Advertisements
CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

SULLA NATURA DEL MALE – Una confutazione a “Eichmann in Jerusalem” di Hannah Arendt. Introduzione.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Disponibile su Amazon

Premessa

“Il Male è strumentale, non banale!” fu la prima considerazione che mi venne spontanea, che il mio spirito eruttò alla maniera di un lapillo infuocato da dentro il cono di un vulcano in eruzione, quando lessi il celeberrimo titolo del saggio Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil (1963) di Hannah Arendt.[1] A quel tempo non sapevo che il Male è strumentale in una pluralità di modi e non sapevo molte altre cose. Non sapevo, per esempio, che per confutare la famosa e controversa affermazione della giornalista e filosofa americana, non sarebbe bastato volerlo fare, ma che prima di tutto sarebbe stato necessario intraprendere un lungo viaggio di conoscenza che era anche un viaggio spazio-temporale. In quale periodo? Per lo più nel periodo storico che va dalla fine della Prima Guerra Mondiale (1918) fino alla resa della Germania nazionalsocialista il 7 maggio 1945. In quale luogo? In Germania, certamente, ma dovunque in Europa, e soprattutto… all’inferno!

Hannah Arendt: la controversia con la comunità ebraica e il dovere dell’onestà intellettuale

La serie di articoli scritti da Hannah Arendt, nella sua qualità di inviata speciale del The New Yorker, in occasione del processo al criminale nazista Adolf Eichmann (processo che iniziò a Gerusalemme l’11 aprile 1961), e poi pubblicati in forma di saggio, scateneranno diverse controversie feroci, le quali porteranno anche alla scomunica da parte della comunità ebraica nei confronti di questa loro figlia molto “opinionated” e irriverente. Niente che non si fosse già visto con Baruch Spinoza, pure lui scomunicato dai rabbini nel luglio del 1656 ma, dato il dramma storico di background, le accuse portate alla Arendt furono di quelle che facevano più male. La filosofa fu incolpata di avere mondato Eichmann di ogni peccato e di avere ritenuto gli stessi ebrei responsabili del genocidio nazista. “She only attacked the melodramatic rhetoric of the State prosecutor”[2] ((La Arendt) ha solo attaccato la retorica melensa del Pubblico Ministero), ha scritto Amos Elon nella prefazione all’edizione 1964 del saggio. Come lui non furono pochi gli intellettuali che scesero in campo a difenderla, così come tanti furono i simpatizzanti della posizione mantenuta dalla comunità ebraica. Questa particolare controversia durò a lungo, forse non è mai stata sanata, diventò feroce, e alla fine la stessa scrittrice fu costretta a prendere una posizione più netta e chiarificatrice del suo pensiero.

Basta leggere con attenzione il testo della Arendt per realizzare che l’autrice non ha mai scritto le pesanti falsità di cui è stata accusata, ma l’onestà intellettuale vuole pure che si sottolinei che il suo libro non può neppure essere considerato una mera “cronaca da un processo” come lei stessa lo ha definito. In realtà uno dei problemi del saggio è proprio il suo essere un potpourri, anche un po’ confuso, a volte impreciso, con diversi errori storici, di cronaca processuale e di considerazioni personali che giocoforza creano un macrotesto piegato alla prospettiva di visione dell’io che scrive. Se questo sia avvenuto coscientemente, o se sia il risultato della giusta passione anche politica che l’evento oggetto della relazione ha suscitato in colei che scriveva, non è dato sapere, e ormai non è poi così importante saperlo. Il resoconto della Arendt rimane una scrittura straordinaria, dotata di una grande qualità visionaria, anche se proprio come avviene con tutte le scritture che abbandonano il rigore dell’esercizio giornalistico, o del racconto storiografico, per muovere verso altri mondi, si presta come pochi altri scritti di questo tipo, a ricevere forti critiche confutative sotto una pluralità di prospettive.

Piano di lavoro e confutazioni tecniche

Non è scopo di questo mio scritto raccontare nuovamente il processo intentato al criminale nazista Adolf Eichmann a Gerusalemme una sessantina di anni fa: lo hanno già fatto in maniera egregia la Arendt e numerose altre fonti. L’obiettivo principale di questo lavoro è tentare di investigare la natura del Male che si liberò nella Germania weimariana prima e in quella hitleriana poi, che causò 14 milioni di morti e lasciò diversi altri milioni di morti-viventi che vagavano per le strade del mondo in stato di shock e incapacitati a riprendersi.

La presente investigazione sulla natura del Male non può comunque prescindere dall’utilizzo di una cornice interpretativa funzionale all’analisi dell’argomento trattato, dal delineare un quadro storico informativo dei fatti e, infine, dal presentare una ulteriore analisi che ponga sotto la lente di ingrandimento, in modalità confutativa, alcuni concetti cardine già presenti in nuce nel saggio arendtiano e relativi a quelli che, secondo questa filosofa, ma anche secondo me, potrebbero essere alcuni tratti pertinenti alla natura del Male. Nei capitoli finali vorrei dunque tentare di:

  • Confutare il concetto di banalità del Male
  • Discutere della significazione multipla del concetto di strumentalità del Male
  • Focalizzare sul concetto di radicalità del Male
  • Dare evidenza delle conclusioni raggiunte a proposito di quelle che potrebbero essere le caratteristiche principali che connotano la natura del Male

Avendo già scritto che il testo arendtiano sotto analisi, per sua natura si presta a delle osservazioni critiche anche molto ben definite, allo scopo di chiudere già nella Premessa il discorso strettamente legato al processo Eichmann, procederò qui di seguito ad elencare una dietro all’altra, una serie di confutazioni tecniche che definirei secondarie, ma che possono essere addotte a sostegno dell’idea che, qualsiasi sia il genere letterario dentro il quale lo si vuole collocare, il saggio Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, scritto da Hannah Arendt nel 1963, e aggiornato nel 1964, è tutto fuorché una oggettiva cronaca giornalistica e giudiziaria.

1.      Prima confutazione tecnica

“There is no doubt from the very beginning that it is Judge Landau[3] who sets the tone, and that he is doing his best, his very best, to prevent this trial from becoming a show trial under the influence of the prosecutor’s love of showmanship”[4](Non ci sono dubbi, fin dall’inizio, che è il Giudice Landau a stabilire le regole, e che egli stia facendo del suo meglio per evitare che il processo diventi un processo-farsa a causa dell’eccessivo amore del Pubblico Ministero per le spettacolarizzazioni) scrive Arendt nel primo capitolo del suo lavoro. Tuttavia, proprio mentre si procede nella lettura dello stesso, e poi più avanti in diversi punti dello scritto, appare subito chiaro che la giornalista nutriva grandi dubbi sul fatto che il coscienzioso giudice sarebbe riuscito nel suo intento. Appare altresì chiara la pignola determinazione della Arendt nel sottolineare che sotto processo vi era, o avrebbe dovuto esserci, solo un uomo e i suoi eventuali peccati che attendevano il verdetto della giustizia. Tale meticolosa attenzione riservata alle questioni strettamente legate alla etica e deontologia legale e giudiziaria che il processo Eichmann ha certamente posto (tra le altre quelle determinate dal fatto che non furono accettate testimonianze a difesa), riscontrabile anche nelle numerose pagine dedicate all’argomento e inserite nella versione aggiornata del saggio pubblicata dalla Penguin nel 1964, denuncia l’intenzione autorale di voler tracciare una netta linea divisoria tra i due processi che erano oggettivamente in corso: quello contro Adolf Eichmann, appunto, e quello contro l’antisemitismo e il tentativo di genocidio da parte di nazionalsocialisti tedeschi del popolo ebreo. Benché giustificabile dal punto di vista dell’osservatore distaccato, persino lodevole nell’approccio critico, io non condivido questa posizione arendtiana:

  • In primis la scrittrice è, ella stessa, tutto fuorché una osservatrice distaccata, come ben dimostra il potpourri stilistico che è il suo lavoro, il quale a momenti si fa anche trattato politico più che filosofico: perché chiedere alle comunità ebree di comportarsi diversamente, soprattutto alla luce di un dramma epocale e di una catastrofe umanitaria che ha segnato la loro Storia per sempre?
  • La stessa cattura di Eichmann in Argentina e la conseguente decisione di portarlo in Israele per essere processato, partirono dall’idea di David Ben-Gurion[5] che il mondo, e i giovani ebrei in particolare, necessitassero di ricordare cosa era stato l’Olocausto avvenuto solo venti anni prima: perché negare al suo popolo una occasione di lutto collettivo, dato che furono migliaia le vittime sopravvissute allo sterminio nazista che per anni, decenni, in alcuni casi mai, non riuscirono a confidare a nessuno la loro tragedia privata dentro quella comune?
  • Alla luce della natura dei crimini contestati all’imputato e del quadro storico, le pur giuste considerazioni dell’autrice sull’essere quello intentato ad Adolf Eichmann un processo nato da un atto di illegalità (il sequestro dell’imputato in Argentina), appaiono capziose, mere speculazioni arzigogolate e intellettualeggianti, e si fanno esse stesse le prime responsabili di quel tentativo di politicizzare una cronaca storica e processuale denunciato dalla stessa giornalista.
  • L’eccessiva insistenza sulla tematica della “spettacolarizzazione” del processo in corso, paradossalmente genera diversi momenti narrativi che arrivano al lettore connotati da un elemento metateatrale fastidioso, laddove pericolosamente svia l’attenzione dal vero attore che stava mettendo in piedi la performance della sua vita: Adolf Heichmann!

2.      Seconda confutazione tecnica

Per un ritratto più completo del criminale nazista Adolf Eichmann, rimando al capitolo 5 di questo scritto. Qui basti dire che stiamo parlando di un ufficiale militare del Terzo Reich che, tra le altre cose, ebbe a confidare ai suoi colleghi: “Andrò nella tomba ridendo: il solo pensiero di avere sulla coscienza 5 milioni di ebrei, mi eccita e mi rende felice”[6]. Leggendo simili dichiarazioni farneticanti ed esaltate – peraltro non le uniche attribuibili a questo signore – diventa molto difficile, per chiunque abbia anche solo una minima conoscenza del crimine storico che giustifica il processo Eichmann, e delle imprese di Adolf Eichmann come ufficiale del Terzo Reich, non intravedere nella descrizione arendtiana di questo criminale, un sovrapporsi di momenti di sottovalutazione dell’uomo e del suo ruolo militare e di burocrate, seguiti da altri di eccessiva considerazione degli stessi, cioè di considerazioni che in alcuni luoghi denunciano una apparente ingenuità nella scrittrice e giornalista, come se nella trappola accortamente tesa da Eichmann, lei ci sia caduta vestita e calzata.

  • Nel capitolo dedicato alle furiose “controversie” che il libro ha generato, soprattutto con le comunità religiose e i circoli intellettuali ebrei, capitolo aggiunto dalla Arendt alla versione pubblicata dalla Penguin nel 1964, sempre nel tentativo di giustificare il suo concetto di “banalità del Male”, la Arendt scrive tra l’altro. “He (nda Eichmann) certainly would have never murdered his superior in order to inherit his post” (Certo Eichmann non avrebbe mai assassinato un suo superiore per prenderne il posto). In tutta onestà, è quando leggo scritture di questo tipo che mi interrogo sulla effettiva conoscenza che aveva la scrittrice e giornalista Hannah Arendt (nonostante il suo essere stata, suo malgrado, una rifugiata politica) di quelle che sono state le vere dinamiche che hanno fatto vivere il Terzo Reich, o anche solo di alcuni fatti storici minimi che lo hanno segnato, come l’assassinio di Ernst Röhm durante la famigerata “notte dei lunghi coltelli” (1934), o il provvidenziale incidente aereo accaduto a Fritz Todt, nel 1942, prima che il suo posto di ministro degli Armamenti e delle Munizioni, passasse ad Albert Speer, architetto personale di Hitler e suo intimo amico, l’unico.
  • Anche la sottovalutazione del ruolo avuto da Eichmann durante la Conferenza di Wannsee, organizzata da Reinhard Heydrich nel gennaio del 1942 per discutere i dettagli della “Soluzione finale” che il Reich avrebbe adottato per risolvere la “questione ebrea”, è abbastanza opinabile. Diversamente da ciò che scrive la Arendt, Eichmann non fu un confusionario che portò alla riunione faldoni di documenti mal organizzati, ma fu l’impiegato che si occupò di redigere il verbale dell’incontro e che in calce a quel verbale trovò pure il tempo di calcolare quanti ebrei si sarebbero potuti massacrare con quel metodo: 11 milioni. Il calcolo di quel numero fu insomma posteriore all’ascolto del dibattito (dato che probabilmente Eichmann non ne conosceva il dettaglio prima), e fu un mero frutto del suo zelo nel servire il Reich. Se invece quel numero lo avesse calcolato prima, come da ad intendere la Arendt, c’è da stupirsi di come la scrittrice non denunci in maniera più sostanziale l’evidente tentativo che sta facendo l’imputato di prendersi gioco della Corte (giocando quasi al “gatto e al topo”, proprio come faceva Heydrich, il macellaio di Praga, con i cecoslovacchi), quando si racconta alla stregua di un Ponzio Pilato che accetta le decisioni prese da chi per lui e, ad un tempo, come spirito particolarmente turbato dalla piega tragica che stavano prendendo gli eventi.
  • Arendt, inoltre, batte in più punti sulla insignificanza, soprattutto intellettuale, dell’imputato Eichmann, con una pignoleria che sfiora il tratto patronizing assolutamente fuori luogo dato il tipo di criminale che si stava giudicando. Anche una matricola universitaria, al suo primo esame di Storia, sa bene che Eichmann fu un fallimento scolastico, ma la filosofa Arendt avrebbe dovuto tenere in maggiore considerazione il ruolo che quella specie di scheletro nell’armadio avrebbe giocato nel futuro del soggetto sotto esame. Sarebbe stato, infatti, il complesso di inferiorità che nascerà da quel suo fallimento giovanile, quasi a costringere Heichmann – il solo ufficiale, tra i suoi colleghi, a non avere un titolo accademico – a provarsi in ogni istante per dimostrare ai superiori ciò che era comunque capace di fare, riuscendoci benissimo. Ci riuscì talmente tanto bene che portò i responsabili dei campi di concentramento dove la “soluzione finale” fu attuata, a lamentare il fatto che egli facesse arrivare troppa merce, decisamente in quantità superiore a quella che loro potevano gestire.
  • D’altro canto, appare quanto mai posticcio anche l’esagerato ricamare sulle pretese intellettualistiche di questo scaltro analfabeta, lettore a posteriori della Critica della ragion pratica scritta da Immanuel Kant nel 1778, il quale dichiarò di avere sempre tentato di vivere secondo la “legge morale” predicata dal filosofo. Queste sono falsità storiche che la Arendt, lungi dal tentare di confutare, avrebbe dovuto ignorare, dato che l’attività in cui si distinse Eichmann, molti anni prima del periodo in cui si mise al servizio di Heydrich per organizzare la “soluzione finale”, fu il latrocinio continuato, cioè un crimine che la “legge morale” la scardina a priori, delle proprietà degli ebrei austriaci che tentavano di espatriare. Eichmann diventò fin dal suo primo arrivo in Austria, nel 1938, un uomo ricco che faceva sfoggio della sua ricchezza, anche andando in giro in costose auto con autista, mentre ad un tempo nel quartiere ebreo di Vienna si diffondeva la paura, una paura istintiva e terrorizzante come mai era stata provata.
  • Stupisce, infine, come la Arendt – malgrado l’evidenza che documentava, senza possibilità di dubbio alcuno, l’esistenza di un altro Eichmann, rispetto al “clown”, all’ometto insignificante che lei si divertiva a sbeffeggiare – non si sia mai posta il dubbio che la verità potesse essere un’altra, che il Male, spesso, spessissimo, adotta trucchi scaltri per dissimulare la sua vera natura, riuscendoci perfettamente, la maggior parte delle volte. E il dubbio ti coglie: ma la Arendt pensava che l’intelligenza del Male faccia equazione con il risultato più o meno brillante ottenuto durante un qualsiasi percorso scolastico e/o formativo?

3.      Terza confutazione tecnica

Paradossalmente è proprio quando la cronaca processuale si fa più tecnica e rigorosa, che la relazione della giornalista Arendt genera maggiore preoccupazione da un lato, e denuncia il carattere indubbiamente teatralizzato dell’evento giudiziario dall’altro. Di quale “preoccupazione” sto parlando? Del fatto che non sono pochi i momenti, durante la lettura del saggio, in cui si ha come l’impressione che più che della questione della deportazione di 5 milioni di esseri umani da tutte le parti d’Europa fino ai campi di concentramento dove sarebbero andati incontro ad una morte terribile, il maggior crimine di cui si macchiò Eichmann, si stia parlando di una semplice spedizione di merci. Ricordo, infatti, che Eichmann si distinse agli occhi di Heydrich anche in virtù dei brillanti risultati ottenuti capitalizzando sull’esperienza organizzativa e logistica fatta in una società petrolifera prima di entrare nelle SS. I treni con i deportati gestiti da Adolf Eichmann arrivavano puntualissimi a destinazione, proprio come un tempo costui usava far arrivare il petrolio al cliente con una efficienza encomiabile. Naturalmente, questa terribile associazione di idee si può fare solamente in virtù della deriva enfatica che ha senz’altro caratterizzato il processo Eichmann, che non è una colpa attribuibile alla relatrice della cronaca. Vero è però che la filosofa e politica Arendt avrebbe dovuto evitare una eccessiva sottolineatura del dettaglio tecnico, il quale faceva per lo più il gioco dell’imputato, dato che, lo sappiamo tutti, lo sapeva la Arendt così come lo sapevano i giudici israeliani e lo stesso Eichmann, lo scandire urbi et orbi di numeri e date non avrebbe comunque potuto mutare la sentenza di colpevolezza già scritta dalla Storia. Così come non avrebbe potuto cambiare il corso della Storia, il tentativo di giustificare legalmente l’esistenza di quel processo: il processo Eichmann si giustificava in sé, non aveva bisogno di alcuna cornice formale o formalizzante per esistere!

4.      Quarta confutazione tecnica

Eichmann feels guilty before God,

not before the Law!

Robert Servatius, avvocato difensore

Premesso che io non ho mai creduto neppure al supposto processo di redenzione che avrebbe riguardato Albert Speer[7], soprattutto nel periodo successivo alla sua liberazione dal carcere berlinese di Landau, con anche maggior convinzione posso affermare di non avere mai creduto e di non credere ad una sola parola raccontata da Adolf Eichmann, nel corso del processo, sui presunti dubbi morali che lo avrebbero colto durante il periodo in cui era al servizio del Reich. Non ci ho creduto e non ci credo né quando codesti scrupoli di coscienza vengono presentati intinti in salsa filosofica, né quando vengono buttati sul tavolo come elementi matter-of-fact. La stessa fuga in Argentina, organizzata con l’attivo contributo dei sostenitori e membri dell’organizzazione criminale Odessa[8], racconta una storia diversa, così come raccontano una storia differente le numerose registrazioni e interviste concesse a vari giornalisti a fuga avvenuta, quando Eichmann pensava di essere al sicuro.

Inoltre, la ridondante sottolineatura della grande sorpresa evidentemente provata dalla Arendt quando si trovò davanti l’ometto Eichmann, ignorante, petulante e insignificante, laddove ci sarebbe dovuto essere un mostro, uno psicopatico (opzione esclusa anche dai tanti psicologi che visitarono Heichmann prima e dopo il processo), si risolve in una imperdonabile sottovalutazione delle arti e della potenza che può liberare il Male. In realtà, tutto, o quasi tutto nella carriera di Eichmann come ufficiale delle SS, qualunque fosse il ruolo avuto nel dato momento, qualsiasi fosse il compito affidatogli, racconta un uomo capace di eccessi fanatici non indifferenti. Dei brillanti risultati ottenuti da Eichmann e dai suoi capi Heydrich e Himmler, ne parlò con impressionante lucidità descrittiva, un sopravvissuto all’Olocausto che fu anche tra quelli che ebbero modo di vedere l’urna con le ceneri dell’imputato dopo la cremazione del suo corpo: “Solo quando ho visto le ceneri di Eichmann, ho capito quante furono le vittime uccise nei forni crematori di Auschwitz-Birchenau in Polonia. Fino a quel momento non avevo mai saputo la quantità di ceneri che produce un corpo umano”. Il fatto che Eichmann fosse anche un alcolizzato, uno che usava l’alcool per aiutarsi nel gestire le responsabilità quotidiane, non depone neppure a favore dell’esistenza di un qualche barlume di lucidità morale nel profondo fondo del lato più oscuro della sua anima. La coscienza di Eichmann non esiste, forse non è mai esistita, mentre il tentativo scaltro e mal riuscito dell’imputato di costruirla durante il processo, dimostra che Eichmann non era Speer neppure in quanto a intelligenza pratica, l’uno l’aveva l’altro no. Da questo punto di vista Adolf Eichmann, proprio come i suoi diretti superiori Heydrich e Himmler, era un raro caso di personalità criminale allo stato puro che, come ben sappiamo, durante il tempo del suo servizio al Reich coltivava un solo cruccio: non essere mai stato ringraziato personalmente dal criminale dei criminali, Adolf Hitler!

5.      Quinta confutazione tecnica

L’oggettiva critica che la Arendt fa alla colpa collaborazionista di cui si macchiarono tanti ebrei, tanti responsabili dei ghetti, tanti capi della comunità ebraica, tanti “prominent Jews” che pensarono solo a salvare se stessi, è di per sé lodevole, tutt’altro che meritevole della scomunica con cui la Arendt fu ripagata, dato che lei non accusò di quel crimine il popolo ebreo, ma piuttosto alcuni suoi rappresentanti. Solo quando un popolo, uno scrittore, un giornalista è capace di guardare ad un dato avvenimento che lo riguarda, di cui vuole scrivere, con occhio clinico, senza nascondersi nulla, può sperare di comprendere davvero quell’accadimento, di comprenderne le cause, di trarne una lezione morale utile, di passare ai posteri l’input didattico guadagnato nella certezza di fare loro un dono davvero degno.

Nel saggio in esame, il problema non è dunque dato dall’autrice che ha osato trattare il tema del collaborazionismo, semmai, è dato dalla metodologia usata dalla Arendt per discutere questa importantissima tematica, e dal contesto dentro cui viene proposta, che non avrebbe dovuto essere il processo giustamente intentato ad uno dei più pericolosi nazisti che hanno fatto vivere il Terzo Reich, anche se colui non era un rappresentante del famigerato circolo magico hitleriano.

A combinare in maniera anche un po’ confusa le diverse dinamiche che riguardano due argomentazioni molto serie, ma diversissime tra loro, si rischia, come poi è effettivamente successo, di creare dei gravi misunderstanding, nonché feroci controversie difficili da sanare, anche quando, come ha fatto la Arendt, si interviene in un tempo successivo per aggiustare il tiro. La filosofa, ancora prima della scrittrice, avrebbe dovuto discutere il tema del collaborazionismo in un trattato dedicato, come hanno fatto tanti altri autori, e nessuno avrebbe potuto scomunicarla per quel suo studio. Ho già denunciato in apertura il potpourri stilistico e di generi che è il saggio arendtiano, ma a ben guardare, più che un intento cosciente di attaccare o criticare il suo popolo, sono proprio questi short-comings paratestuali la causa e concausa delle tante accuse, anche infondate, che furono rovesciate addosso all’autrice. Per quanto mi riguarda il tema del collaborazionismo dei capi ebrei con il nazismo è invece un argomento che vorrei riprendere più avanti in questo scritto[9], proprio in virtù delle meditazioni che porta a fare su quella che potrebbe essere la vera natura del Male. Tuttavia, in questo contesto di confutazione tecnica del testo, e di questa tematica in particolare, usando la stessa onestà intellettuale della scrittrice quando ha accusato la sua comunità antropologica di appartenenza (anche perché non basta considerarsi estranei a questo o a quel “gruppo” per dirsene fuori, come fece la Arendt, non sempre almeno), è doveroso scrivere che la filosofa avrebbe dovuto andarci più cauta. E avrebbe dovuto farlo non solo per il rispetto dovuto alla memoria delle vittime dell’Olocausto e delle loro sofferenze, ma anche come semplicistico requirement intellettualistico, dato che se si sta trattando il problema del collaborazionismo sotto un regime in cui la mano destra del Male, al secolo Hermann Göring, diceva “Decido io chi è ebreo!”, allora forse sarebbe quanto meno necessario coltivare qualche dubbio su quanto può reggere il dettame della legge morale kantiana in noi, quando sottoposto agli attacchi più vili, perniciosi, alla potenza più esplosiva che è capace di liberare l’energia intelligente che è il Male.

[1] Hannah Arendt (1906-1975), nata ad Hannover in Germania da famiglia ebrea, ha vissuto prima in Francia da rifugiata politica e poi è diventata cittadina americana. Scrittrice, giornalista, filosofa allieva di Heidegger, diventerà famosa in tutto il mondo con la pubblicazione del saggio Eichmann in Jerusalem (1963-1964), una cronaca del cosiddetto processo del secolo al criminale nazista Adolf Eichmann, tenuto a Gerusalemme nel 1961. Una certa notorietà gliela avevano data in precedenza anche altri suoi saggi, in particolare Le origini del totalitarismo (1951) e La condizione umana (1958).

[2] The Excommunication of Hannah Arendt by Amos Elon, Introduction to Eichmann in Jerusalem: a Report on the Banality of Evil, Hannah Arendt, 1964, Penguin Classics. New York.

[3] Moshe Landau  (1912 –2011), quinto Presidente della Corte Suprema di Israele, fu deputato a presiedere il processo Eichmann del 1961.

[4] Arendt, H., Eichmann in Jerusalem: a Report on the Banality of Evil, 1964, Penguin Classics. New York.

[5] David Ben-Gurion (1886-1973) è stato il primo Premier israeliano, nonché l’autorità governativa che autorizzò l’operazione di intelligence del Mossad che nel 1960 portò alla cattura di Adolf Eichmann, dopo 16 anni di latitanza in Sud-America, e alla sua successiva impiccagione il primo giorno del mese di giugno del 1962.

[6] Cfr. Capitolo V

[7] Cfr. Capitolo 6

[8] Odessa (acronimo di Organisation Der Ehemaligen SS- SS-Angehörigen) fu l’organizzazione formata da ex membri delle SS, gerarchi e altra tipologia di criminali nazisti, simpatizzanti a vario titolo, che negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto bellico, aiutarono i nazisti come Eichamann a fuggire dall’Europa o a nascondersi, provvedendo denaro, visti e appoggio logistico.

[9] Vedi Cap. 11

Chi volesse vedere l’intero indice del testo lo trova qui.

La versione cartacea è qui.

L’ebook qui.

 

 

Advertisements