PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Sul persistere degli errori USA in politica estera

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Vietconginterrogationdi Michele Marsonet. Rileggendo il bel libro di Harold Moore e Joseph Galloway “Eravamo giovani in Vietnam”, dedicato alla sanguinosa battaglia nella valle di Ia Drang (1965), mi viene in mente che dal secondo dopoguerra in avanti la politica estera USA è costellata da errori tragici. Errori che, per di più, continuano a essere ripetuti.

Dal libro suddetto si ricava subito l’impressione dell’assoluta inutilità dell’esercito sudvietnamita, che gli statunitensi avevano addestrato dotandolo di mezzi bellici in abbondanza. Tuttavia, quando si verificava una situazione critica, come per l’appunto nella vallata di Ia Drang, GI e marines dovevano accollarsi l’intero peso degli scontri. Fu l’esordio massiccio degli elicotteri, che non impedirono però un vero e proprio bagno di sangue: circa 500 americani morti o feriti.

I sudvietnamiti non erano in grado di fronteggiare i vietcong né, ancor meno, le truppe di Hanoi che scendevano a combattere nel sud del Paese utilizzando il celebre sentiero di Ho Chi Minh. Quello di Saigon era insomma un esercito fantoccio dotato di autonomia pari a zero. Eppure per un certo tempo le amministrazioni USA del tempo proclamarono che i loro alleati in loco sarebbero stati in grado di assumere la leadership nella conduzione della guerra.

Basta riflettere un attimo per capire che tale errore si è in seguito ripetuto altre volte, sia pure su scala minore (intendo per quanto riguarda il numero dei soldati americani coinvolti).

In Irak è stato addestrato e fornito di mezzi un esercito locale, che però si è dimostrato incapace di affrontare con successo le milizie ribelli. La situazione regge finché ci sono truppe USA (e alleate) sul campo, e si deteriora immediatamente quando inizia il ritiro.
Stesso discorso in Afghanistan. L’esercito istruito dagli occidentali può al massimo fornire supporto, ma non riesce – da solo – a reggere gli assalti dei Taliban. Sin troppo facile prevedere cosa accadrà dopo il ritiro USA e degli alleati della NATO, tra l’altro anticipato dal presidente Obama.

Interessante anche notare che i sovietici, sul suolo afghano, ebbero gli stessi problemi. Le truppe locali da loro addestrate ressero solo grazie alla presenza diretta dei russi, per poi liquefarsi dopo la ritirata dell’Armata Rossa.
Ciò significa che, soprattutto in certe parti del mondo, è pura follia illudersi che basti arruolare soldati locali ed equipaggiarli con mezzi bellici anche molto sofisticati per vincere una guerra – come ora si dice – “per procura”. Tali soldati vengono considerati da gran parte della popolazione fantocci al servizio degli stranieri, e per di più combattono senza convinzione.

Come ho già scritto in altre occasioni la democrazia non si esporta. Si possono certo esportare McDonald’s e i fast food in genere, ma questo non induce la popolazione di un Paese con storia e tradizioni diverse da quelle dell’Occidente a considerare la democrazia liberale come il migliore degli ordinamenti politici possibili. Neppure la globalizzazione, che pure è in atto, dà automaticamente questi frutti.

Nonostante l’ovvietà di simili considerazioni, gli Usa continuano a cadere nella stessa trappola e a ripetere i medesimi errori. Pagando, tra l’altro, un prezzo altissimo in termini di caduti. Mai come in questo caso è evidente la validità di un vecchio detto latino: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

Featured image, An alleged Viet Cong activist, captured during an attack on an American outpost near the Cambodian border, is interrogated.