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Le lacrime di Biden

di Michele Marsonet.

Non bastava il disastro dell’Afghanistan. Ora ci è pure toccato vedere un presidente americano piangere mentre parla alla nazione.
Non è certo la prima volta che gli Stati Uniti affrontano crisi drammatiche. Basti pensare al tragico ritiro da Saigon con i vietnamiti appesi agli elicotteri Usa nel tentativo di fuggire e salvarsi dalla vendetta dei Vietcong.
Oppure alla strage di 241 soldati Usa all’aeroporto di Beirut che condusse, anch’essa, al ritiro delle truppe americane dal Libano.
O, ancora, al fallimento del tentativo di liberare con un blitz fallito gli ostaggi americani imprigionati nell’ambasciata statunitense di Teheran.
Non risulta, però, che Jimmy Carter, Ronald Reagan e Richard Nixon, in carica alla Casa Bianca durante quei tragici eventi, avessero pianto in pubblico.
Joe Biden, invece, non ha saputo trattenere l’emozione e lo ha fatto, stabilendo così un record che di certo non gli gioverà nel prosieguo del suo mandato, iniziato solo da pochi mesi.
Intendiamoci. Dal punto di vista umano il comportamento del presidente merita rispetto perché denota sensibilità e partecipazione al lutto che ha colpito l’intera nazione.
Tuttavia non stiamo parlando di un uomo qualunque. Si tratta piuttosto – come usano dire gli americani – del “Commander in Chief” – o, come si direbbe in Italia, del Capo dello Stato.
Eletto appunto per guidare il Paese tanto nelle circostanze favorevoli quanto in quelle avverse. E la tradizione vuole che il presidente Usa non pianga in pubblico, poiché ciò denota debolezza e mancanza di autocontrollo.
Torna quindi alla ribalta un timore che molti avevano espresso quando Biden fu eletto. Troppo anziano (78 anni), si diceva, per reggere il peso della carica più stressante che esista.
I fatti sembrano confermare che è proprio così. Anche perché, spesso, i suoi discorsi pubblici risultano confusi, intervallati da pause incomprensibili e poco ricettivi alle domande dei giornalisti presenti.

Il fatto è che Biden si rende conto che la responsabilità del caotico ritiro afghano ricade interamente sulle sue spalle. Forse è stato consigliato male. Ma, dopo tutto, un presidente si giudica anche dalla capacità di circondarsi di consiglieri abili e fidati.
Inutile quindi riversare le colpe sugli accordi di Doha con i talebani sottoscritti da Donald Trump. Il “tycoon” non è più alla Casa Bianca ed è impossibile, quindi, immaginare come si sarebbe comportato in circostanze analoghe.
Il presidente attuale è proprio Biden, ed è sulle sue spalle che ricade la responsabilità di un ritiro condotto in modo disastroso. Tra l’altro non ancora terminato, e i miliziani jihadisti, purtroppo, potrebbero riservare altre sorprese dolorose.
Qualcuno negli Usa sta già parlando di “impeachment”, come accadeva ai tempi di Trump. Ipotesi fantasiosa perché tale atto non è riferibile alla politica estera.
E’ comunque significativo che venga evocato, a distanza così breve dall’entrata di Biden alla Casa Bianca. Significativo perché ciò dimostra la grande instabilità dello scenario politico Usa in questa fase storica, e l’instabilità americana è per ovvi motivi destinata a riverberarsi sul mondo intero.
Non c’è un’Unione Europea pronta a sostituire gli Usa nella leadership e, in fondo, la crisi americana ha colto di sorpresa anche Russia e Cina, loro pure esposte ai colpi del fondamentalismo islamico, se non altro per ragioni di vicinanza geografica.
Impossibile per ora fare previsioni, ma una cosa è certa. Le lacrime di Biden, pur con tutta la comprensione umana possibile, aggravano i problemi rendendo più difficile la loro soluzione.

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