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Un nuovo impero cinese?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

800px-Panda_Cub_from_Wolong,_Sichuan,_Chinadi Michele Marsonet. Sono ben lontani i tempi in cui la Cina – o, meglio, la Repubblica Popolare cinese – si atteggiava a protettore dei Paesi più piccoli (soprattutto comunisti). Ora è chiaro che ha acquistato piena coscienza della sua forza non solo economica e finanziaria, ma anche militare. Chi pensava che la tensione con Tokyo a causa del piccolo arcipelago delle Senkaku/Diaoyu fosse un episodio isolato ha poi dovuto costatare che quello era solo il primo atto di una serie destinata a durare nel tempo.

Un paio di settimane orsono obiettivo è diventato il Vietnam, con il grave episodio della piattaforma petrolifera installata tra le isole Paracel, contese tra i due Paesi. Annesse all’Indocina francese in epoca coloniale (1932), anche questo arcipelago è oggetto di conflitto. E mette conto rammentare che scontri al riguardo ci sono già stati. Nel 1974, infatti, la Cina occupò “manu militari” la parte occidentale delle Paracel, costruendovi installazioni e un aeroporto che potrebbe essere utilizzato dalla sua aviazione per effettuare incursioni in molte nazioni contigue come le Filippine.

La reazione del Vietnam alla presenza della piattaforma cinese è nota. I vietnamiti sono animati da un acceso spirito nazionale accresciuto dalla vittoria nel conflitto con gli USA nel secolo scorso. Non hanno mostrato paura e timori reverenziali, al punto che, nel corso di manifestazioni popolari, centinaia di fabbriche cinesi sono state attaccate e si è avuto un alto numero di morti e feriti (inclusi parecchi taiwanesi scambiati per cittadini della RPC).

Adesso giunge notizia di un altro scontro navale, per quanto limitato, con alcuni marinai vietnamiti tratti per fortuna in salvo dopo l’affondamento della loro imbarcazione. E non basta. Cresce l’allarme pure nelle Filippine dopo la notizia che i militari di Pechino stanno costruendo un aeroporto in un altro arcipelago conteso, quello delle Spartly. Il presidente filippino ha commentato che si tratta della “politica delle cannoniere”, ed è difficile dargli torto. Nel frattempo si è sfiorato di nuovo lo scontro aereo alle Senkaku tra cinesi e giapponesi i quali, proprio come i vietnamiti, non sembrano intenzionati a lasciare campo libero ai potenti vicini.

Al di là dei singoli episodi, tuttavia, è chiaro che la Cina sta mettendo in pratica una strategia da grande potenza i cui esiti sono imprevedibili. Anche a causa dell’incertezza della politica estera degli Stati Uniti (di cui Giappone e Filippine, per esempio, sono stretti alleati). A tale proposito qualcuno ha addirittura azzardato un paragone con la celebre “dottrina Monroe”, il presidente USA che nel 1823 enunciò il principio “l’America agli americani” per impedire interventi delle potenze coloniali europee sulla sponda opposta dell’Atlantico. Si noti che in quel modo tanto l’America del Nord quanto quella meridionale vennero in pratica considerate quale zona d’influenza diretta degli Stati Uniti.

Se il paragone è corretto, e ovviamente allo stato dei fatti nessuno può essere certo che lo sia, Xi Jinping e la leadership cinese si stanno attualmente comportando nello stesso modo in Estremo Oriente. L’Asia agli asiatici, dunque? Troppo semplice. L’espressione rammenta da vicino la “Sfera di prosperità comune della grande Asia orientale”, l’ambizioso progetto mediante cui il Giappone imperiale voleva attirare nella propria orbita le altre nazioni di quell’area del mondo. In realtà lo slogan serviva solo a coprire le ambizioni nipponiche di egemonia assoluta. Senza scordare che, al tempo, gran parte delle summenzionate nazioni erano ancora colonie di potenze europee quali Inghilterra, Francia e Olanda.

In realtà la Cina non sembra interessata a progetti di quel tipo. Incurante delle proteste degli Stati contigui, procede senza soste a proclamare – utilizzando le forze armate – la sua sovranità su territori (soprattutto arcipelaghi) da sempre contesi. Senza punto curarsi di interpellare l’ONU e altri organismi internazionali e, forse, contando sulla neutralità dei russi che, pur avendo grandi interessi in Estremo Oriente, cercano un’analoga neutralità cinese in Ucraina e altrove.

Permane infine l’impressione che in Occidente, e in particolare in Europa, non venga percepita in modo adeguato la grande pericolosità della situazione venutasi a creare nel Pacifico. Eppure si tratta di uno scacchiere importante anche dal punto di vista europeo, se non altro per motivi economici.

Il premier nipponico Shinzo Abe sta tentando di costruire un’alleanza con gli Stati direttamente minacciati dall’espansionismo di Pechino, e non sono pochi. Oltre quelli menzionati in precedenza, rammentiamo Corea del Sud, Malaysia, Thailandia, Taiwan. Alleanza però difficile visti gli storici contrasti che li dividono. Qualcuno riuscirà a fermare la Cina? E’ una domanda cui al momento è impossibile rispondere, anche in considerazione dell’attuale debolezza americana.

Featured image, a giant panda, China’s most famous endangered and endemic species, at the Wolong National Nature Reserve in Sichuan

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