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Sulla natura del male – Tajani e Mussolini: “Unici errori: guerra, leggi razziali e delitto Matteotti”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Si legge su Il Fatto Quotidiano che, secondo Antonio Tajani il forzista fedelissimo berlusconiano attuale presidente del Parlamento UE, Benito Mussolini tutto sommato sarebbe stato un buon leader. Di fatto, i suoi unici errori sarebbero stati la guerra, le leggi razziali e il delitto Matteotti; a cotanta lista della spesa mancherebbe solo il non essersi confessato in qualche occasione, l’usato cornetto alla moglie (ma non gelato), e una battuta di caccia al cinghiale in zona protetta, per il resto si sarebbe stati in presenza di un’anima degna e specchiata.

Francamente, mi auguro che queste dichiarazioni siano frutto della resa colorata che di norma fa il giornalismo italiano davanti a qualsiasi affermazione malamente ascoltata e peggio gestita, perché altrimenti ci sarebbe davvero da preoccuparsi. Ci sarebbe cioè da preoccuparsi che una persona che occupa quella posizione possa venirne fuori con simili gravissimi discorsi. Al posto della (o del) giornalista che lo ha intervistato infatti io avrei fatto una domanda molto precisa a quel signore, e sarebbe stata questa: “Ma lo sa lei che fine fecero migliaia di italiani ebrei (e non) – soprattutto dal 43  in poi, ma anche prima – a causa della promulgazione delle cosiddette “leggi razziali”?”.

Onestamente non credo che Tajani ne abbia la più pallida idea perché se l’avesse avrebbe tolto Benito Mussolini dal piedistallo già tanto tempo fa. In realtà, grazie a quell’atto criminale – che non potrebbe mai essere catalogato come un “errore” di percorso, come sembrerebbe averlo catalogato Tajani, proprio come non può essere un errore di percorso la “guerra” in cui ha trascinato un’intera nazione – tantissimi individui finirono a lavorare nella fabbrica Dora di Albert Speer. Una fabbrica di munizioni gestita così malamente dai suoi amministratori che lo stesso Speer se ne sarebbe lamentato con Hitler, mentre quest’ultimo si sarebbe finanche determinato a fare qualcosa per quei  prigionieri… Immagina tu, laddove c’era arrivato uno dei più grandi criminali che abbiano mai camminato sulle terrestri contrade, non ci sarebbe arrivato Tajani!

E questi sarebbero gli esperti e i “moderati”, immagina gli altri, sic!

Rina Brundu

 

  • Estratto da “Sulla natura del male” che parla anche della fabbrica Dora.

6.4. Albert Speer, l’ammissione di responsabilità per la “colpa collettiva” e il mito del buon nazista.

Non sapevo nulla, avrei dovuto sapere, avrei potuto sapere.

Albert Speer

Finita la guerra, finito il processo di Norimberga, finiti i vent’anni di carcere che gli sarebbero stati comminati dal tribunale di guerra, Albert Speer tornò finalmente un uomo libero nel 1966, in tempo per iniziare la sua terza vita di scrittore di successo. Nel 1970, la pubblicazione della sua autobiografia titolata Memorie del Terzo Reich, lo trasformerà in un autore di bestseller e, successivamente, in una sorta di diva televisiva contesa dai diversi network che facevano a gara per intervistarlo. Il borghese Speer stava nuovamente affascinando la comunità mediatica mondiale, proprio come a suo tempo era riuscito a incantare i giudici americani di Norimberga (meno quelli russi). A salvarlo durante il processo fu anche una indubbia strategia difensiva vincente: diversamente dai suoi colleghi gerarchi nazisti, e da Göring che smanacciava per farlo tacere, Speer ammise la sua responsabilità per la “colpa collettiva” che implicava l’essere stato parte della macchina nazista che aveva partorito quei crimini contro l’umanità ma, abilmente, si dissociò dai colleghi gerarchi nazisti sotto processo, negando ogni conoscenza del piano di sterminio degli ebrei in corso di attuazione nel Reich, e degli altri crimini perpetrati dal regime.

Quanto era effettivamente credibile la sua difesa? Nel suo ruolo di architetto del diavolo erano stati anche i suoi uomini a sfrattare migliaia di famiglie ebree di Berlino onde permettere la costruzione dei nuovi appartamenti destinati alle famiglie ariane. Sarà però l’orrore che si manifesterà tra il 1943 e il 1945 nella fabbrica sotterranea Dora, lo stabilimento di produzione dei razzi V1 e V2, che costituirà il crimine più grande addebitabile ad Albert Speer. In quel cantiere costruito e poi fatto funzionare da quasi 40000 prigionieri (di cui 1300 circa italiani, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943), le condizioni di lavoro erano infatti straordinariamente disumane. Chi si lamentava veniva fucilato subito, mentre i corpi dei compagni uccisi pendevano dal soffitto a titolo di monito. Il cibo scarseggiava e l’aspettativa di vita non superava i sei mesi.

Speer si era lamentato spesso con lo stesso Hitler di quel trattamento, e il Führer ordinò che le condizioni dei prigionieri fossero migliorate, ma quando fu chiesto all’ex ministro se avesse perorato la causa per empatia, o per compassione, rispose di no: semplicemente, i prigionieri gli servivano vivi! Speer fece dei tentativi anche per evitare l’utilizzo dei prigionieri di guerra – caldamente raccomandati, invece, da Himmler in un discorso agli industriali che Speer negò di avere mai ascoltato – auspicando l’utilizzo di civili e di donne, proprio come facevano in America e in Gran Bretagna. Su questo punto però il Führer fu irremovibile: le belle e lunghe gambe delle tedesche, diverse da quelle tozze delle donne polacche, non erano fatte per il lavoro in fabbrica! La scaltrezza e l’astuzia di Speer è testimoniata anche dal comportamento tenuto durante gli ultimi giorni del Reich. Come Himmler, come Dönitz e altri gerarchi nazisti, Speer sperava di riuscire ad avere un ruolo attivo nel governo della Germania del dopoguerra. Fu forse anche per questo che, quando Hitler si era già asserragliato nel suo bunker berlinese, Speer volò a Berlino, con il preciso intento, si ritiene, di chiedere al Führer di non nominarlo suo successore, e dunque di non caricarlo di responsabilità belliche che non voleva avere. Non a caso, benché egli fosse sempre stato trattato alla stregua del figlio prediletto che il capo non aveva mai avuto, e cioè con un guanto bianco che Hitler non riservò mai a nessun altro dei suoi uomini (ciò accadde persino quando il progetto dei razzi volanti fallì, e quando il ministro degli Armamenti osò criticare il Führer dopo la sua decisione di distruggere le fabbriche tedesche in seguito alla sconfitta), Speer non fu nominato nel suo testamento, mentre di ciò di cui i due uomini discussero durante il loro ultimo incontro, durato diverse ore, il Führer non ne parlò mai…..

Introduzione qui.