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Olinto De Pretto, la genesi del mito.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Umberto Bartocci (continua dalla quinta puntata).

Chi non va contro vento

non può alzarsi in volo

Non ricordo esattamente l’anno, ma doveva essere intorno al 1985 quando per la prima volta l’amico Omero Speri di Verona mi parlò del dimenticato lavoro di Olinto De Pretto, e dell’ovvio interesse che esso poteva rivestire per la storia della fisica moderna. Dell’amico Speri, particolare figura di autentico scienziato, curioso ed attento indagatore di diversi fenomeni naturali, e del suo rimpianto ed inseparabile collaboratore nelle ricerche, Piero Zorzi, si potrebbe parlare a lungo, e non è detto che prima o poi non mi accingerò a farlo. Un fatto almeno voglio però qui ricordare, e cioè che già nel 1974 i due ricercatori citati brevettarono un loro dispositivo a proposito del cui funzionamento parlavano, in termini assolutamente anticipatori, di “fusione fredda”. La cosa poi non ebbe alcun seguito, anche per l’ostilità preconcetta dell’establishment scientifico (e non soltanto nei confronti della possibilità di questo fenomeno naturale, ma anche, e forse soprattutto, perché non si poteva accettare che un’osservazione di questo tipo provenisse da outsiders), ma se le diverse evidenze a favore di siffatte trasformazioni atomiche dovessero venire confermate ecco che il nome dei due ricercatori per passione non potrebbe essere più ignorato dai futuri testi di storia della scienza.

Da quella prima volta sollecitai varie volte i due amici – ai quali ero particolarmente legato per la simpatia nei confronti delle teorie dell’etere, e per la comune stima ed amicizia con il Marco Todeschini già ricordato nel capitolo 3 – a scrivere qualcosa di esteso sulla questione, ma più che un paio di articoli su giornali locali (Il Veronese, 1 Febbraio 1987; Il Giornale di Vicenza, 10 Ottobre 1989; Arena, 2 Febbraio 1991), destinati quindi all’effimero – ed al disinteresse di coloro che decidono quali siano gli argomenti di cui sia di moda parlare e di quali no – non fu prodotto. Non posso non esprimere a questo punto un forte personale rammarico per tante altre cose interessanti che i due amici sapevano, e mi hanno comunicato nelle diverse occasioni in cui ho avuto il piacere di incontrarli; cose che non sono state mai scritte, perché il produrre pubblicazioni scientifiche non faceva parte della loro consueta attività. Anzi, nei confronti di questa necessaria conclusione di ogni attività di ricerca mostravano una certa soggezione, forse anche perché immaginavano bene, e temevano, i tanti ostacoli che si sarebbero frapposti alla diffusione di certe informazioni e di certe idee.

Mi limitai allora personalmente a dare un cenno della notizia relativa all’esistenza dell’articolo del De Pretto in alcune pubblicazioni a carattere semi-privato, ed essa comparve poi anche in analoghi scritti degli amici Roberto Monti[1] e Stefan Marinov: i soliti articoli ‘clandestini’, a diffusione fortemente limitata[2], ma proprio per questo tanto più interessanti, e lontani dal sapore di noia e di sepolcro che accompagnano tante pubblicazioni ‘accademiche’, scritte troppo spesso soltanto per accumulare titoli con i quali reclamare successivamente qualche avanzamento di carriera (o mostrarsi ‘in regola’ nei confronti di qualche improvviso controllo, o pronti per un’eventuale ope legis, di quelle che consentono all’improvviso e senza troppa fatica progressi di carriera per meriti di anzianità o sindacali).

Frattanto il tempo passava, io ero intensamente impegnato a dare vita ad un’attività di ricerca alternativa che mi vedeva interessato principalmente ad un’indagine sui fondamenti della fisica e della matematica[3], e non potei dedicarmi quindi più di tanto alla questione che pure mi incuriosiva non poco, soprattutto in relazione ai facilmente ipotizzabili ‘contatti’ del De Pretto con Einstein (o delle idee di De Pretto con Einstein). Una svolta a questo stato di cose si ebbe nel 1990, quando il nostro gruppo di ricerca poté cominciare a giovarsi della collaborazione di un giovane ma già assai valente studioso, Marco Mamone Capria, che vinse un concorso di Ricercatore Universitario presso l’Università di Perugia, dove mi trovavo e mi trovo tuttora a svolgere la mia attività di docente di matematica (di Geometria e di Storia delle Matematiche, per la precisione).

Grazie alle nuove energie infuse nel gruppo dall’arrivo del giovane ricercatore, anche il ‘caso De Pretto’ cominciò ad essere più attentamente indagato, con l’acquisizione di nuove fonti di informazione, contatti con la fondazione Besso, etc..

Un’altra svolta fortunata fu l’incontro, avvenuto per corrispondenza, con la Dott.ssa Bianca Mirella Bonicelli, una diretta discendente di un fratello dello scienziato di Schio, la quale fu in grado di fornirci presto tutta una interessante documentazione sul suo ingiustamente misconosciuto avo.

Mi trovavo a questo punto abbastanza pronto per ‘uscire’ ufficialmente con qualche cenno sulla questione, e presentai in effetti, nell’Ottobre del 1990, durante il 76° Congresso della Società Italiana di Fisica che si svolse a Trento, una comunicazione sull’argomento, che cadde però nel più completo disinteresse. Ero, a quel punto del mio personale cammino di ricerca abbastanza maturo da non sorprendermi troppo per questa reazione, anche perché lo stesso destino conobbe una comunicazione ben più importante della mia, “Breve storia della fusione fredda”, del già citato Roberto Monti. Si trattava di un discorso senz’altro maggiormente ricco di spunti e di suggerimenti ‘pratici’ che non la storia di De Pretto, e quindi di valore non esclusivamente storico o etico, ma che toccava altri argomenti tabù che la comunità dei fisici preferisce ignorare. Del resto, per chiarire al lettore ‘profano’ il tipo di atmosfera che regna in siffatte occasioni, basterà dire che il Professore che presiedeva una sessione dei lavori della Sezione 10 (“Didattica e Storia della Fisica”), stravolse ad un certo punto totalmente il programma per far discutere prima delle altre alcune relazioni che interessavano in modo particolare lui, aprendo poi un lungo dibattito su di esse, al termine del quale concesse un generoso intervallo per ritemprare le forze dei presenti. Si accorse soltanto alla ripresa dei lavori che restava ormai poco più di un’ora per tutte le rimanenti dieci comunicazioni, e con un sorrisetto di sufficienza e di rammarico (?!) disse che gli dispiaceva molto, ma che avrebbe dovuto da quel momento in poi “usare la scure” per consentire che tutte le relazioni in programma potessero essere tenute. Denunciai l’episodio in una lettera all’allora Presidente della S.I.F., che non mi rispose, e ne parlai con alcuni altri Colleghi che erano coinvolti nelle attività della citata Sezione 10, ma non so con quali concreti risultati, dal momento che non partecipai più ad alcun convegno della S.I.F..

Stando così le cose, cominciai a pensare ad una forma di pubblicità diversa per i risultati di quelle ricerche. In effetti, l’articolo che avevo allora preparato non fu al tempo inviato per la pubblicazione a nessuna rivista specializzata, soprattutto perché Mamone Capria, che aveva ormai preso a cuore la questione, e se ne stava occupando in modo particolare, volle mettere a punto alcuni aspetti di dettaglio, e controllare nuove fonti di informazione che risultarono nei fatti abbastanza difficili da reperire. Trascorse così ulteriore tempo, ed una stesura abbastanza soddisfacente per tutti, molto cauta e ‘diplomatica’ – anche se forse un po’ troppo per i miei gusti personali, ma del resto il Mamone Capria non nutriva la mia stessa avversione nei confronti della relatività – fu pronta soltanto alla fine del 1992.

Qui comincia la parte più interessante di questa cronaca, dal momento che, ancora per caso, quando l’articolo che aveva visto una così lunga gestazione era ormai pronto, e stavamo valutando quale fosse la rivista più adatta a cui proporre una sua eventuale pubblicazione (avevamo già deciso di presentare per la prima volta il lavoro in italiano, e non soltanto per la presenza di ampie citazioni dallo scritto originale del De Pretto, ma anche perché non era del tutto estraneo almeno allo scrivente il desiderio di reagire in qualche modo al condizionamento culturale monolinguistico imposto dall’uso dell’inglese[4], così prescritto oggi a volte anche con scarse motivazioni da far sentire di vivere in una ‘colonia’), ci pervenne l’annuncio della prossima uscita di una nuova rivista, diciamola pure XXX, diretta da un gruppo di persone facenti capo all’Università di Roma, molte delle quali conoscevo personalmente, essendo nato in quella città e avendo compiuto lì i miei studi. Nella presentazione della rivista si diceva che “Il giornale è interessato a studi originali di storia della matematica e delle scienze naturali”, ed a studi “che combinano considerazioni storiche con considerazioni di tipo epistemologico e sociologico”, sicché questa presentazione parve la risposta fatale ed auspicata ai nostri interrogativi.

Messo da parte ogni ulteriore indugio, nel mese di Novembre 1992 inviai al Caporedattore, e mio conoscente da lunga data, una copia del nostro saggio su Olinto De Pretto ed Albert Einstein. In attesa di una sua risposta, e come è d’uso in siffatti frangenti, inviammo un preprint del lavoro ad alcuni amici e studiosi, ricevendo diverse attestazioni di apprezzamento che mi facevano stare tranquillo sull’esito della nostra proposta di pubblicazione alla nominata rivista, anche perché, come dicevo, l’articolo che era stato compilato non conteneva nulla che mi sembrava potesse urtare in modo particolare delle orecchie delicate. Sapevo bene che si era in tempi nei quali esprimere qualche dubbio sulla teoria della relatività, o sulla persona del suo creatore, equivaleva a poco meno che mettersi dalla parte dei responsabili dell’Olocausto, ed avevo quindi evitato ogni accenno che potesse suonare polemico, in ciò facilitato anche dal fatto che il mio coautore non condivideva la mia stessa avversione nei confronti dei fondamenti concettuali della teoria. Ahimé, nonostante gli anni che implacabili trascorrono, e la sensazione di una pretesa acquisita maturità, quanta ingenuità ancora!

Mi piace ricordare esplicitamente tra l’altro uno scambio di idee con il Prof. Pierre Speziali, curatore della pubblicazione della corrispondenza tra Einstein e Besso citata nel relativo precedente capitolo, nella cui prima lettera di risposta era detto che la lettura del nostro interessante studio gli aveva “procurato un intenso diletto”, e che si affrettava pertanto ad esprimermi la sua riconoscenza. Nel seguito della lettera, dopo aver riconosciuto che in effetti “se Besso [ne] avesse saputo qualcosa non avrebbe esitato, non fosse altro che per amor patrio, a parlarne a Einstein”, si poneva poi la questione: “Se pertanto ciò fu il caso, perché Einstein tacque?”.

Non entro qui naturalmente in dettaglio sulla questione fondamentale che la lettera dello studioso francese solleva, anche perché una possibile risposta sul perché, se avesse conosciuto l’ipotesi di De Pretto, “Einstein tacque”, si trovava già nel nostro lavoro (ed in questo libro più chiaramente espressa). Dirò soltanto, prima di proseguire con questa cronachetta, che non mi sembra troppo difficile intuire comunque diverse altre ragioni di quell’eventuale ‘silenzio’, anche se non tutte facilmente accettabili, e/o addirittura concepibili, da parte di coloro che hanno contribuito alla creazione del ‘mito Einstein'[5] (non bisogna gettare alcuna ombra sulla persona dei ‘santi’, e tanto meno sul ‘santo dei santi’).

Comunque sia, passarono diversi mesi senza che ottenessimo alcuna risposta da Roma, ed arrivata la primavera mi decisi finalmente a chiedere qualche notizia per telefono direttamente alla persona a cui avevo inviato il manoscritto. Mi fu detto che la rivista aveva leggermente fatto slittare l’uscita del suo primo numero a causa dell’insorgere di diversi problemi organizzativi, e che tutto era andato quindi un po’ più lentamente del previsto. Fu aggiunto che avrei in ogni caso potuto rivolgermi direttamente al Direttore responsabile della rivista, che pure conoscevo bene personalmente (tra l’altro, nonostante intercorressero tra noi soltanto pochi anni di differenza, ebbi ad essere per coincidenza uno dei componenti della Commissione di un suo esame quando quegli era ancora uno studente a Roma), allo scopo di avere da lui maggiori chiarimenti.

Alla fine di Maggio del 1993 scrissi quindi al Direttore pregandolo di “volermi al più presto informare della sorte” del lavoro che avevo spedito al suo Caporedattore, spiegandogli un poco perché ritenevo l’articolo importante, facendogli tanti auguri per le fortune della nuova rivista, etc.. Ricevetti una risposta invero abbastanza sollecita nel mese di Luglio, nella quale si parlava con mia grande sorpresa di “perplessità”, sua e di altri non meglio precisati “lettori”, in ordine alla pubblicazione del lavoro, vista “l’esilità della relazione molto ipotetica che dovrebbe sussistere fra l’intuizione di De Pretto e lo sviluppo della teoria einsteiniana, che i lettori non ritengono giustifichi la qualifica di ‘precursore’ data al De Pretto e l’attenzione prestata a questo caso (a parte l’indubbia curiosità che suscita l’episodio). Le tue considerazioni circa i limiti di una visione strettamente oggettivistica della scoperta scientifica sono fondate, ma si ritiene che si debba cercare di evitare il rischio opposto”. Replicai abbastanza deluso confessando il mio stupore, e che avevo “l’impressione di aver ricevuto un parere ispirato a conformismo ed a timore di toccare qualche argomento delicato (come la posizione di Einstein nel sacrario della storia della fisica moderna), che non piuttosto una serena scientifica valutazione del testo”, e richiedendo quindi esplicitamente che fossero nominati dei referees che dessero un parere ufficiale sulla questione, di modo che, così per la storia (questa storia che sto proprio adesso raccontando), le loro opinioni potessero essere acquisite e giudicate. Informo il lettore che il termine referees indica una sorta di arbitri, presumibilmente imparziali, rigorosamente anonimi, che una rivista sceglie al fine di valutare la validità o meno delle proposte di pubblicazione ricevute. Va da sé, ciascuno può immaginare a quali deviazioni e controlli si possa prestare un siffatto sistema, con il quale si pretende vengano decise in modo democratico ed obiettivo le sorti del progresso della scienza, ma diciamo che forse non c’è di meglio e lasciamo stare[6].

La mia forse un po’ troppo ruvida fermezza provocò una nuova replica, nella quale mi si invitava “a guardare con minore diffidenza pregiudiziale gli altrui giudizi”, ma si informava che si sarebbe proceduto alla consultazione di due referees come avevo preteso (un onere al quale una rivista scientifica con pretese di serietà non può comunque sottrarsi), e controreplica, nella quale ribadivo le mie posizioni, facevo un discorso appassionato sulla questione delle “censure scientifiche” di cui mi ritenevo ormai un esperto (qualcosa di simile a ciò che il lettore ha avuto modo di leggere fin qui), e concludevo proponendo di invitarmi ad una conferenza (a mie spese, naturalmente) nella quale avrei potuto esporre le mie critiche generali alla teoria della relatività o se si preferiva alle attuali mode di pensiero sui fondamenti della matematica, questione anch’essa collegata alla teoria della relatività come il lettore ha avuto modo di intravedere in qualcuno dei Capitoli precedenti. Così, e si era ormai nell’Agosto del 1993, la prima parte della schermaglia si era conclusa, il tempo passò, e fino al Dicembre del 1993 non accadde più nulla di rilevante.

Prima di procedere oltre desidero sottolineare espressamente, anche se il lettore più scaltrito se lo sarà di certo già immaginato, che non ricevetti alcun invito, né allora né mai, a tenere una conferenza a Roma – dove avevo pure esercitato la mia attività di matematico per diversi anni prima di scegliere una città apparentemente più tranquilla nella quale sopravvivere – sui fondamenti della matematica o della fisica, pure tra le tante, e non tutte di estremo interesse, che vi si organizzano. Riconosco che ho la debolezza di ritenere che, se fossi stato così nel torto, i ‘difensori ad ogni costo’ di Einstein e delle impostazioni moderne avrebbero perduto una splendida occasione per sbugiardarmi, ma andiamo pure avanti con questa storia.

Il silenzio fu rotto finalmente dall’invio dei pareri dei due “qualificati specialisti” interpellati dalla Rivista quali referees (pareri che qui allego integralmente, dal momento che essi sono come detto anonimi), che mi vennero partecipati con una qual certa costernazione, non disgiunta però da un evidentemente manifesto sollievo: “Come vedi, entrambi i rapporti […] sono negativi e, per quanto mi dispiaccia moltissimo, non posso che prenderne atto. Conosco il tuo punto di vista e immagino la tua reazione, ma, per quante critiche si possano fare alla prassi dei referees, non disponiamo di nulla di meglio per far funzionare una rivista scientifica”.

Come si vedrà, il lavoro appare in effetti interessante, ben scritto, di piacevole lettura, ma… non basta! I padri premurosi, infatti, si preoccupano sempre del benessere mentale dei loro figli, che questi non siano corrotti dalle cattive letture, e soprattutto che non cadano in pericolosi fraintendimenti quando non sono proprio attentissimi. Molto meglio formare la propria conoscenza su una visione ufficialmente responsabile, uniformemente conformista, largamente condivisa, che non correre il rischio di prendere decisioni con la propria testa navigando per gli incerti pelaghi della molteplicità.

Inviai un mio commento personale nel Gennaio del 1994, sperando che i miei interlocutori credessero “ancora che la discussione tra punti di vista contrapposti, anche se aspra, sia sempre un fatto positivo, ed uno strumento di crescita culturale”. Aggiungevo di essere comunque lieto degli apprezzamenti fatti dai referees, e che consideravo comunque quella decisione “una vera e propria operazione di censura”, ricordando che “censura significa proprio impedire la diffusione di opinioni diverse da quelle dell’ortodossia, il che comprende anche lo scoraggiare forme alternative di attività e di espressione”. Proponevo infine, ed a questo punto ammetto un po’ provocatoriamente, la pubblicazione di un mio altro articolo sulle origini della scienza moderna, per spiegare perché essa avesse caratteristiche così diverse dall’antica (si tratta delle concezioni che ho avuto modo di enunciare poi più estesamente nel già citato libro sul possibile ruolo delle ‘società segrete’ nella nascita della scienza moderna), rinnovavo l’invito a chiamarmi a fare un seminario a Roma (ancora a mie spese) sull’argomento, “a voce si discute meglio che non per lettera”, e concludevo con i miei più cordiali auguri per il nuovo anno, che personalmente speravo avrebbe portato “un po’ di rinnovamento anche nel mondo della scienza, oltre che in quello della politica”. Naturalmente, da allora da Roma non ricevetti mai più alcun cenno di risposta.

Cosa fare al punto in cui ci eravamo venuti a trovare? (ed uso il plurale in relazione alla presenza del citato coautore di un articolo che è, come già detto, ben lontano dai toni volutamente accesi che ho preferito usare senza alcuna ipocrisia in questo libro). Decisi di procedere con un nuovo tentativo presso un’altra rivista italiana specializzata in storia della scienza, e mi rivolsi allora a YYY: in questo fui veramente ingenuo, non valutando attentamente la circostanza che gli studiosi italiani del settore sono quattro gatti, e che mi stavo quindi per rivolgere praticamente sempre alle stesse persone! Questa volta la risposta arrivò infatti un po’ più sollecitamente (era l’Aprile del 1994), e vi si parla di un attento esame di alcuni “studiosi competenti per la materia”, dei quali però non viene allegato alcun parere esplicito, secondo i quali, e l’opinione è condivisa anche dalla Direzione, “l’articolo è senz’altro interessante e ricco di spunti; tuttavia la Sua [e qui il maiuscolo è ovviamente riferito alla mia persona, dal momento che la lettera di cui parlasi era indirizzata a me, e non all’articolo!] proposta interpretativa non appare sufficientemente suffragata da prove documentarie. YYY, al contrario, è solita ospitare articoli assai rigorosamente impostati sul piano storico-critico”.

Dopo tanto penare, ecco che la questione si chiudeva così definitivamente almeno per ciò che riguardava la possibilità di vedere pubblicata la storia di De Pretto su una rivista italiana. Ancora una volta il lavoro viene trovato “interessante”, ma è bene che i lettori non vengano a conoscerlo poiché mancano “prove documentarie”. Ma “prove” di cosa?, di quella che veniva discussa molto delicatamente nel lavoro in questione come niente più che un’ipotesi?, una possibile fonte di ispirazione indiretta per il grande Einstein, che non aveva certo bisogno dell’umile De Pretto per sconvolgere il mondo con le sue ‘rivoluzionarie’ teorie? Se fossero esistite le richieste prove documentarie non si sarebbe trattato più di discutere una congettura, bensì una certezza! Del resto, la gran parte dei lavori che vengono pubblicati sulle nostre riviste – come ho già detto spesso in questo libro, soltanto allo scopo di produrre titoli che riescano utili per la progressione della carriera dei loro autori – sono interessanti e ricchi di spunti, sicché… E i lavori degli storici in particolare non sfuggono al giudizio che ne dà Geminello Alvi[7], “Ma del resto io domando: esistono storici di questo secolo, o almeno della Grande Guerra, della Grande Crisi? Quelli che ho letto mancano di fuoco, al più onesti compilatori; archivisti”.

Onestà vuole che ammetta che mi sono anch’io giovato in passato per la mia propria carriera della consuetudine che si accetti la pubblicazione di materiale anche poco interessante, purché perfettamente ‘nelle regole’, e che tuttora vedo immediatamente accettate senza alcuna difficoltà proprio le mie produzioni più scialbe ed incolori – ma, forse, dopo l’uscita di questo libro, neanche più queste, anche se finalmente una volta tanto ciò avverrà almeno per qualche buona ragione!

Ancora una volta mi trovavo davanti all’interrogativo: cosa fare, per non lasciar scivolare definitivamente nell’oblio la persona di Olinto De Pretto, e la sua “idea da pazzi”? Debbo ammettere che, nonostante la mia poca simpatia per i ‘circoli anglofoni’, ero, e sono ancora, certo che una versione in inglese del lavoro sarebbe stata accettata per la pubblicazione presso qualche rivista specializzata senza le difficoltà incontrate nell’ambiente italiano: non sarebbe stata la prima volta per noi che un lavoro offensivo per le troppe tenere orecchie degli ‘accademici’ italiani venisse invece trovato interessante senza fare troppe storie all’estero, sicché avevo pensato soprattutto a questo modo di uscire dall’impasse.

Poi, senza escludere naturalmente questa soluzione per un prossimo futuro (il saggio in questione resta a tutt’oggi non pubblicato!), mi venne in mente che forse sarebbe stato opportuno proporre direttamente al pubblico italiano, e sotto la mia personale responsabilità, questo volume, nel quale ho potuto esprimere le mie personali opinioni in modo più franco ed aperto, non nascondendo quel “fuoco” rimpianto dal dianzi citato G. Alvi, e del tutto assente nel pur bistrattato articolo di cui ho rifatto qui la storia. Nel prendere questa decisione ho tenuto anche conto dell’invito che il libro avrebbe potuto contenere a meditare sulle vicende che hanno accompagnato il tentativo di diffondere attraverso i canali ‘ufficiali’ della comunità scientifica questo piccolo pezzo dimenticato della storia della fisica moderna; ma non soltanto questo naturalmente, dal momento che questo libro dovrebbe aver permesso di ripensare anche a quell’etere che proprio la teoria della relatività ha distrutto. Oggi l’etere è relegato nel dimenticatoio della fisica, insieme ai vortici cartesiani, al flogisto, al calorico e ad altre pretese assurdità del passato, e forse anche per questo motivo sulle vicende di Olinto De Pretto, e della sua teoria, è sceso il velo del più assoluto oblio. Ma quella dell’etere è una scomparsa davvero definitiva? Per uscire dalle assurdità alle quali ci condanna la fisica moderna non sembra ci sia altro modo che resuscitare quel vecchio cadavere forse troppo frettolosamente sepolto, ed è anche in questa prospettiva che mi è parso di far cosa utile nel riproporre questa vecchia storia, assieme ad una serie di sostanziosi estratti dalla memoria del De Pretto, che vanno al di là dell’equivalenza tra massa ed energia, ma non sono per questo meno interessanti. Tutto ciò anche nell’auspicio di una rivalutazione della fisica qualitativa, che non può non accompagnarsi ai freddi ed astratti schemi matematici, privi però di qualsiasi contenuto intuitivo, che oggi vanno tanto di moda, pena un’irreversibile involuzione nel campo della scienza, ed un ritorno questo sì poco auspicabile all’irrazionalismo.

Per ritornare alle finalità etiche che questo lavoro si propone, val forse la pena di sottolineare le parole di commento al saggio del De Pretto espresse dal famoso astronomo italiano Giovanni Schiaparelli (in una lettera che è riportata integralmente nell’ultimo capitolo di questo libro). Questi infatti, con il suo intervento a favore dello sconosciuto ma appassionato ricercatore, merita la nostra ammirazione non soltanto per la sua scienza, ma anche perché mette in atto un comportamento ispirato all’unica morale che dovrebbe essere praticata da qualsiasi persona operi nel campo delicato del progresso della umana conoscenza – una morale le cui tracce sembrano oggi diventate purtroppo sempre più rare.

“Insomma: se sarebbe troppo il dire, ch’Ella ha spiegato le cose come stanno, proprio come stanno, mi pare tuttavia di non eccedere la giusta misura dicendo che Ella ha aperto al nostro sguardo nuove possibilità, la cui considerazione deve essere sufficiente a moderare il tono dogmatico, con cui diversi scienziati, anche di gran vaglia, hanno parlato e vanno parlando della estinzione del calore terrestre, della luce e del calore del Sole ecc.”.

Schiaparelli afferma di aver letto l’articolo del De Pretto “con molto piacere”; ed io spero che lo stesso piacere provino anche i lettori di questo libro, la cui pubblicazione avviene come detto anche allo scopo di promuovere quell’opposizione non più ulteriormente dilazionabile al dogmatismo ed alla presunzione imperanti in un ambiente ormai evidentemente ubriacato dal successo ottenuto negli ultimi secoli, ed attualmente gestito da una nuova classe di ‘sacerdoti’ con metodi che ricordano molto da vicino quelli delle strutture oppressive contro le quali i fondatori della scienza moderna dovettero un tempo lottare[8]. E’ a tal proposito preoccupante che la comunità degli storici della scienza, che in altri paesi svolge per lo più un ruolo sottilmente critico nei confronti dell’ideologia dell’establishment scientifico, in Italia si sia votata – salvo rare eccezioni – alla difesa di quell’ideologia, e che anzi tolleri deviazioni da essa in misura assai minore rispetto alla stessa comunità scientifica.

Mi è sembrato così doveroso documentare in modo particolareggiato in questo capitolo un caso evidente di atteggiamento censorio nei confronti di nuove proposte interpretative in alcune questioni che vanno ben al di là della semplice storia della fisica, perché in effetti sottolineare come l’equivalenza massa-energia si possa concepire benissimo, e sia stata concepita, dal punto di vista di una teoria dell’etere è certamente poco comune, ed assai sgradevole ad intelletti ortodossamente relativisti. La documentazione rilevante è tutta nelle mani del lettore: a lui, ora, il giudizio.


[1] Roberto Monti, il ricercatore bolognese di cui abbiamo già parlato, dopo aver attratto l’attenzione con una serie di lavori critici sui fondamenti teorici e sperimentali della teoria della relatività, ha in seguito analizzato la possibilità che l’atomo possegga una struttura ben diversa da quella che gli viene oggi comunemente attribuita, e che siano di conseguenza possibili delle trasmutazioni a bassa energia; vale a dire, passaggi da una sostanza ad un’altra senza che vengano messe in gioco le terribilmente grandi energie con cui soltanto si ritiene finora esse possano avvenire (in altre parole, la vecchia e screditata ‘alchimia’, con il passaggio del piombo in oro ed altre cose del genere!). Nonostante l’interesse dei suoi studi almeno sul versante storico-critico, si è appuntata anche su di essi la “censura” della comunità scientifica, che non ha evidentemente il tempo di discutere serenamente le proprie certezze, come peraltro riconosce ‘ufficialmente’ il direttore editoriale di una delle riviste scientifiche più prestigiose del mondo, coinvolto in un simile caso (John Maddox, “Has Duesberg a right of reply?”, Nature, Vol. 363, Maggio 1993, p. 109). Per esprimere sinteticamente il punto di vista di Maddox, che è proprio anche di tanti altri scienziati, sono tutti già tanto occupati con le loro ricerche che non hanno tempo di fermarsi per mettersi ad ascoltare i dubbi di qualche critico, per eminente che sia la fonte e per fondati che siano i rilievi. Come dire che chi cerca di rallentare il progresso frenetico della scienza finisce soltanto ed inevitabilmente per fare la parte del ‘rompiscatole’.

[2] L’astrofisico Halton Arp di cui abbiamo già parlato, noto anch’egli per i suoi guai con la “censura scientifica” per avere teorizzato contro il big-bang, scrive che “la sola informazione reale comincia ad apparire in giornali alternativi, piccoli pezzi di carta passati di mano in mano, o a voce”.

[3] Come punto di riferimento in Italia per studi scientifici alternativi, si può citare in aggiunta ai due convegni internazionali già citati organizzati dal Gruppo di Ricerca “Geometria e Fisica” del Dipartimento di Matematica dell’Università degli Studi di Perugia coordinato dal presente autore, anche un terzo convegno (organizzato con la collaborazione dei fisici ‘eretici’ Roberto Monti e Stefan Marinov): “Quale fisica per il 2000? Prospettive di rinnovamento, problemi aperti, verità ‘eretiche’ “, Ischia, 1991 (Atti a cura di G. Arcidiacono, U. Bartocci, M. Mamone Capria, Ed. Andromeda, Bologna, 1992).

[4] A questo proposito appare interessante citare il pensiero espresso dallo storico Jacques Le Goff nell’Introduzione a Le Università dell’Europa (A. Pizzi Ed., Milano, 1990): “L’Europa della cultura deve essere un’Europa plurilinguistica capace di opporsi al monolinguismo dell’inglese che, forte del peso economico degli Stati Uniti – che non esiste però nel mondo del sapere e della cultura – sembra adatto solo all’Europa degli affari.”

[5] Il guaio con queste operazioni di ‘beatificazione’ è di far sì che la storia della scienza venga scritta spesso con un intento agiografico del tutto fuori di luogo.

[6] In realtà, non è difficile immaginare una serie di ‘correttivi’ che potrebbero bandire per sempre dal campo i sospetti di forme di “censura”: riservare una minima percentuale di spazio alle proposte fuori dai consueti canoni, sotto qualunque aspetto si vogliano questi considerare (anche quello delle imperanti mode formali nella stesura degli articoli, che comunque escludono chi non ha accesso a certe moderne tecniche, quali sofisticati programmi di scrittura, o chi non conosce bene l’inglese, o anche, vivendo al di fuori dell’ambiente accademico, non ne conosce certe convenzioni); pubblicare per esempio solo un estratto dei lavori più controversi (al limite soltanto il titolo e il riassunto, oltre all’indirizzo dell’autore, di modo che eventuali lettori interessati possano rivolgersi direttamente a lui per avere maggiori delucidazioni); avvertire esplicitamente che la responsabilità del contenuto di un certo articolo è esclusivamente del suo autore (anche se dicendo una cosa talmente ovvia si fa torto all’intelligenza del lettore, il quale dovrebbe saper bene che il fatto che uno scritto venga pubblicato non significa ipso facto che esso non contenga errori); aggiungere alla pubblicazione eventuali espliciti commenti negativi del comitato scientifico della rivista, etc., ma il fatto è che la famosa ‘comunità’ non intende affatto incoraggiare il controllo della validità delle teorie, e la diffusione di informazioni o intuizioni capaci di modificare gli equilibri culturali e le mode di pensiero che in qualche modo qualcuno che si trova in posizione più vantaggiosa di altri vuole invece difendere. E si noti bene che un discorso di questo tipo assume qualche valore in quanto non è riferito ad imprese di carattere esclusivamente privato, considerati gli ingenti finanziamenti dello Stato, e quindi dei cittadini, nell’impresa scientifica in generale, e nella pubblicazione delle riviste scientifiche in particolare.

[7] Nel suo straordinario Dell’Estremo Occidente – Il Secolo Americano in Europa, Marco Nardi Ed., Firenze, 1993, p. 451. Questa edizione appare ormai introvabile, ma il libro è stato recentemente ristampato, anche se non in modo assolutamente integrale, da Adelphi.

[8] Per usare un’espressione di P.K. Feyerabend, dal già citato “Come difendere la società contro la scienza”.

Featured image Olinto De Pretto nel 1898, fonte Wikipedia.

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