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La guerra per Monte Nou: le epidemie di inizio XIX secolo

L’inizio del XIX secolo non fu un periodo complicato solo per le truppe napoleoniche sconfitte a Waterloo nel giugno del 1815 dal Duca di Wellington, ma fu un altro tempo molto duro anche per la modesta comunità di Villanova Strisaili nel cuore dell’Ogliastra barbaricina. Con il deperire del quadro demografico, diventano sempre meno precisi anche i dati che i curati di campagna inseriscono nei registri parrocchiali, le cui pagine in molti casi risultano incomplete, incorrette, esageratamente pasticciate come alcune tra quelle compilate dal curato villanovese Vincenzo Mighela. In generale, però, tali scritture restano l’unica fonte, oltremodo preziosa, per gettare luce su quanto stava accadendo in quegli angoli remoti di mondo. Secondo Francesco Corridore, nel quarto di secolo che va dal 1790 al 1815 in Sardegna si è avuta una sola pestilenza, nel 1806, e diverse carestie, nel 1795, 1802, 1805, 1811-12, mentre un’altra carestia si avrà nel 1816[1]. Una volta di più, questi dati non sembrano essere confermati da quanto sta accadendo a Villanova, laddove il numero di decessi, anche per “malattia”, risulta eccessivo sin dal 1790 e almeno fino al 1813. A corroborare questo stato dei fatti interviene, nel 1816, un documento circolato dal vicario capitolare della Diocesi di Cagliari, firmato dal Segretario Scano e dettato all’attenzione di “voi Reverendi Rettori, Vicari, Curati più Antichi dei villaggi[2]”. Da tale documentazione, tesa a preservare “ancor fermi gli ordini concernenti l’inibizione di tumularsi i cadaveri nelle rispettive Parrocchie e Chiese frequentate dal Popolo, come si praticava per lo passato[3]” si deduce la forte preoccupazione negli ambienti governativi ed ecclesiastici per le epidemie che stanno decimando la popolazione……………………………………………

………(……..)…… I curati saranno dunque costretti a fare un altro giro del villaggio onde informare ogni parrocchiano della situazione e della necessità di obbedire agli ordini ricevuti. Peraltro, la visita alle famiglie era un loro compito quotidiano, dato che dal battesimo fino alla somministrazione dell’estrema unzione, il parroco era l’unica figura davvero presente nella vita dei paesani, mentre la maggior parte delle volte il suo solo arrivo significava notizie tristi, funeste.

Quando chiamato al capezzale di persona morente era il prete ad ascoltarne le ultime volontà, finanche a svolgere compiti notarili rispetto alle disposizioni testamentarie ricevute, le quali sovente riguardavano lasciti alla chiesa. Pantaleo Piccioni, “consorte di Maria Caloddi[1]”, morto il 16 luglio del 1801, non poté essere però tra cotanti munifici benefattori di Santa Madre Chiesa, laddove “non fece testamento per essere povero[2]”. E per gli stessi motivi di Pantaleo, non poté donare nulla Angela Selenu, dipartita da questo mondo il 6 novembre 1801, Antonio Pinneddu morto il 16 di giugno del 1802, Rosa Piledda morta il 23 gennaio 1803, Pietro Francesco Pili, alias Concudu, morto il 12 aprile 1803, la cui moglie, pure lei “povera”, lo seguirà poco tempo dopo, il 5 maggio del 1804; e ancora Basilio Piccioni, morto il 6 agosto 1803, Clementa Chiai, “povera” e “vedova”, che se ne andrà il 28 settembre 1803, seguita il 20 gennaio 1804 da Francesca Taula, quindi da Agostino Cannas che dipartirà il 26 febbraio 1804 e da parecchi altri riversanti nelle medesime condizioni di indigenza.

La povertà – che nella maggior parte dei casi era stata una costante esistenziale – accompagnava questi individui fino alla morte, alla stregua di un inestinguibile marchio sulla pelle e sulla persona.

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[1] Ibidem.

[2] Ibidem.

[1] CORRIDORE F., (cit.), pag. 84

[2] Liber Quintus Defuntorum 1790-1840 – Archivio diocesano.

[3] Ibidem.

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