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Grazia Deledda per Giacinto Satta: un amore giovanile?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Graziadeledda1di Massimo Pittau. Mi sento in obbligo di premettere che ho chiesto agli organizzatori dell’odierno convegno sullo scrittore-pittore Giacinto Satta, oroseino di nascita ma nuorese di adozione, il permesso di fare un mio breve intervento, per il motivo che sono convinto di presentare una certa notizia circa i rapporti intercorsi fra Grazia Deledda e Giacinto Satta, la quale quasi sicuramente risulterà del tutto nuova ai presenti e probabilmente anche a coloro che leggeranno gli eventuali Atti del convegno stesso.
Noi sappiamo che tra la nascita di Giacinto Satta, nel 1851, e quella di Grazia Deledda, nel 1871, c’era la differenza di vent’anni; e tuttavia, dato che vivevano in un paesino come Nùoro che in quei decenni aveva poco più di 4.000 abitanti, di certo i due personaggi si conoscevano a vicenda.
Però non sarà stata una semplice conoscenza quella intercorsa fra Grazia Deledda e Giacinto Satta, bensì io ritengo che si trattasse di un rapporto molto più stretto, perlomeno da parte della scrittrice rispetto allo scrittore-pittore. Intanto risulta che Giacinto Satta illustrò con quattro acquarelli il racconto Ballora di Grazia Deledda, pubblicato nel vol. XI dell’Almanacco Italiano (1); e questo significa chiaramente che i due personaggi nutrivano l’uno per l’altro almeno un discreto concetto di carattere culturale.
Ma è molto più illuminante fare riferimento ad un romanzo della Deledda, Canne al vento, il quale sicuramente è uno dei meglio riusciti della scrittrice nuorese e che anzi molti ritengono essere il suo capolavoro, con un giudizio che anche io dico di condividere. Ebbene questo romanzo ha, come tutti sappiamo, come argomento centrale della narrazione la storia di tre sorelle di Galtellì, Ruth, Ester e Noemi Pintor, eredi di una famiglia nobiliare in via di disfacimento economico e quasi di estinzione totale. Però è abbastanza noto che questa famiglia in realtà era la famiglia Satta-Guiso di Orosei, ossia la famiglia di Giacinto Satta appunto. Non solo, ma l’esattezza della individuazione della famiglia Pintor di Galtellì con la famiglia Satta-Guiso di Orosei è confermata da due fatti sui quali io invito gli ascoltatori a rivolgere, in un primo luogo, la loro attenzione: innanzi tutto il giovane nipote delle tre sorelle, quello che senza sua responsabilità effettiva, mise in ulteriore gravissima crisi, economica psicologica ed umana, le tre zie, si chiamava proprio Giacinto. In secondo luogo il cambiamento del suo cognome da Satta in Pintor sicuramente intendeva fare riferimento alla attività artistica di questo personaggio: infatti il cognome di origine spagnola Pintor, derivato dall’appellativo pintor “pittore”, esiste tuttora in Sardegna ed è proprio di alcune famiglie nobiliari di origine spagnola, ma intanto è evidente che per la scrittrire nuorese Giacinto Pintor significava propriamente e soprattutto Giacinto (il) pittore…(2).
Inoltre vorrei attirare l’attenzione degli ascoltatori su alcuni altri fatti, che mi sembrano notevoli e soprattutto significativi: nel romanzo della Deledda risulta che il santuario della Madonna del Rimedio di Orosei gioca un suo ruolo importante, dato che in questo santuario per l’appunto ebbe modo di nascere e di affermarsi il legame di amore fra il nobile don Giacinto e la bella ma poverissima ragazza Grixenda. Ebbene, noi sappiamo che Giacinto Satta aveva ambientato proprio nel santuario della Madonna del Rimedio di Orosei un suo racconto intitolato Matrimonio alla macchia, che era stato pubblicato nel 1878 e che quasi certamente Grazia Deledda aveva letto (3).
Ancora notevole e significativo a me pare il fatto che la Deledda già nel racconto della festa della Madonna del Rimedio di Orosei affermi che Giacinto era conteso da tutte le ragazze partecipanti alla festa; notazione che la scrittrice ha modo di ripetere altre volte nel suo romanzo. Ebbene, sono in grado di riferire, in base alla memoria storica della mia famiglia, che conosceva quella di Giacinto Satta, anche perché pure la mia abitava nel medesimo rione di Lollobéddu di Nùoro, che don Giacinto era un bell’uomo. La qual cosa del resto viene confermata da alcune fotografie che si conservano ancora di questo personaggio.
Infine mi sembra di dover segnalare e sottolineare, sempre nel romanzo Canne al vento, un altro fatto notevole ed ancora molto significativo: se si considera con attenzione, in nessun’altro dei suoi numerosi romanzi la Deledda si è impegnata a fondo, in termini espressivi e letterari, a tracciare la storia di un amore intercorso fra un uomo ed una donna, come ha fatto in Canne al vento. Ed è la storia di un amore intenso, delicato, contrastato, impossibile, sentito e vissuto soprattutto dalla ragazza, la quale non si dà pace e vede distruggere la sua persona, perché va constatando che Giacinto, sia per l’opposizione delle zie, sia per gravi difficoltà economiche sia infine per una certa debolezza di carattere, non mantiene la promessa che aveva fatto di sposarla. La scrittrice nuorese dà l’impressione ai lettori di essersi impegnata in maniera particolare nella storia di questo amore contrastato, nonostante che questo non costituisca affatto il tema centrale del suo racconto; la scrittrice insomma dimostra in maniera chiara di avere “sentito” veramente ed a fondo la storia di quell’amore fra i due giovani….
In più dico che si intravede abbastanza facilmente che la Deledda si è immedesimata nella figura di Grixenda: lo dimostra anche una nuova significativa circostanza. Premetto che non sono riuscito a trovare in nessuno dei numerosi repertori di nomi personali che posseggo, il nome femminile di Grixenda. Probabilmente la Deledda ha ricordato male il nome di Griselda, protagonista di una novella del nostro Boccaccio, tradotta in latino dal Petrarca, imitata da altri scrittori minori e giunta fino al Chaucer, che la introdusse nei suoi Racconti di Canterbury. Ma, a precindere da questo suo errore, mi sembra di intravedere che la Deledda abbia scelto il nome di Grixenda per il fatto che questo nella sua sillaba iniziale ed in quella finale ricalcava il nome di Grazia Deledda appunto. Gr– come Grazia e –da come Deledda, dunque….
Fatta questa premessa di natura filologica relativa al romanzo Canne al vento, è opportuno fare anche alcuni precisi riferimenti cronologici. Giacinto Satta morì a Bosa il 14 gennaio 1912, mentre la Deledda pubblicò il suo romanzo nel 1913, cioè appena un anno dopo la scomparsa dello scrittore-pittore oroseino. Ebbene, a me sembra di intravedere abbastanza chiaramente che la scrittrice nuorese volle fare un atto di omaggio alla memoria di Giacinto Satta ed insieme dare una prova di affetto all’amico scomparso, scrivendo un romanzo che aveva come oggetto della narrazione la famiglia di lui e decidendo di chiamare il giovane personaggio col nome di Giacinto. E qui invito i presenti ad un nuovo atto di attenzione su un fatto che avrà avuto un suo preciso significato: mentre la Deledda ha deciso di mutare il nome e la localizzazione della famiglia Satta-Guiso di Orosei in quello della famiglia Pintor di Galtellì, il nome del giovane personaggio del romanzo è rimasto proprio quello di Giacinto Satta.
Insomma, abbiamo ormai parecchi ed abbastanza chiari elementi per trarre una ovvia e congrua conseguenza da quanto ho finora detto e sottolineato: il rapporto di Grazia Deledda nei confronti di Giacinto Satta non era solamente quello di una semplice “conoscenza” e nemmeno di una semplice “amicizia”: il rapporto era molto più profondo, ed era un rapporto di autentico “amore”. La Deledda aveva provato per Giacinto Satta un autentico “amore”, la scrittrice nuorese, quando era ancora adolescente, era stata veramente “innamorata” del brillante ed estroso professore, scrittore, pittore e politico Giacinto Satta.
Ma per tutto quanto ho detto e mostrato fino ad ora, sono in grado di dare una esatta conferma con una prova documentaria di notevolissimo e pressoché indubitabile valore: si tratta di uno scritto giovanile della Deledda, che era rimasto a lungo inedito e che è stato pubblicato postumo da Antonio Scano nel 1938, cioè due anni dopo la morte della Deledda nel 1936 (4).
Si tratta di una poesiola di otto versi endecasillabi scritta dalla Deledda nel 1888, cioè quando aveva appena 17 anni. Non ha alcun valore letterario, come ha affermato e sottolineato Giuseppe Petronio, anche se questo critico ha avuto il grave torto di trarre da questa poesiola elementi per fondare il suo giudizio grandemente riduttivo del valore letterario della Deledda. Al che io ho avuto modo di obiettare che è del tutto illegittimo giudicare del valore letterario di uno scrittore basandosi sui suoi primi e giovanili tentativi di scrittura; se noi dovessimo giudicare Dante Alighieri dai suoi scritti giovanili, lo dovremmo mettere solamente nell’elenco degli scrittori di terzo o quarto piano della letteratura italiana…. (5)!
La assai scadente poesiola della Deledda adolescente è intitolata Il mio fiorellino e suona esattamente così:

Nasce e cresce in un angolo del prato,
del mestissimo prato pien di gelo,
un fiorellin gentile e delicato
da le tinte dolcissime del cielo:
fratel della viola, profumato,
sorridente sul languido suo stelo,
pover fior, giacinto ti chiamiamo,
eppure sovra ogni fior, giacinto, io t’amo!

 Ovviamente non è il caso nemmeno di tentare una analisi estetica di questo componimento del tutto privo, come risulta essere, di valori letterari; è però opportuno fare alcuni rilievi, dirò così, lontanamente filologici. Quasi di certo la Deledda diciassettenne conosceva il fiore di cui tesseva gli elogi solamente per sentito dire, mentre non l’aveva ancora mai visto di persona: se lo avesse visto infatti non avrebbe mai detto che il giacinto ha “le tinte dolcissime del cielo” ed inoltre che è “fratel della viola”. Ed allora possiamo essere veramente sicuri del fatto che la Deledda adolescente parlava non propriamente del fiore giacinto, che essa non conosceva affatto, bensì parlava di un Giacinto reale in carne ed ossa, che conosceva ed amava… Giacinto Satta…. (6).
Come si vede chiaramente, siamo di fronte ad una autentica dichiarazione di amore fatta dalla adolescente Grazia Deledda al giovane, bello, colto e brillante Giacinto Satta. C’erano, sì, fra la ragazza e lo scrittore-pittore vent’anni di differenza, ma, come tutti sappiamo, le adolescenti innamorate non danno mai peso alla differenza degli anni…
Per concludere ritorno alle su accennate considerazioni di carattere cronologico. Negli anni della adolescenza dunque Grazia Deledda era stata innamorata di Giacinto Satta. Quasi certamente Giacinto Satta non aveva mai avuto notizia né sentore della infatuazione che la adolescente Deledda aveva avuto per lui, dato che – come ho già detto – la poesiola Il mio fiorellino rimase inedita a lungo e fu pubblicata molto dopo la morte dello scrittore-pittore. Costui morì – come abbiamo visto – nel gennaio del 1912, mentre il romanzo Canne al vento, che lo vedeva come uno degli attori principali dell’opera fu pubblicato nel 1913, quando la Deledda viveva ormai a Roma. Orbene, la stretta contiguità fra la morte dello scrittore-pittore e la sua riesumazione che ne fece la Deledda nel suo romanzo dimostra in maniera chiara – a mio avviso – che la Deledda, anche se felicemente sposata con Palmiro Madesani, ricordava un suo lontano amore giovanile….
Alla tesi che oggi vado esponendo di un innamoramento giovanile di Grazia Deledda per Giacinto Satta, qualcuno potrebbe opporre il fatto che nell’altro suo romanzo, quello autobiografico intitolato Cosima, la Deledda non fa alcun accenno a questo fatto. Ma io risponderei in primo luogo segnalando che la Deledda in quella sua autobiografia molte volte mostra di essere stata realmente sincera e veritiera nel suo racconto, ma qualche volta no. In secondo luogo direi che, avendo la scrittrice in quel suo libro parlato almeno di altri quattro suoi innamoramenti giovanili, probabilmente ha preferito sorvolare sul quinto, il quale del resto forse risultava il più anomalo, dato che era rivolto ad un uomo che – come abbiamo visto su – era più anziano di lei di ben venti anni.
Intendo chiudere con un mio lontano ricordo personale: in una conferenza che lo scrittore e critico letterario ed artistico Ettore Cozzani tenne a Firenze, alla fine del 1948 o all’inizio del 1949, su Leonardo da Vinci, il conferenziere finì il suo discorso con un riferimento al quesito che era stato in precedenza da altri proposto circa il rapporto che sarà esistito fra Leonardo e la donna da lui ritratta nella Gioconda: “Il grande pittore avrà anche amato quella donna?” Ed Ettore Cozzani, concludeva il suo discorso in questi termini: “Come avrebbe potuto Leonardo dipingere quella donna in quel suo modo sublime, se non l’avese anche amata?!”
Attualmente, passati ormai tanti anni, nonostante che in quella occasione Ettore Cozzani si sia attirato il consenso unanime e l’applauso caloroso dei numerosissimi ascoltatori presenti, me compreso, io dico di nutrire parecchi dubbi sulla validità della conclusione che egli trasse intorno all’amore che Leonardo avrebbe nutrito per la donna dipinta nella Gioconda. Tutto al contrario dico di essere veramente persuaso che Grazia Deledda non sarebbe riuscita a tracciare la delicata e commossa storia dell’amore di Grixenda per Giacinto ed inoltre a scrivere col romanzo Canne al vento il suo capolavoro letterario, se non avesse, nella sua adolescenza, anche realmente amato il bello, colto e brillante Giacinto Satta (7).


1 – Cfr. M. Carta, Giacinto Satta. L’uomo, c. Artista, nella pubblicazione “Incontro con Giacinto Satta” predisposta dal “Centro Studi G. Guiso, Orosei”, in occasione del Convegno e Mostra organizzati ad Orosei il 29 maggio 1993. Cfr. anche G. Deledda, Canne al Vento, a cura di N. Tanda, Editore Arnoldo Mondadori Scuola, Milano, 1993, pag. XXXII.

2 – Sono debitore di questa notazione relativa al cognome Pintor, alla dott.a Marta Rauret Domenech, catalana, già mia collaboratrice nell’Università di Sassari per alcuni anni.

3 – Il racconto era stato pubblicato nella “Rivista Economica della Sardegna”, numero di luglio-agosto, pagg. 85-104.

4 – Grazia Deledda, Versi e prose giovanili, a cura di Antonio Scano Milano, 1938, nuova edizione riveduta dalla figlia Carmen, Milano, 1972, Edizioni Virgilio, pag. 35.

5 – M. Pittau, La questione della lingua in Grazia Deledda, negli Atti del “Convegno Nazionale di Studi Deleddiani”, Nuoro, 22/24 settembre 1972 (Cagliari, 1974) e dopo anche in M. Pittau, Problemi di lingua sarda, Sassari, 1975, cap. IV.

6 – L’esistenza di un nome personale Giacinto in una famiglia sarda riuscirebbe del tutto inspiegabile, se non si sapesse che in proposito è intervenuto un grave fraintendimento linguistico: il nome sardo Zossantu, che propriamente significa “Giovanni Santo”, è stato erroneamente interpretato e tradotto Giacinto! Cfr. M. Carta, art. cit. La famiglia.

7 – Non sono riuscito a conoscere e vedere altra bibliografia su Giacinto Satta, oltre quella ricordata da Michele Carta nel suo citato saggio; e precisamente: L. Falchi, I due ultimi romanzi sassaresi, nella rivista “Mediterranea”, VII, 1933, num. 1, pagg. 22-24; intero fascicolo dedicato a Giacinto Satta della rivista cagliaritana “Il Convegno”, VI, 1953, num. 1.
Un accenno a G. Satta si trova in una lettera da Sassari, del 17/12/1907, di Attilio Deffenu, Epistolario, a cura di M. Ciusa Romagna, Cagliari, 1972.


Featured image Maria Grazia Cosima Deledda.

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13 Comments on Grazia Deledda per Giacinto Satta: un amore giovanile?

  1. A me risulta che Grazia Deledda sia nata nel 1876 e quindi sarebbero intercorsi ben 25 anni di differenza tra lei e Satta. Potrebbe dunque esserle padre. Satta si è recato a Roma, dove si stabilì, dopo aver condotto i suoi studi a Nuoro e Sassari. Questo significa che sicuramente si trovava a Roma, quando la Deledda nacque, come avrebbe potuto innamorarsi di lui, in fasce o giovanissima? Quando la poetessa scrisse quella poesia dedicata al fiorellino giacinto, possiamo pensare avesse 15 anni? Allora il Satta ne avrebbe avuto 40,e tutto poteva sembrare, meno che un esile fiorellino!!
    Mi risulta invece che, dopo aver terminato gli studi elementari, la famiglia della scrittrice le prese un istruttore, per guidarla nello studio del francese e dell’italiano. Pare infatti che ai suoi esordi letterari, la sua scrittura fosse infarcita di espressioni dialettali. In ogni caso, sposò, nel 1900, Palmiro Madesani, funzionario ministeriale, e con lui si trasferì a Roma dove vi rimase fino alla morte. Dunque, molto più probabile che Deledda abbia incontrato Satta a Roma, e che tra loro ci sia stata una collaborazione artistica..si sa, a quei tempi, i salotti letterari e artistici fiorivano e gli incontri tra certi personaggi erano quasi obbligatori.
    Mi è piaciuta tutta questa ricerca, scandagliando indiscretamente nel privato, ma sono persuasa che una storia d’amore tra i due sia assolutamente da scartare! Lei troppo piccola, e a 24 anni era già sposa di un altro!

  2. Dubito che se fosse stata una vera storia d’amore si preoccuperebbe degli anni di differenza…. au contraire, au contraire!

  3. errata corrige, si la data di nascita della Deledda è il 1871 e non 17876, ho sbagliato a leggere, ma resta valido il discorso che ho fatto, relativo agli spostamenti del Satta, che quindi non poteva essere a Nuoro quando l’adolescente Grazia scrisse quella poesia, e magari se ne innamorò!

  4. daniela manca // 12 December 2012 at 09:49 //

    17876, ESAGERATA! 😉

    • Cavoli, ero stanca! Mi è sfuggito un sette tra l’uno e l’otto….se quella fosse la data, Deledda sarebbe ancora mel pensiero di Dio! e non saremmo qui a parlare di lei!
      e ti ho fatto ridere, ne sono felice, in un mondo che non diverte affatto…qualche sorriso non fa mai male!

  5. francu pilloni // 12 December 2012 at 14:03 //

    Quella poesia è solamente un’ottava. Anche se scritta in italiano, Il “messaggio”, in questo tipico componimento popolare, sta tutto negli ultimi due versi che, ahimè!, sono pure fuori ritmo.
    La descrizione, nel colore del cielo e nello stelo delicato, pare porti al fiordaliso, che avrebbe potuto rimare con paradiso/sorriso/reciso… visto che si tratta fiore.
    Mi sembra uno scoop da seconda serata, di quelli di cui si parla convinti che se c’è qualcuno che ascolta, forse è già stanco e sta pensando ad altro.
    Una scrittrice prende situazioni dal reale o dai racconti, sceglie i nomi dei personaggi sperando che non siano banali, lo stesso con i cognomi e, qualora debbano avere odore di nobiltà, non poteva certamente chiamarlo pulixi, porcu, crobu o peigottu.

  6. Danila pubblico qui sotto la risposta che ti ha inviato il prof Pittau che ha letto il tuo commento:

    Gentile Signora Danila,

    se Lei rilegge con maggiore attenzione il mio scritto relativo al rapporto fra G. Deledda e G. Satta, probabilmente alcune Sue osservazioni ed opposizioni cadranno. Ad esempio, io ho detto in maniera esplicita che molto probabilmente Giaginto Satta non si era neppure accorto della infatuazione che la giovanissima Grazia aveva avuto per lui.

    In ogni modo, grazie per la Sua attenzione al mio scritto

    Massimo Pittau

  7. Certo gli innamoramenti giovanili verso uomini maturi, sono abbastanza comprensibili. Resta il fatto che, a parte il mio errore iniziale nell’aver letto male la data di nascita della Deledda, resta comunque il fatto che Satta stava a Roma, quando lGrazia era piccina, e non vedo come abbia potuto innamorarsi di lui, considerate distanze e luoghi diversi. A meno che lo scrittore non si recasse a Nuoro durante le vacanze estive..
    Come ho scritto, eventualmente, supponendo, elucubrando, perché qui si fanno semplici illazioni, non essendoci una dichiarazione sottoscritta dai diretti interessati, che ci fosse amore unilaterale o ricambiato tra i due, è molto più probabile che i due si siano incontrati a Roma, poiché Deledda vi si trasferì col marito, subito dopo il matrimonio.Ma ritengo che se ciò fosse possibile, lo sarebbe stato solo per ragioni culturali.
    Mi scuso con il Prof. PIttau se ho contrastato la sua ricerca…ma ritengo che costruire storie su persone che non possono più confermare, controbattere o esporre le proprie ragioni, inquini la Storia stessa, come certe leggende mitologiche, che confondono il vero con la fantasia. Non abbiamo nulla di concreto in mano, quindi se nulla c’è, nulla esiste. E se fosse esistito un innamoramento, se la scrittrice o il Satta l’hanno voluto tenere così ben segreto, per quale ragione dobbiamo ficcarci il naso noi, a scoppio ritardato?

  8. Inserisco l’ultimo commento del prof. Pittau

    Alla Signora Danila

    i numerosissimi commentatori che si sono dati da fare per sapere esattamente chi fossero le donne Beatrice amata da Dante e Laura amata dal Petrarca hanno di certo fatto opera di esegesi filologica e nient’affatto azione di gossip. E pure io ho fatto esegesi e nient’affatto gossip quando, relativamente al capolavoro di Grazia Deledda “Canne al vento” ho precisato che la famiglia delle tre dame di Galtellì in realtà si chiamava Satta e non Pintor e che uno dei suoi membri Giacinto Pintor in realtà era Giacinto Satta, pittore di Orosei. E di questo personaggio reale molto probabilmente si era innamorata la adolescente Grazia Deledda, come induce ad intendere l’ultimo verso di un suo mediocrissimo componimento poetico: «povero fiorellin, giacinto, io ti amo!»

    E poi, quando muove critiche a una persona che la pensa diversamente da Lei, comunichi la Sua firma completa.

    Massimo Pittau

  9. Una breve nota. Ho appena postato il commento del prof. Pittau però vorrei aggiungere un commento di mio. In realtà volevo commentare prima poi purtroppo il tempo mancante non me lo ha permesso. Una cosa che voglio ricordare a tutti è che Rosebud è soprattutto un BLOG autorale e così deve restare. Il che significa che la maggior parte degli autori sono persone pubblicate che hanno anche una notevole esperienza e capacità rispetto a ciò su cui dirimono. Concordo con il professore, per esempio, che qui non si fa gossip…. E che le analisi esegetiche su questo o quel “momento” artistico o personale dei classici debbono essere viste sotto quella prospettiva, fermo restando il bagaglio analitico di ciascuno.

    Detto questo voglio pure dire al prof che quando si posta online (e posso dirlo da persona che in Rete ha fatto innumerevoli battaglie per ottenere il rispetto, in siti e con personaggi che non ho difficoltà a definire deficenti nonché manchevoli di qualsiasi substrato formativo ed educational, finanche minimo), un rischio vi è sempre e bisogna accollarcelo. Non si può sempre ottenere un plauso. Non sarebbe comunque vero.

    Detto questo dico pure che Danila su questo sito non ha bisogno di firmarsi con nome e cognome perché sappiamo bene chi è e la persona splendida che è.

    Un abbraccio ad entrambi e muoviamo avanti.

  10. Ho riletto quanto ho commentato, mi chiamo Danila Oppio, e ho collaborato con Rosebud anche con articoli miei. Non credo di aver usato modi manchevoli nei confronti del Professor Pittau, che conosco di fama. Ho solo opposto i miei ragionamenti, che non pretendo essere sacrosanti. Io so, leggendo la biografia della Deledda, che si è sposata e trasferita subito a Roma, e che Satta invece si trasferì molto prima di lei, avendo appunto 20 anni in più, al termine dei suoi studi effettuati a Nuoro e quindi a Sassari.
    Quel “povero fiorellin, Giacinto, io ti amo” potrebbe essere un indizio dell’amore di Grazia per Satta, ma non vedo perché avrebbe dovuto chiamarlo “povero fiorellin”. In prima analisi, perché non credo che Satta meriti l’appellativo di “Povero” e “fiorellin”…caspita, un po’ avanti negli anni, per essere definito tale. Se Deledda era adolescente, mettiamo quindicenne, Satta aveva già 35 anni! Ed in quell’età, Satta era già residente a Roma. Mi sono anche scusata, in precedente commento, con il Professore, per essermi permessa di considerare altrimenti la situazione amorosa o meno, dei due personaggi.

  11. Rina, ti ringrazio per avermi “difeso”! Ma non desideravo mettermi in polemica col Prof, Pittau, ci mancherebbe altro. Ho solo, come ho scritto sopra, esposto alcune mie considerazioni. Svolgevo un’attività, parecchio tempo fa, presso un’agenzia pubblicitaria internazionale, ed era abitudine, da parte del direttore, riunirci in brainstorming, una volta al mese, esponendo i nostri punti di vista riguardo gli argomenti trattati. Ovvero, ognuno poteva dire la sua, senza che gli altri ponessero obiezioni. Il risultato permetteva che l’argomento venisse sviscerato in ogni angolatura e, tirando le somme, si arrivava ad una soluzione ottimale. Ho ancora questo modo di pormi, l’esperienza mi ha fatto scuola. Ricordi? Un tempo c’erano delle storielle che terminavano pressapoco così: dite la vostra che io ho detto la mia!. Ecco, per me è stato questo, non una contrapposizione, ma una visione parallela, semmai!

  12. Perdonami Danila ma credo tu stia equivocando…

    Io non ti ho difeso… io ho detto a tutte le parti in causa come la vedevo con la stessa onestà che metto sempre nelle cose e di cui non mi sono mai pentita. E che credo tu abbia sempre visto all’opera senza sconti per nessuno: specialmente per me stessa!

    Io ho detto dunque chiaramente che bisogna capire che il blog ospita molti pezzi autorali, i quali debbono essere compresi con altri strumenti piuttosto che con l’epidermica opinione. E ho pure detto che comunque la pubblicazione online porta il feedback di una variegata molteplicità di users con background culturali differenti e dunque gli autori di questo debbono tenerne conto. L’ho imparato questo sul mio stesso lavoro.

    Per il resto non mi preoccuperei tanto. Per quanto conosco il prof Pittau assicuroti che è prima di tutto uomo che vale (come tu sei donna-che-vale), nella buona tradizione di Sardegna, e questo… nella mia visione delle cose dice tutto. Buone cose. Ciao.

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