Advertisements
PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Irlanda: la morte di Savita e i peccati capitali mai rimessi. I crimini religiosi di tipo nazista e la connivenza del Sistema.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

«Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.». Edvard Munch

di Rina Brundu. NEVER AGAIN” leggeva l’enorme striscione che sabato sera, in quel di Dublino, apriva la manifestazione di 12ooo persone (fonte GARDA), indetta per reclamare una legislazione in favore del diritto delle donne ad abortire; una legislazione necessaria da milioni di anni e resa quanto mai urgente dalla recente morte, per mancato aborto, della giovane dentista indiana Savita Halappanavar.

La rabbia era l’elemento chiave che ne ha determinato l’organizzazione. La rabbia dei familiari della vittima, la rabbia delle donne, la rabbia degli attivisti che difendono i diritti civili, la rabbia di chi osserva. La rabbia di noi irlandesi di adozione che oltre la rabbia non possiamo ignorare il bigottismo che spesso e volentieri avviluppa le dinamiche politico-religiose di questo piccolo-grande Paese, a volte davvero grande, il più delle volte sicuramente troppo piccolo. Sicuramente troppo piccolo e soffocante per tutte quelle donne che, da decenni, nel silenzio, con la complicità familiare e con la complicità di un sistema connivente ma politicamente incapace volano in Inghilterra per abortire o semplicemente per prendersi cura della loro salute di donne.

Non sono la miglior persona per discutere di magagne civili dell’Irlanda moderna. L’Irlanda che ho vissuto io negli ultimi venti anni era infatti un mondo sa sé. Era ed è l’Irlanda delle compagnie tech americane prima e finanziarie europee poi. Quelle stesse società che l’hanno colonizzata sul finire dello scorso millennio e modificata a loro immagine o somiglianza. O quasi. Perché se è vero che l’isola Smeralda di oggi è molto diversa da quella atavica, da quella che per secoli ha conosciuto solo fame ed emigrazione, vessazioni politiche e civili, é pure vero che c’è una sorta di substrato civile-umano autoctono, una sorta di  immaginaria linea di confine che, con orgoglio e testardaggine tipicamente celtiche, è rimasta refrattaria a qualsiasi mutazione e che, a mio avviso, è alla base dell’immobilità incurabile, perenne, che affligge il Paese. E i suoi figli.

Non sono la miglior persona per discutere delle magagne civili dell’Irlanda moderna. Per esempio, non sono mai riuscita a scrivere – in alcuna occasione (che pure non sono mancate in questi anni!) – di ciò che è stato lo scandalo pedofilia in questa nazione cattolica per storia, necessità e mancanza di altre opzioni valide. Non sono mai riuscita a farlo perché quando il male è così grande l’unica reazione che riesce a suscitare dentro è una sorta di angoscia munchiana, una angoscia che smarrisce e avvilisce nella sensazione di infinita impotenza che l’accompagna. Tutto ciò che sono riuscita a fare è conservare viva nella memoria – quasi a proteggerla per non dimenticare – l’immagine di quella piacevole, solitaria villetta davanti alla quale passavo mentre andavo e tornavo dal lavoro, e sulla cui porta il GARDA (la polizia irlandese), tre o quattro anni fa, aveva affisso un cartello che riportava a caratteri giganti un ordine perentorio e secco: tenere lontano i bambini!

Paragonata a simili faccende degne del peggior campo di concentramento nazista anche la questione Savita, nella sua gravità, anche la questione del diritto delle donne di decidere per loro stesse, passa in secondo piano. Occorre notare però che tutte, tutte queste situazioni dolorissime sono frutto della coercizione politica e civile prima e del bigottismo fanatico di ritorno poi. Sono figlie della mancanza di una possibilità di educazione compiuta (che purtroppo non può essere data dalla ricchezza mordi e fuggi procurata dagli investimenti stranieri attirati dalle agevolazioni fiscali), che nel suo non-esistere soffoca ogni possibilità dell’Essere di emanciparsi.

Non sono la miglior persona per discutere delle magagne civili dell’Irlanda moderna. E non sono la miglior persona per parlare di crimini religiosi perché abborro il concetto stesso di un sistema di regole condivise che possano imbrigliare la libertà del mio Spirito. Faccio una fatica enorme a capire che oggidì si sia ancora qui a discutere del diritto delle donne a decidere per il loro corpo e per loro stesse e faccio maggiore fatica a pensare che si possa anche soltanto dar voce a chi la pensa altrimenti. Faccio una fatica bestiale a realizzare che, nelle nazioni del cosiddetto primo-mondo, in questa dimensione digitalizzata, esistano ancora larghi strati di popolazione (anche scolarizzata, spesso fino a livello universitario), il cui pensiero è sentimento continua a vivere imbrigliato dalle oppressive dinamiche procurate da riti e miti arcaici, religiosi o pseudo-tali, formalizzati, formalizzanti e sacralizzati fino a diventare catene, fino a trasformare l’ideale angosciata comunità munchiana in quella dei The Dead brillantemente descritta da quel James Joyce accorto e in fuga da una comunità dublinese senza speranza.

Tuttavia, si sarebbe meno che uomini e donne degni di questo nome se almeno una volta nella vita non si imbrattasse da qualche parte un muro, anche se solo virtuale, per esprimere il nostro dissenso, per far sentire la nostra vicinanza al dolore di infinite vittime senza nome, ad un dolore sordo e muto, ad un dolore che è compagno di sempre delle vicende quotidiane di un popolo irlandese altrimenti  meraviglioso, amabile e bellissimo. Si sarebbe meno che uomini e donne degni di questo nome se non si avesse il coraggio di venire fuori e di aggiungere la nostra voce a quelle di milioni di altri spiriti liberi: SAVITA, NEVER AGAIN!

Advertisements

7 Comments on Irlanda: la morte di Savita e i peccati capitali mai rimessi. I crimini religiosi di tipo nazista e la connivenza del Sistema.

  1. Francesco Blasi // 18 November 2012 at 11:57 //

    Bello questo, come tutti gli altri post di Rosebud che mi capita di leggere.

    E grazie per la prospezione nel mondo irlandese, che pure da cattolico ritengo imbrigliato nel pattume ideologico prodotto in gran copia come scoria della dottrina cristiana.

    Del resto accade anche in Italia (nonostante una legge intesa a riconoscere un diritto preesistente e immutabile delle donne), dunque il fenomeno è intelligibile anche dal nostro versante.

  2. Grazie Francesco. Era una cosa che dovevo scrivere. Ritengo infatti che sia su queste cose che si sia chiamati a dare conto quanto si attraversa il Grande Guado. Di più non voglio dire perché pur non capendo date necessità dell’Essere altrui, sono di solito abitutata a rispettarle. Ciao.

  3. La scelta di essere madri o non esserlo, appartiene solo alle donne, e su questo non si discute. Ma la vita è la Vita, e va rispettata in tutte le sue forme, anche in quelle di un piccolo fagiolino embrionale, o di un feto. Quindi, a mio avviso, sarebbe meglio evitare le gravidanze, se indesiderate, semplicemente facendo prevenzione, usando contraccettivi che la Chiesa, purtroppo, non accetta. Ma una volta “partito” il seme della vita, ovvero quel germe che diverrà uomo o donna, inutile nascondercelo.(..così come il seme della pigna origina un albero imponente, maestoso, occorre lasciarlo crescere e germogliare, e farlo nascere), poiché si tratta di vita! Il contadino, quando semina, desidera che tutti i semini che ha versato nel grembo della terra crescano rigogliosi. e diano frutti, E noi vorremmo impedire che un bimbo – sano – veda la luce? Anche se in fase embrionale? Dopo pochi mesi sarà una tenerissima creatura da tenere tra le braccia..se mia madre avesse deciso di abortire, mentre mi attendeva – tanto ero solo un grumo di cellule – non sarei oggi qui a scrivere di questo. Ma trovo giusto il controllo delle nascite in quel contesto di sovraffollamento, così come evitare una gravidanza se fosse di pericolo alla madre e alla creatura. Ma evitare non significa abortire..significa non procreare! Prendere misure per non restare incinte. E anche laddove esiste uno stato di povertà tale, per cui i nascituri sono destinate a morte precoce..meglio non concepire.
    Io mi sento profondamente cristiana, ma non bigotta…ho un grandissimo rispetto per la vita, quella degli esseri umani e quella del mondo animale e vegetale…ma credo che usare l’intelletto per fare discernimento sia necessario.
    Allora, tornando a bomba, non è un diritto quello di abortire, poiché per salvare la mia vita, io madre, uccido mio figlio. Capisco che l’istinto di sopravvivenza mi suggerirebbe un aborto terapeutico, ma mi ostino a tenere una benda sulla coscienza, rifiutando di pensare che quell’esserino che porto nel grembo è un futuro essere umano, pari a me! E forse con più diritti dei miei. Ribadisco..non ci troveremmo davanti ad una scelta tanto terribile, se evitassimo gravidanze di cui non vogliamo o non possiamo farci carico,
    Ma non è un diritto, uccidere un essere indifeso..come non è un diritto sputare bombe sui civili tra cui bambini, donne ed anziani. E’ come voler avere il diritto di applicare la pena di morte su di un neonato.
    So di essere dura..ma ancora oggi, con la scienza e la medicina che ha fatto passi da gigante, si pensa che l’aborto sia un intervento simile all’asportazione di un polipo o di un’appendice. Attenzione, stiamo uccidendo una essere umano, anche se ancora in fase embrionale.

  4. Grazie per il tuo commento Danila ma su questi ragionamenti non ti posso seguire. Il diritto all’aborto dovrebbe essere considerato un diritto inalienabile dell’Essere umano in quanto donna. Che non è mamma prima e spirito femmineo dopo. Piuttosto il contrario. Ed è quell’essere all’incontrario che la fa diventare prima grande donna poi grande madre capace di dare la sua vita per il figlio che ha in grembo. Le religioni non dovrebbero neppure sfiorare questo argomento ma avvicinarlo con il rispetto che richiede. E nel silenzio!

  5. L’importante è che tu abbia comunque lasciato il mio commento..per rispetto dell’altrui pensiero. Non escludo a priori, in caso di assoluta necessità, un aborto terapeutico..se Savita stava rischiando la sua vita, a causa di una setticemia, io credo che i medici avrebbero dovuto lasciarle la libertà di decidere autonomamente per l’aborto, poiché è comunque la donna che paga. Ho solo voluto dire che emanare una legge che consenta indiscriminatamente l’aborto, potrebbe essere pericoloso. Come la legge sul divorzio. Giusto divorziare se la vita a due diventa un inferno, ma devono esserci motivi molto validi per concederlo, non solo perché si perde momentaneamente la testa per altra persona, allora si divorzia, oppure perché, lasciami anche scherzare, lui non mette il tappo al dentifricio e lo schizza sullo specchio del bagno!! Ovvero, fatta la legge, trovato l’inganno, poi ne approfittano anche coloro che potrebbero ripensare seriamente sia alla possibilità di abortire o no, sia al caso di divorziare o tentare di salvare il proprio matrimonio. Non si gioca con la vita, né con l’amore. Anch’io ritengo che le religioni dovrebbero avere più delicatezza davanti a casi particolari, prima di dettare norme drastiche e insindacabili. Un medico, davanti ad una donna in pericolo di vita, incinta o meno,deve cercare, se possibile, di salvare madre e figlio, ma se questo non è possibile, sta alla donna dire se vuol vivere o, come ha fatto Santa Gianna Molla, donare la sua vita perche’ sopravvivesse la figlia! Ma è stata lei a deciderlo, lei che era ginecologa e quindi cosciente della propria decisione, e non il medico che l’aveva in cura.

  6. Danila, per fermo credo e per deontologia Rosebud non taglia MAI un commento per una opinione diversa. Taglia i commenti lesivi dell’immagine e della dignità altrui, ma quelle sono altre storie. E altre battaglie civili, che nulla hanno a che fare con questa. Ciao.

  7. Francesco Blasi // 19 November 2012 at 23:01 //

    E’ un problema che presenta antinomie e nodi logici quasi inestricabili, quello dell’aborto. Meglio un approccio pratico con partenza da principi negoziabili e non quello immobilizzante e non trattabile come “la vita va tutelata sempre e comunque”. Da cui non si esce se non con una terribile emicrania.

    Per principio sono contro l’aborto, quello praticato per sport nell’irresponsabilità e in nome di malintesi diritti. Essere contro significa appunto desiderare una regolamentazione per legge. La stessa che in Italia, per esempio, ha fatto scendere di due terzi gli aborti praticati nella legalità (lungo l’arco di applicazione della legge) e drasticamente quelli clandestini; che poi dipingevano nel sangue quella macelleria in cui (vigendo il divieto di abortire) si compivano efferati omicidi di esseri umani in tutto formati e pronti a venire al mondo con speranze ben riposte di un radioso avvenire.

    Erano scenari da incubo cui nessun film dell’orrore potrebbe mai fare giustizia. Ogni città italiana ha il suo repertorio di orrore con personaggi quali “mammane” e medici-macellai prezzolati e immondi che eseguivano per lo più richieste di familiari preoccupati di ciarpame fatto passare per “onore” e “rispettabilità”, molto meno e in modo quasi residuale per dare corso alla volontà della donna in fase di esercizio dei suoi personali diritti.

    Che le leggende circolino significa che in molti sapevano. E nessuno muoveva un dito. Ipocrisia mortale e luttuosa.

    Gli antiabortisti per principio incondizionato, consapevoli o meno che siano, sono i promotori di un ritorno all’oscurantismo e alla carne umana straziata. Privata, oltre che della vita, anche del pietoso decoro di una degna sepoltura.

    Vorrei vivere in un mondo in cui l’evento dell’attesa è davvero lieto. Ma la società, con i suoi anfratti oscuri e degradati, ci pone di fronte a questioni pratiche. Di hic et nunc. Voltare nauseati la faccia è ambiguità degna al più di un “boia buono”. Giammai di essere umano cosciente della meravigliosità della vita.

Comments are closed.