Tuttavia il Partito (o, ancor meglio, il Partito/Stato) non ha mai rinunciato alla funzione di controllo, anche perché il potere è interamente nelle sue mani, senza residui di alcun tipo.
Da parecchio tempo si ha l’impressione – per non dire la certezza – che con la presidenza di Xi Jinping le lancette dell’orologio stiano tornando indietro.
La leadership comunista, in altri termini, è fortemente preoccupata dall’eccessiva ricchezza dei tanti plurimiliardari ora presenti nel territorio, e teme che essi la usino per condizionare il Partito o, addirittura, per imporgli strategie non gradite.
Di qui i limiti e i paletti che Pechino sta progressivamente imponendo ai “tycoon”. La strada è stata aperta con l’emarginazione di Jack Ma, fondatore e proprietario del gigante dell’e-commerce “Alibaba”, reo di aver criticato in pubblico il sistema bancario e creditizio della Repubblica Popolare.
Nonostante fosse considerato assai vicino a Xi e al suo gruppo dirigente, Jack Ma ha visto ridimensionare in breve tempo le sue aziende subendo perdite molto ingenti.
Poi è toccato, con un crescendo impressionate a molti altri super ricchi i quali, però, avendo in mente la punizione inflitta al loro collega, si sono subito adeguati alle nuove direttive del Partito.

E’ ormai chiaro che Xi Jinping punta a una sorta di redistribuzione del reddito, imponendo ai miliardari del Dragone di mettere a disposizione delle fasce svantaggiate della popolazione una parte delle loro fortune.
Molti di essi, obbedendo subito alle direttive del Partito, hanno quindi fatto confluire somme ingenti in fondi da loro stessi creati in brevissimo tempo.
Tali somme sono destinate a migliorare il “welfare” nazionale, e a colmare almeno in parte il divario economico che separa le grandi metropoli, sempre più simili a quelle occidentali, dalle campagne rimaste per lo più in condizioni di grave arretratezza.
Si tratta di un progetto ambizioso sulla cui rapida realizzazione Pechino sta puntando moltissimo. Il nuovo piano quinquennale si baserà in gran parte proprio su tale progetto.
Occorre tuttavia notare due fatti. Agendo in questo modo, Xi e il suo gruppo dirigente vogliono dimostrare che la Repubblica Popolare è tuttora un Paese comunista. Caratteristica che i media occidentali contestavano da tempo.
In secondo luogo, è in atto una grande campagna mediatica per convincere i cittadini che il merito della redistribuzione del reddito è merito esclusivo del Partito.
Con questo la dirigenza intende mantenere la pace e la coesione sociale, che iniziava a incrinarsi a causa delle conseguenze della pandemia di Covid 19. Il rallentamento del Pil, infatti, comincia a pesare anche in Cina. Anche perché il virus non è affatto stato sconfitto – come Xi aveva proclamato trionfalmente – e gli ultimi “lockdown” hanno causato proteste giudicate pericolose dalla leadership.

1 Comment on In Cina il Partito comunista punisce i “tycoon”

  1. Se quello è un partito comunista, io sono il papa nero… No a tutti i capitalismi!

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