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Fecondazione eterologo-omologa, matrimonio gay, divorzio breve: riflessioni e considerazioni

Sperm-eggdi Mauro Leonardi. Ho riflettuto attorno ad alcune vicende italiane di questi giorni (fecondazione eterologo-omologa, matrimonio gay, divorzio breve) e le propongo ai lettori di Rosebud. Più che delle conclusioni sono delle domande.
Innanzitutto sono convinto che la nostra società sia molto migliore di quella del passato perché accoglie e dà spazio di dialogo a differenze che prima erano non solo non ammesse ma perfino impensabili. Credo sia bene che due persone dello stesso sesso possano raccontare la loro storia in modo sereno, perché la mancanza di questa serenità è stato il presupposto di tanta violenza. Io penso che una società moderna deve essere in grado, laddove ne esistono i presupposti, di dare anche veste giuridica a un'istanza come quella di stare vicino alla persona che si ama ricoverata in ospedale.

Mi chiedo peraltro perché noi si viva in un paradosso: coloro che possono sposarsi non si sposano più, chi invece secondo le norme vigenti non lo può fare lo chiede a gran voce. E coloro che possono fare figli non li fanno, mentre chi non può, li vuole assolutamente. Sembra quasi che riusciamo a trovare il valore di esperienze umane profonde, solo quando queste esperienze sono negate.

Una società che impara a riconoscere il valore di ogni differenza è certamente migliore di una società che le nega. Credo però che riconoscere la dignità di ogni differenza non ci debba far dire che ogni differenza è equivalente. Per esempio io credo che sia importante dire che la cultura di ogni popolo ha uguale dignità, ma non penso che ogni cultura sia uguale: la cultura dell’antichità che lapidava l’adultera o il bestemmiatore è inferiore a una che rispetta la vita delle persone anche se condanna il disvalore dell’adulterio o della bestemmia.

Riconoscere la dignità della differenza cioè, non significa che tutte le differenze sono equivalenti.Per esempio, riflettere e discutere sulla distinzione tra il possibile e il lecito credo sia l’unico modo di custodire l’uomo. Oggi la tecnica amplia continuamente lo spazio del “si può” ma, se non fosse il nostro dialogo, la nostra cultura, a decidere che cosa si può o non si può fare, chi deciderebbe sarebbe la tecnica.

E per quale ragione mai dovremmo delegare alla tecnica e non alla riflessività collettiva, questa responsabilità? In fin dei conti la tecnologia è tanto umana quanto la cultura, la riflessività. Perché dobbiamo pensare che sia più umana la prima (la tecnica) rispetto alla
seconda?

Featured image, Spermatozoo nei pressi della superficie di un ovulo, speriamo ci ripensi…

5 Comments on Fecondazione eterologo-omologa, matrimonio gay, divorzio breve: riflessioni e considerazioni

  1. Mauro Leonardi // 13 April 2014 at 18:29 //

    Fin quando è possibile discutere assieme di questi argomenti le speranze che il nostro paese divenga civile rimangono intatte, e ringrazio Rosebud perché è uno spazio che facilita questo. Ne approfitto per segnalare il bell’articolo di ieri sul Corriere della Sera di Mauro Magatti – al quale mi sono ispirato – dal titolo: “”La società delle differene non equivalenti”.

  2. Non penso che Dio pensi di modificare se stesso, e tali siamo noi macchine molto complesse e non completamente coscienti della nostra personalità così folli a oscurare l’ascendenza parentale di creature che nascono dallo stesso nostro corpo. Dal potere, e dagli ordini dello stato debbono uscire i gaglioffi che si comportano come i ragazzini che truccano il motorino per andare più veloce. Un ciclomotore si può confiscare, un neonato di padre fasullo che assomiglia ad un donatore di sperma lo mandiamo al macello come si fa coi vitelli, o, incapsulati, su qualche pianeta lontano? Se dobbiamo seguire le differenze non equivalenti per cambiare il mondo, tant’è dichiarare chiusa la nostra civiltà, ma ci si dica come sarà questa nuova civiltà di ermafroditi che nasce senza alcuna spinta naturale, ma solo per volontà di spregiudicati che seguono altri spregiudicati che si gettano in fondo al pozzo.

  3. antonio // 14 April 2014 at 11:36 //

    A proposito dei matrimoni gay, anch’io penso che il problema stia nella parola “matrimonio”. Che due persone scelgano di vivere assieme (indipendentemente dai motivi per cui fanno questa scelta) e chiedano una forma giuridica che tuteli questa loro scelta io lo trovo giusto. Non trovo giusto che si chiami questa cosa “matrimonio”.
    La parola “matrimonio” oggi è usata già per etichettare forme di convivenza diverse nei presupposti, anche nel caso in cui la coppia sia formata da un uomo e da una donna. Ci sono coppie che scelgono, fin da subito, di unirsi per sempre (anche se poi magari si verificano situazioni in cui tutto questo diventa impossibile, ma questo è un altro discorso) e ce ne sono altre che scelgono di unirsi finché lo ritengono conveniente. Tra queste ultime, ci sono alcune coppie che non vogliono avere alcuna forma istituzionale che riconosca la loro unione, mentre altre invece la chiamano “matrimonio”.
    Il problema è che oggi lo stato equipara la scelta “incondizionata” a quella “condizionata”, per cui la forma giuridica che tutela chi vuol fare una scelta di unione per sempre è la stessa di chi, sin dall’origine, non si sente di fare una simile promessa. Cioè esiste una stessa forma giuridica (e uno stesso nome) a fronte di una assunzione di impegni molto diversa da chi fa una scelta “per sempre” e chi invece fa una scelta che vuole poter cambiare in futuro. Per esempio è molto diverso (giuridicamente) se io vengo abbandonato dal mio coniuge che mi aveva promesso eterna fedeltà davanti a testimoni piuttosto che da una persona che, sin dal primo giorno, questa promessa non me l’aveva mai fatta.
    Qui non sto parlando di “sacramento” del matrimonio, ma di matrimonio e basta. Di una scelta, quella dell’unione per sempre di un uomo e di una donna, che ha un valore indipendentemente dal fatto che i coniugi siano cattolici o buddisti o altro e che quindi lo stato non dovrebbe tutelare allo stesso modo di altri tipi di scelte che comunque mantengono una loro validità.

  4. Lettrice // 14 April 2014 at 15:11 //

    Penso che riconoscere le differenze e allo stesso tempo avviare un dialogo su una gerarchia di valore sia essenziale. in campo religioso è lapalissiano che la via della pace è possibile solo attraverso la tolleranza. ma questa spinta ecumenica -ineludibile- non può portare all’assunto che tutte le religioni sono uguali o che non ci siano differenze qualitative tra di esse. Così come è giusto rivendicare che persone dello stesso sesso possano firmare e contrarre patti per la concicenza (con quanto ne consegue a livello di assistenza sanitaria e disposizioni testamentarie) ma che NON si possa, in queste fattispecie parlare del matrimonio. Senza dubbio è meraviglioso che nella nostra società si parli spesso di diritti della persona, però è bene ricordare che i diriutti nascono insieme ai doveri. Nella Costituzione si dice che il “potere appartiene al popolo” ma che lo esercita nei limiti stessi stabiliti dalla Cosituzione. Che c’è libertà di culto, ma nei limiti stabiliti dalla costituzione (perciò per dire, nessuno non può rivendicare il diritto di offrire un culto a satana, o di far rinascere culti chje impichino il cannibalismo: è anticostituzionale. punto). Sacrosanto il diritto di opinione, ma è incotituzionale se pretendo di restaurare e legittimare ideologie neonaziste e neofascite….Questo non vuol dire edere la libertà ma tutelarla. Difendere la pace e costruirla non è dire “sì” a tutto, ma anche qualche no. Vuol dire saper misurare le distanze. DIA-logo: vuol dire proprio capacità di muoversi tra le parole e sapendo che c’è un intervallo tra “me” e “te”. Insomma che non sto facendo un soliloquio. Che sono pronto a riconoscere spazio e tempo all’altro e alla sua verità. questo è già amare e “fare” la pace. Anche se poi in questo spazio, tra molti sì, c’è anche il momento di dirsi “no, su questa cosa non sono d’accordo per questo e questo”. essere capaci di dire e accogliere questi no con rispetto, vuol dire costruire la civiltà. La relazione anche nella divergenza.

  5. Cara Lettrice, celebriamo l’incontro tra chi, come lei, è cultrice del Diritto (non potere) con me che sono cultore della Libertà che si coniuga con la “Noluntas” (poter non volere).

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