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Continua il crollo delle borse cinesi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Deng Xiaoping in 1979

Deng Xiaoping in 1979

di Michele Marsonet. Ecco dunque il secondo crollo delle borse cinesi in poche settimane, alla faccia di chi si era entusiasmato per il precedente intervento governativo che aveva consentito il rimbalzo e – così pareva – il superamento della crisi. In realtà nella RPC anche l’attività borsistica, come del resto ogni altra, ricade sotto il controllo del partito comunista. Tra quest’ultimo e il governo, come del resto avveniva nella ex Unione Sovietica, la distinzione è solo di facciata. Restando inteso che il vero centro decisionale è per l’appunto costituito dal PCC, il quale detiene tutto il potere.

Da molto tempo ci si chiede come lo strano sistema varato da Deng Xiaoping negli anni ’80 del secolo scorso possa sopravvivere. Le Quattro Modernizzazioni programmate dal leader scomparso avrebbero dovuto dar vita alla “economia socialista di mercato”, lasciando da un lato spazio all’iniziativa privata in molti settori (anche se non proprio tutti), mantenendo tuttavia il sistema nel suo complesso sotto il rigido controllo dell’unico partito ammesso.

Sembrava l’uovo di Colombo. Promuovere l’aumento di un benessere diffuso in strati sempre più vasti della popolazione senza d’altro canto correre i rischi impliciti nel libero mercato. E per molti anni, nonostante i dubbi degli specialisti, sembrava che l’obiettivo fosse a portata di mano. Nessuno può negare, infatti, che la Cina abbia compiuto negli ultimi decenni passi da gigante, tanto da diventare la seconda potenza economica mondiale, superando il Giappone e avvicinandosi addirittura agli Stati Uniti.

Tuttavia non è tutto oro ciò che luccica. L’incremento del benessere c’è stato, più nelle grandi città che nelle campagne, ma a beneficiarne sono stati soprattutto gruppi ristretti, e in particolare i circoli collegati ai “principi rossi”, vale a dire i discendenti di coloro che affiancarono Mao nella Lunga Marcia. L’arricchimento in questo caso è stato enorme. Paragonabile – con le dovute differenze – a quello dei celebri oligarchi russi.

Il problema di fondo è il seguente. Un mercato, per poter definirsi tale, dev’essere libero e non soggetto alle regole imposte da un partito politico. Altrimenti diventa un’altra cosa, piuttosto difficile da catalogare. E infatti qualcuno ha subito notato che le piazze borsistiche di Shangai e Shenzen sembrano farsi beffe delle indicazioni politiche del partito comunista. Il capitalismo, una volta instaurato, non ammette costrizioni.

Nel caso precedente le autorità erano riuscite a frenare il crollo innescando il rimbalzo dianzi citato. Questa volta, invece, l’intervento è stato assai meno deciso e al tonfo non è risultato possibile porre rimedio immediato. La convinzione di dominare i mercati con decisioni politiche si è insomma rivelata illusoria, e chi in Cina detiene il potere deve affrontare una situazione del tutto nuova in quel Paese. Una moltitudine di piccoli azionisti è stata incoraggiata a “scommettere” sui titoli più appetibili, salvo poi ritrovarsi con i propri – scarsi – capitali bruciati in men che non si dica.

A tutto questo si accompagna il fatto che l’economia cinese, pur continuando ancora a vantare una crescita del Pil ben superiore a quella delle nazioni occidentali, negli ultimi tempi ha fornito frequenti segnali di crisi, con consistenti rischi di aumento dell’inflazione che colpirebbe inevitabilmente la parte più povera della popolazione.

E’ quindi plausibile pensare che alla soluzione dei problemi economici sia legato pure il destino di Xi Jiping e dell’attuale leadership. Per quanto sia meno popolare di quanto si ritiene all’estero, il partito comunista è finora riuscito a mantenere un saldo controllo della società grazie a un modello di sviluppo ritenuto – finora – di successo. Qualora gli attuali segnali si trasformassero in crisi manifesta diverrebbe assai più arduo contrastare le molte istanze separatiste e indipendentiste che attraversano il Paese. E parimenti difficile sarebbe stroncare le richieste di maggiore democrazia che non provengono – come alcuni ritengono – solo da Hong Kong.

Per finire, va però notato che in questo momento una grave crisi economica e finanziaria nella RPC non gioverebbe a nessuno, per quanto ciò possa sembrare strano. La Cina è infatti uno dei principali – se non il principale in assoluto – motori del fenomeno di globalizzazione in atto. Considerato il suo enorme interscambio commerciale con il resto del mondo (Italia inclusa), e il possesso di una buona parte del debito pubblico americano, la crisi cinese avrebbe effetti ovunque. Si aprirebbero, in altri termini, scenari difficili da prevedere e da controllare.

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