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Leo Strauss, considerazioni su un pensatore politico enigmatico.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Michele Marsonet. Apprendere che Leo Strauss, il maestro dei consiglieri di Bush, è oggi diventato fonte d’ispirazione per i giovani studiosi cinesi, suscita in chi si occupa di filosofia contemporanea un mix di curiosità e perplessità. Lo rivela Edoardo Camurri nell’articolo “Leggere Leo Strauss a Pechino”, pubblicato sul supplemento “La lettura” del Corriere della Sera. Può anche sembrare una notizia di scarso rilievo, qualora si ignori il nome di Strauss e l’influenza che ha esercitato – sia pure in modo indiretto – nella politica delle ultime amministrazioni repubblicane degli Stati Uniti.

Autore non molto conosciuto in Italia, Leo Strauss (1899-1973) è noto soprattutto per essere diventato una sorta di icona del pensiero conservatore americano. Nato in Germania da famiglia ebraica, allievo di Ernst Cassirer, frequentò le lezioni di Martin Heidegger restandone profondamente segnato. Forte pure l’influenza esercitata sul suo pensiero dal filosofo del diritto Carl Schmitt, che lo appoggiò nel concorso per ottenere una borsa di studio alla Rockfeller Foundation nel 1932. Strauss cessò in seguito di avere contatti con lui dopo aver lasciato la Germania a causa dell’adesione schmittiana al nazismo.

Chiunque si avvicini alle sue opere ha l’impressione di trovarsi di fronte a un pensatore problematico, per non dire enigmatico. Siamo ben lontani dalla chiarezza, spesso noiosa, della filosofia politica analitica di stampo anglosassone. Strauss, più che offrire risposte, pone in continuazione problemi di soluzione difficile, per non dire impossibile. Né cercava il successo e la gloria accademica e non. Affermò anzi: “Io posso avere una modesta influenza intellettuale sul terreno accademico, ma non ho alcuna influenza nei campi della politica, dell’amministrazione e degli affari”. La frase risale al 1960 e, se rispecchiasse la verità, sarebbe sufficiente a togliere ogni fondamento alle interpretazioni che dipingono Strauss come padrino o nume tutelare dei neoconservatori americani. Del resto egli stesso si definiva un pensatore non interessato alle dinamiche concrete della vita politica, ma un filosofo di frontiera convinto che l’attività contemplativa è superiore alla vita pratica.

Eppure, che l’influenza prima citata ci sia stata e continui a esserci è innegabile. I discepoli di Strauss hanno occupato posizioni chiave nelle amministrazioni di Ronald Reagan e George Bush padre prima, e di George W. Bush jr. in seguito. Un’influenza, quindi, che si dipana per un quarto di secolo. I nomi degli “straussiani” sono ben noti. Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale dal 2005 al 2007, John T. Agresto, vicedirettore del “National Endowment for the Humanities”, il giudice della Corte Suprema Clarence Thomas, I. Lewis Libby, capo dello staff dell’ex vice presidente Dick Cheney. Leggendo le opere del filosofo tedesco non è facile appurare quali siano stati i motivi della sua fortuna “pratica”, anche se postuma e – all’apparenza – da lui non cercata.

Camurri esordisce scrivendo: “Visto che l’ingiustizia è la giusta punizione di chi si offre al giudizio dei suoi inferiori, allora le grandi menti farebbero meglio a non scrivere nulla… Affidarsi alla stampa è un’iniziativa catastrofica per la cultura umana”. Si entra dunque nel cuore del problema, poiché Strauss puntò innanzitutto alla rivalutazione della filosofia classica, pur consapevole che un suo recupero immediato e diretto è impossibile. Riconosceva infatti che le soluzioni concrete offerte dai classici non possono essere applicate in via diretta ai problemi posti dalle società moderne, devono invece essere recuperate le forme del pensiero filosofico e politico classico.

Strauss è conservatore nel senso di “anti-moderno”, essendo convinto che la modernità sia afflitta da aporie inguaribili. Ed è pure anti-scientifico. L’adozione del metodo galileiano in campi a esso estranei come quello della filosofia politica porta a cancellare la questione del fine dello Stato, che è poi la questione del bene, evidente nella subordinazione della legge naturale al diritto naturale. Secondo Strauss il senso della rivoluzione hobbesiana è chiaro nella sua concezione della sovranità, che Hobbes intende come fonte della moderna teoria dello Stato. Il problema della giustificazione del governo politico nasce soltanto quando si spezza il rapporto diretto, di origine classica, tra sovranità e razionalità politica naturale, in favore della creazione di un modello di razionalità politica artificiale. D’altra parte, con la rivoluzione scientifica galileiana irrompe sulla scena il dualismo, che pone fine alla comprensibilità del mondo.

Una particolare interpretazione di Platone è alla base delle idee straussiane. La moltitudine politica che promulga le leggi diventa il più grande nemico della filosofia e il più grande sofista. Proprio partendo dalla similitudine tra sofistica e città, e dalla loro separatezza dalla filosofia, il Platone di Strauss considera la sofistica assenza della filosofia o, ancor meglio, uso della filosofia per scopi non filosofici da parte di uomini che sono consapevoli della sua superiorità. Non a caso, il Platone così interpretato ritiene che la città giusta possa esistere solo a parole. E Strauss non esita ad attaccare Max Weber e la sua scienza sociale avalutativa, cavallo di Troia di relativismo e nichilismo. Né si salva lo storicismo nelle sue varie accezioni: la moderna categoria di progresso può essere vista come una forma di escatologia secolarizzata. A differenza di Kojève, Strauss afferma che “la fine della storia” è oggetto della teologia: la filosofia non si occupa né si deve occupare di attese salvifiche.

Spiega Camurri: “il sapere filosofico, essendo ricerca della verità e messa in discussione radicale delle opinioni comuni, è per sua essenza distruttivo e nessuna società è in grado di sopportarlo; la filosofia, scriveva Strauss, deve rimanere una conoscenza esoterica, il cui lato pubblico non può che essere edificante”. Di qui la convinzione che gli argomenti del pensiero liberale non servano a combattere la tirannia: essi vanno comunque sorretti da una “fondazione mitica”.

Una visione del pensiero, insomma, estremamente élitaria. I numeri non contano, e le masse sono per natura incapaci di accedere alla filosofia “vera”, quella in grado di scoprire le verità più profonde. A esse va offerta una filosofia distillata e innocua o, come si diceva prima, “edificante”. Solo delle avanguardie consapevoli possono comprendere il senso della storia e, dopo essersene impadronite, fornire al popolo strumenti non distruttivi che mantengano un ordine sociale quanto più possibile stabile. Ed è chiaro che tali avanguardie sono sì intellettuali, ma anche politiche. A loro spetta il compito di “vegliare” le masse affinché la vita sociale scorra lungo binari ordinati.

Inutile sottolineare che il Platone di Strauss è piuttosto simile a quello di Popper, anche se il primo lo esalta e il secondo ne mette in luce l’istinto anti-democratico. Ma eravamo partiti dal successo che Strauss attualmente ha presso molti giovani studiosi cinesi contigui al regime. Come spiegarlo? Confesso di non avere in mente risposte certe, ma azzardo comunque la seguente ipotesi.

Chi si reca spesso in Cina percepisce, dietro l’apparente ordine che vi regna, sussulti continui e un’insoddisfazione che coinvolge tutti gli strati sociali. Il marxismo-leninismo è ancora la filosofia di stato, ma si ha spesso l’impressione che non venga più preso sul serio. Ecco allora la rivalutazione ufficiale del confucianesimo, filosofia “pratica” che predica il rispetto per l’autorità, quindi assai adatta alle masse. Tuttavia il partito non deve accontentarsi di questo, e lo studio di Strauss può servire a formare una futura classe dirigente nella quale le avanguardie conservino il ruolo che è loro proprio. Fantascienza? Può darsi, ma non vedo spiegazioni alternative.

Featured image ritratto di Friedrich Heinrich Jacobi (Düsseldorf, 25 gennaio 1743 – Monaco di Baviera, 10 marzo 1819) di Johann Peter von Langer. Sulla teoria della conoscenza di questo filosofo tedesco era incentrata la tesi di laurea di Strauss.