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Fenici e Cartaginesi in Sardegna

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

688px-Cartago_location_map_it_svgdi Massimo Pittau. Quasi sicuramente i Sardi Nuragici ebbero i loro primi contatti col popolo fenicio in Oriente, in occasione delle incursioni che essi fecero coi «Popoli del Mare», e precisamente sia in Fenicia, sia in Cipro, sia infine in Egitto, dove i Fenici erano di casa, dato che erano quasi sempre al servizio dei Faraoni. Quelle incursioni, infatti, che sono avvenute fra i secoli XIII e XII a. C., sono precedenti di circa due secoli ai primi approdi effettuati dai Fenici in Sardegna forse nel secolo XI a. C. È molto probabile dunque che siano stati i Sardi Nuragici a frequentare i Fenici nella Fenicia, assai prima che i Fenici frequentassero i Sardi Nuragici nella Sardegna. Da questa importante circostanza si debbono trarre due logiche e necessarie conseguenze:

1) È molto più ovvio e logico ritenere che i più antichi reperti fenici che sono stati trovati in Sardegna, vi siano stati portati non dai Fenici stessi, bensì dai Sardi al ritorno dai loro viaggi effettuati in Egitto, a Cipro e nella stessa Fenicia.

2) La prima spinta all’arrivo dei Fenici in Sardegna sarà venuta dagli approcci che essi avranno avuto coi Sardi nelle citate zone del vicino Oriente. Si può addirittura ipotizzare con verosimiglianza che siano stati gli stessi Sardi a sollecitare la venuta in Sardegna degli abili e intraprendenti mercanti della Fenicia (cfr. M. Pittau, Gli antichi Sardi fra i “Popoli del mare”, Domus de Janas edit., Selargius, CA, 2011).

Circa poi gli stanziamenti che i Fenici avrebbero effettuato in Sardegna si impone l’obbligo di respingere un esempio di quella xenomania da cui si sono finora dimostrati affetti non pochi studiosi della Sardegna antica, xenomania che in questo caso si specifica come feniciomania. Essi hanno sostenuto e sostengono la tesi secondo cui i Fenici avrebbero fondato loro «stanziamenti stabili» nell’Isola e avrebbero addirittura fondato città, da cui avrebbero effettuato tentativi riusciti di penetrazione verso l’interno; e avrebbero fatto tutto ciò in opposizione e cioè contro la resistenza degli indigeni, i Sardi Nuragici.

Questa tesi va respinta innanzi tutto per precise e stringenti ragioni di carattere militare, quelle in base alle quali si sa con certezza che una «testa di ponte» mette sempre in grave “crisi tattica” un qualunque esercito la tenti o la effettui. Non si può affatto ipotizzare, dunque, che «teste di ponte» create dai Fenici in Sardegna in opposizione ai Sardi Nuragici si potessero prima mantenere e dopo allargare nel retroterra. E ciò per due concomitanti e insormontabili difficoltà: da una parte l’enorme distanza di mille miglia esistente fra quelle «teste di ponte» e le loro basi logistiche della Fenicia (l’odierno Libano), distanza che avrebbe impedito il necessario continuo rifornimento di uomini, armi, navi e viveri, dall’altra la circostanza che quelle «teste di ponte» sarebbero state effettuate non in una terra più o meno disabitata, bensì in una terra abitata da un popolo, il quale aveva già espresso grandi capacità politiche, militari ed economiche e che proprio in quel torno di secoli aveva raggiunto l’acme della sua potenza. Nel secolo XI a. C. sarebbe stato del tutto facile per i Sardi Nuragici respingere o distruggere le teste di ponte che i Fenici avessero tentato di effettuare nelle coste dell’Isola contro la loro volontà di padroni di casa. E ciò va detto anche nella supposizione che le basi di partenza dei Fenici non fossero propriamente quelle della lontanissima madrepatria, ma fossero le colonie fenicie dell’Africa settentrionale, ad esempio Utica, fondata, secondo la tradizione, nel 1101 a. C.

Con tutto ciò è ovvio che noi non intendiamo affatto negare che i Fenici abbiano effettivamente stabilito nell’Isola alcune «teste di ponte», ma queste avranno avuto esclusivamente il carattere di «stazioni mercantili» od «empori commerciali» e nient’affatto un carattere militare e inoltre esse non saranno state imposte con la forza ai Sardi Nuragici, ma saranno state da questi consentite, autorizzate e controllate. Inoltre, in base a precise testimonianze relative ad altri popoli antichi, c’è anche da supporre che i Fenici pagassero ai Sardi Nuragici tasse e dazi a titolo di licenza commerciale e di affitto per i terreni occupati nell’Isola, così come in seguito i loro connazionali di Cartagine faranno a lungo a favore degli indigeni dell’Africa settentrionale.

A questo proposito ci piace citare il punto di vista di Emidio De Felice, linguista di notevole autorità, conseguita anche in virtù della sua ampia apertura alla problematica storica e culturale dei popoli: «I Fenici (….) non sono presenti in Sardegna come dominatori e conquistatori, ma solo come navigatori e commercianti, in un rapporto non di egemonia o di prevaricazione rispetto ai Sardi Nuragici, ma di parità e di reciproco rispetto: creano approdi per le loro rotte occidentali – che d’altra parte si svolgono prevalentemente lungo le coste dell’Africa -, basi di rifornimento, fondaci; non vi è traccia di fortezze e di grandi complessi fortificati, e non appaiono infatti in Sardegna i toponimi in ‘gdr “muro di difesa, fortificazione” del tipo Gadir, Gades, presenti invece nell’Africa settentrionale e in Iberia».

Sempre affetta da «feniciomania» e quindi da respingere anch’essa è la tesi, secondo cui i Fenici avrebbero fondato in Sardegna le città di Karalis, Nora, Bithia, Sulci, Tharros e Bosa. Relativamente a Karalis (Cagliari) c’è da affermare che è assurdo ritenere che, molto prima dei Fenici, i Sardi Nuragici non avessero messo occhio e provato interesse per questa località, caratterizzata come era da facili approdi, sia ad oriente che ad occidente, munita di un colle dirupato, facilmente trasformabile in roccaforte, ricca di importanti saline e posta all’imboccatura di quella laguna di Santa Gilla, che non solo era molto pescosa, ma portava anche fino ad Assemini, nella direzione delle risorse agricole del Campidano e di quelle minerarie dell’Iglesiente. Del resto risulta accertato che nell’area di Cagliari lo stanziamento umano risale al periodo eneolitico e forse anche a quello neolitico, come risulta dai ritrovamenti effettuati a Sant’Elia, San Bartolomeo e a Monte Claro. Inoltre è un fatto che il toponimo Karalis è quasi sicuramente sardiano o protosardo, dato che trova riscontro nei toponimi sardiani Carále (Austis) e Carallái (Sorradile) e soprattutto nell’appellativo sardiano caraíli «macigno, roccia, rupe» (Isili, Villaputzu) (DitzLes).

A proposito di Nora si deve considerare che nella cerchia cittadina si trova ancora un pozzo nuragico, sono stati rinvenuti uno stiletto e una navicella nuragici, un elemento costruttivo di nuraghe inserito nel muro del tempio cartaginese di Tanit, elemento che probabilmente apparteneva a quel nuraghe che era situato nell’istmo fino 70 anni fa e che è stato distrutto completamente per la costruzione della odierna stazione militare. E anche il toponimo Nora non è fenicio, mentre trova riscontro in altri due uguali dell’Asia Minore. «I coloni fenici e punici – ha scritto sensatamente il linguista Vittorio Bertoldi – si stanziarono nel centro di Nora già abitato da indigeni, rispettandone il nome».

A proposito di Bithia si è parlato di «interazione dei due elementi – Sardo e Fenicio – », come dimostra il rinvenimento di tombe che hanno dato materiale nuragico. Ma più significativo è il fatto che tutt’intorno alla città si trovano ancora i resti di almeno 8 nuraghi e inoltre che il toponimo è quasi sicuramente sardiano o protosardo.

A Sulci (= Sant’Antioco) sono stati rintracciati i resti di 23 nuraghi, di cui uno sotto le fondamenta del cosiddetto «Fortino Sabaudo», posto a pochi metri da un tempio cartaginese; così come resti di nuraghi esistono ancora nella vicina isola di San Pietro (antica Enosim = «Isola degli Sparvieri»).

Il retroterra di Tharros, cioè tutta la zona del Sinis è punteggiata da nuraghi, due nuraghi esistono nella penisola in cui era situata la città e uno si trovava proprio nella zona del suo tophet. E pure il toponimo Tharros/Tárrai non è fenicio, mentre trova riscontro in quello sardiano Tarrái (Galtellì).

 Per Bosa poi, da una parte è quasi incredibile che si osi affermare che essa sia stata fondata dai Fenici soltanto per la circostanza che vi sarebbe stata rinvenuta una scritta in fenicio – una sola, smarrita dalla fine dell’Ottocento e probabilmente falsa -, dall’altra si sorvoli sul fatto che anche a Bosa esistono resti di nuraghi, uno nella periferia orientale della città e gli altri tre nel suo territorio.

Orbene, siccome è certo che i nuraghi sono stati costruiti dai Sardi Nuragici e non dai Fenici, c’è logicamente da concludere che anche a Nora, Bithia, Sulci, Tharros e Bosa esistevano già altrettanti stanziamenti nuragici, prima che ad essi si affiancassero quelli fenici.

E pure l’antichità degli stanziamenti fenici in Sardegna va grandemente ridimensionata, come dimostra la seguente affermazione dell’archeologo Ferruccio Barreca: «L’archeologia documenta la presenza di Fenici in Sardegna già nel sec. XI a. C., con un frammento epigrafico rinvenuto a Nora. Quel frammento però non è sufficiente a dimostrare la presenza permanente dei Fenici nell’Isola; presenza che è invece sicuramente documentata solo a partire dal sec. VIII a. C., grazie alla scoperta, in luoghi di culto cittadino (tophet), di ceramiche fenicie e greche databili a quel secolo (Sulci e Tharros)».

Concludiamo quest’altro punto dicendo che è indubitabile che in Sardegna c’è stata una “precolonizzazione semitica”, cioè promossa dai Fenici che provenivano dalle loro basi della lontana madrepatria orientale od anche dalle loro colonie dell’Africa settentrionale, ma questa precolonizzazione non è stata effettuata in opposizione o contro la volontà dei Sardi Nuragici, bensì è stata da questi probabilmente sollecitata e sicuramente consentita, autorizzata e verosimilmente sottoposta a pedaggi. Ancora è indubitabile che in Sardegna è esistita anche una «colonizzazione semitica», imposta contro la volontà dei Sardi Nuragici, ma essa si è identificata con l’imperialismo dei Cartaginesi, che però è stato di molto posteriore nel tempo, dato che è iniziato – come vedremo più avanti – non prima dell’anno 480, con la seconda spedizione cartaginese in Sardegna guidata dai fratelli Amilcare e Asdrubale, figli di Magone.

*   *   *

Sconfitti nella loro prima spedizione effettuata in Sardegna e guidata da Malco, i Cartaginesi tornarono all’attacco con una più forte spedizione guidata dai fratelli Amilcare e Asdrubale, probabilmente qualche anno dopo il 480 a. C. Questa data, che segna la presenza di reparti mercenari di Sardi nell’esercito cartaginese sconfitto dai Siracusani ad Imera in Sicilia, ovviamente va considerata come il terminus post quem per la seconda spedizione dei Cartaginesi in Sardegna. Questa volta i tentativi dei Cartaginesi di allargare le loro teste di ponte in Sardegna ottennero effettivamente risultati positivi. Ai Sardi Nuragici sicuramente venne meno qualsiasi aiuto da parte dei loro connazionali, sia i Sardiani della Lidia sia i Tirreni dell’Etruria. I primi infatti erano ormai sotto il pesante dominio dei Persiani, i secondi erano ormai sotto la forte pressione della crescente potenza di Roma.

I recenti storici della Sardegna antica ritengono invece che la seconda spedizione dei Cartaginesi per la conquista dell’Isola sia immediatamente anteriore o posteriore all’anno 509/508, al quale risalirebbe il primo trattato stipulato tra Cartagine e Roma. Noi invece seguiamo quegli storici moderni, con in testa Teodoro Mommsen, Ettore Pais e Andràs Alföldi, i quali ritengono che quel trattato non ci sia mai stato e che Polibio che ne ha parlato abbia fatto confusione col trattato del 348/347, il quale definiva i diritti-doveri delle due potenze: i Cartaginesi rinunziano ad ogni mira commerciale nella penisola italiana, mentre i Romani riconoscono che la Sardegna appartiene alla sfera di influenza politica e coloniale dei Cartaginesi. Noi ci limitiamo a far osservare che è pressoché assurdo che Roma, che nel 509/508 era appena uscita da una gravissima crisi interna, determinata dalla cacciata della monarchia etrusca dei Tarquini e dal suo passaggio istituzionale dalla monarchia alla repubblica, avesse la capacità e la forza politica per entrare in un accordo paritetico con Cartagine, che era allora la più grande potenza del Mediterraneo centrale.

D’altra parte, pur prescindendo dalla questione della data anche approssimativa della seconda spedizione dei Cartaginesi in Sardegna, nonostante i sicuri successi sia diplomatici sia militari che avevano consentito a Cartagine di far entrare la Sardegna nella sua sfera di influenza, esistono numerose prove che dimostrano che da un lato il suo dominio sull’Isola tardò parecchi decenni prima di imporsi realmente, dall’altro esso non riuscì mai a includere anche la zona interna e montana dell’Isola, nella quale varie tribù nuragiche mantennero sempre una effettiva indipendenza e autonomia dalla potenza dominante.

D’altronde a noi sembra, in linea generale, che in questi ultimi decenni da parte di alcuni archeologi sia stata enfatizzata in maniera spropositata la presenza dei Fenicio-Punici in Sardegna, in termini antropici, militari e culturali. Essi hanno disegnato e presentato carte geografiche della Sardegna antica, in cui sono tracciate le supposte linee di sistemi fortificati costruiti dai Cartaginesi, di loro strade che sarebbero arrivate fin nella Sardegna interna e montana, di stanziamenti fenicio-punici stabiliti dappertutto nell’Isola, perfino nelle sue zone più interne…. Tutto questo motivato e sostanziato soltanto dalla circostanza di aver trovato qua e là nell’interno dell’Isola qualche anello o collana o statuina o vaso di fattura fenicio-punica e trascurando di considerare che questo materiale poteva essere il semplice frutto del commercio fra i Cartaginesi e gli indigeni sardi, oppure di razzie effettuate da questi a danno di quelli. Peggio ancora: hanno parlato di stanziamenti fenicio-punici in località della Sardegna interna, in cui hanno trovato i resti di capanne di forma quadrangolare (ad es. a Nurdole, presso Nùoro), quasi che i Sardi Nuragici fossero capaci di costruire soltanto capanne circolari e non anche capanne quadrangolari….

Però su questo preciso argomento tali archeologi vengono contraddetti in maniera chiara e decisiva dalla linguistica storica: nell’intero patrimonio lessicale della odierna lingua sarda sono stati trovati appena 7 (sette) vocaboli che derivano direttamente dalla lingua fenicio-punica dei Cartaginesi: ásuma «alaterno», curma «ruta d’Aleppo», grúspinu «crescione», sicchiría «varietà di aneto», sintzurru «equiseto palustre», tzíppiri «rosmarino» (tutti fitonimi), tzingorra «ceriola, anguilla giovane» e inoltre i toponimi Macomer «Città di Merre», Magomadas «Villa Nova» e Mara e Villamar «fattoria». Il che ha fatto giustamente dire al linguista Emidio De Felice che in Sardegna «l’apporto fenicio e cartaginese è insignificante» ed a Paul Swiggers: «(a) nelle zone dove i Fenici e i Punici si sono stabiliti, la cultura autoctona – e gli usi linguistici autoctoni – sono sopravvissuti, e (b) la colonizzazione fenicio-punica in Sardegna era soprattutto una espansione economica, e non era guidata da una politica culturale. Concretamente questo vuol dire che la presenza dei Fenici e dei Punici sull’isola sarda era centrata attorno ad empori ed implicava una interazione molto ridotta fra le popolazioni indigene e i colonizzatori».

Lo studioso tedesco della lingua sarda, Max Leopold Wagner, ha commentato da par suo questi incontrovertibili dati linguistici: «i Punici abitavano le città del litorale, mentre i contadini dei dintorni erano sardi. Singoli punici si erano certamente stabiliti nei latifondi presso le città litoranee ed è probabile che in queste regioni si sia formata una popolazione mista, sardo-punica; ma che, ad ogni modo, non siano esistiti nell’interno nuclei punici importanti, lo prova il fatto che le necropoli puniche di qualche rilievo si trovano unicamente nelle città della costa e che più addentro si è tutt’al più scoperta qualche tomba isolata, come a Sagama e a Geremeas. Condizioni non molto diverse si riscontrano nelle altre regioni che furono in possesso dei Punici, in Sicilia, in Spagna e persino nell’Africa settentrionale, dove i Punici occuparono le città del litorale, mentre il retroterra era abitato dai Libici e vi si parlava la lingua libica».

Questa importante e sostanziale considerazione di carattere linguistico ne implica un’altra di carattere demografico od antropico generale: l’apporto antropico dell’elemento semitico in Sardegna – prima fenicio e dopo cartaginese – sarà stato molto ridotto in tutti i tempi. Una immigrazione notevole di individui di stirpe fenicia e punica nell’Isola è da escludersi con decisione. Certamente è il caso di pensare ad una immigrazione forzata nell’Isola di manodopera servile o semiservile importata e adoperata dai Cartaginesi nelle miniere dell’Iglesiente e del Sarrabus e nei lavori agricoli del Campidano, ma neppure questa avrà mai raggiunto cifre rilevanti di individui e inoltre sarà stata non di etnia fenicio-punica, bensì di etnia africana o berbera. Se tutto questo non fosse vero, non potremmo in alcun modo spiegare la su indicata irrilevanza dell’apporto linguistico fenicio-punico in Sardegna. Del tutto diversa ed opposta invece è stata la successiva posizione di Roma: essa ha “cancellato” quasi completamente la lingua sardiana o protosarda o nuragica – della quale adesso restano soltanto pochi relitti toponimici e pochissimi relitti lessicali – ed ha imposto totalmente la sua lingua latina.

*  *  *

D’altra parte, in termini generali, si deve considerare con la massima attenzione che il dominio cartaginese sui Sardi non fu sempre né dappertutto oppressivo. Esclusi i momenti di guerra effettiva ed escluse le zone dell’Isola che ne venivano di volta in volta investite e coinvolte, esistono numerosi indizi che inducono a pensare a rapporti fra i Cartaginesi e i Sardi Nuragici, che alla lunga finirono col caratterizzarsi come una notevole intesa e stretta collaborazione.

Lo dimostra in primo luogo la circostanza che Cartagine assoldò Sardi e Corsi (evidentemente non soltanto quelli della Corsica ma anche quelli della Gallura) fra le sue truppe mercenarie per le guerre combattute in Sicilia contro i Greci, prima nel 480 a. C. in occasione della battaglia di Imera e dopo negli anni 397-392 in occasione della guerra di Magone contro Dionisio di Siracusa (Erodoto VII 165; Diodoro Siculo XIV 95, 1); lo dimostra la stretta alleanza che si stabilì fra i Cartaginesi e i Sardi contro i Romani nel 259-258 e in seguito nel 215 all’epoca della ribellione di Ampsicora contro i Romani; lo dimostrano i continui approvvigionamenti che in più occasioni partirono dalla Sardegna a favore degli eserciti cartaginesi (Diodoro Siculo XI 20, 4;  XIV 63, 4; 77, 6; 91, 1; 95, 1; XXI 14, 16; Polibio I 82, 7).

Ma la notevole intesa e la stretta collaborazione tra i Cartaginesi e i Sardi Nuragici è chiaramente provata da una importante notizia data da Aristotele (Politica III 9, 1280a 36), secondo cui fra i Tirreni e i Cartaginesi si era determinata una alleanza così stretta e stabile, che gli uni e gli altri erano «come cittadini di una sola città», cioè di un solo Stato. Per il vero questa notizia viene citata abbastanza di frequente dagli etruscologi, però in effetti non ha suscitato in loro particolare attenzione e sufficiente interesse. Ciò evidentemente è avvenuto perché, riferita ai Tirreni dell’Etruria, quella notizia non risulta confortata da altri elementi contestuali, storici e soprattutto geografici. Se invece venga riferita ai Tirreni Nuragici della Sardegna, allora essa si spiega alla perfezione, in quanto viene confortata sia da un preciso contesto storico-geografico, la Sardegna, in cui hanno coabitato e collaborato a lungo i Cartaginesi coi Sardi Nuragici, sia dai numerosi dati storici su citati e commentati, sia infine da un altro dato ancora grandemente significativo: la coniazione di monete sardo-puniche, aventi la testa della dea punica Tanit nel diritto e il nuragico toro col simbolo solare nel verso. La coniazione di queste monete sardo-puniche deve essere considerata non come un fatto occasionale, con finalità propagandistiche in vista della comune lotta combattuta contro i Romani – come finora si è interpretato e detto -, bensì come un fatto che denota e dimostra una effettiva e stabile situazione di intesa politica, giuridica, militare ed economica esistente fra i Cartaginesi da un lato e i Sardi Nuragici dall’altro. Quella emissione di monete sardo-puniche è caratterizzata da una elevatissima valenza dimostrativa, posto che anche nell’antichità il battere moneta era segno e prova di effettiva autonomia politica e giuridica goduta da un popolo, in questo caso dai Sardi Nuragici nei confronti dei Cartaginesi.

D’altronde questa stessa monetazione sardo-punica ci convince anche di un altro fatto assai importante in termini storiografici: l’intesa e la collaborazione politica e militare intercorsa a lungo fra i Sardi Nuragici ed i Cartaginesi – nonostante gli inevitabili episodi di attrito e di contrasto – era fondata anche sulla circostanza che le rispettive economie erano perfettamente complementari fra loro: agricola e mineraria quella dei Sardi Nuragici, artigianale, industriale e commerciale quella dei Cartaginesi.

Tutto questo viene chiaramente confermato da una notizia registrata dai Fasti Trionfali Capitolini: il 6 ottobre del 258 a. C. il Senato concesse al console L. Cornelio Scipione l’onore del trionfo «sui Cartaginesi e sui Sardi» (de Poenis et Sardis). «Questa associazione – ha osservato giustamente lo storico moderno Piero Meloni – fa pensare che i Sardi venissero considerati da Roma come una ben distinta entità etnica, a fianco dei Cartaginesi, su un piano di collaborazione militare, non di subordinazione in qualità di mercenari». Esatta considerazione, alla quale però noi aggiungiamo: «Non solamente Roma, ma a maggior ragione Cartagine considerava i Sardi associati ed alleati, non sudditi né sottomessi». E tutto questo avvenne tale e quale anche al tempo della rivolta di Ampsicora contro i Romani, nell’anno 215 a. C.

L’insieme di tutte queste chiare e stringenti considerazioni ci spinge a ritenere che fra i Sardi Nuragici e i Cartaginesi esistesse un rapporto politico, giuridico, militare ed economico che possiamo e dobbiamo definire «federazione» e precisamente «Federazione Sardo-Cartaginese»; che è esattamente quel rapporto che la importante notizia di Aristotele su riportata lascia chiaramente intendere.

E se tutto questo è vero, è necessario che ci si abitui a chiamare Caralis, Nora, Bithia, Sulci, Tharros, Cornus non «città puniche», come troppo spesso si fa, bensì propriamente «città sardo-puniche», città nelle quali i due nuclei etnici e culturali si mescolavano o almeno convivevano. **

**Studio estratto dall’opera di M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Selargius 2007 (Libreria Koinè, Sassari, tel. 079/275638).

Featured image mappa per aiutare la localizzazione dell’antica cartagine all’interno del golfo di tunisi, fonte Wikipedia.
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9 Comments on Fenici e Cartaginesi in Sardegna

  1. francu pilloni // 3 March 2013 at 21:56 //

    Caro prof. Pittau,
    capisco che, dove non arriva la documentazione scritta e quella archeologica, bisogna rifarsi alla logica e al senso comune delle cose.
    Dunque, se le è così invisa la “feniciomania” che va per la maggiore fra gli intellettuali di palazzo in Sardegna, perché non porta alle logiche conseguenze il suo discorso?
    Lei dà per scontato che tra i Popoli del mare che infierirono tra il XIII e il XII secolo a.C. nelle terre del vicino oriente e in Egitto medesimo, ci fossero i Sardiani, identificabili come i SHRD (Shardana o Sherden). Lei dice anche “È molto più ovvio e logico ritenere che i più antichi reperti fenici che sono stati trovati in Sardegna, vi siano stati portati non dai Fenici stessi, bensì dai Sardi al ritorno dai loro viaggi effettuati in Egitto, a Cipro e nella stessa Fenicia”; e inoltre aggiunge “La prima spinta all’arrivo dei Fenici in Sardegna sarà venuta dagli approcci che essi avranno avuto coi Sardi nelle citate zone del vicino Oriente. Si può addirittura ipotizzare con verosimiglianza che siano stati gli stessi Sardi a sollecitare la venuta in Sardegna degli abili e intraprendenti mercanti della Fenicia”, per concludere con l’enunciazione che è il nocciolo di tutto il suo dire: “è indubitabile che in Sardegna c’è stata una “precolonizzazione semitica”, cioè promossa dai Fenici che provenivano dalle loro basi della lontana madrepatria orientale od anche dalle loro colonie dell’Africa settentrionale, ma questa precolonizzazione non è stata effettuata in opposizione o contro la volontà dei Sardi Nuragici, bensì è stata da questi probabilmente sollecitata e sicuramente consentita, autorizzata e verosimilmente sottoposta a pedaggi”.
    Senza contestare una virgola delle sue affermazioni, anzi prendendole sul serio, le faccio alcune domande precise, a cui, se vorrà, potrà pure rispondere.
    Se i Sardiani si recarono a distruggere le città costiere cananaiche, si può pensare che:
    a) Lo fecero per via di terra? O lo fecero per via di mare chiedendo un passaggio in ponte ad altrui marinerie?
    b) Si portarono appresso, ogni volta che tornavano in patria, oggetti razziati (l’ha detto anche lei), ma anche giovani fanciulle e baldi giovani, a seconda del gusto e del bisogno?
    c) Quanti individui catturati e schiavizzati si portarono appresso in decenni e decenni di scorrerie?
    d) Se colonizzare significa insediarsi in un determinato luogo dopo averlo conquistato, per precolonizzare vuol intendersi un preinsediarsi in un determinato luogo senza averlo prima conquistato, come a dire che i servi avevano occupato le case dei padroni?
    e) Le pare logico e probabile che alcuni “prigionieri” portati in Sardegna con le prime spedizioni possano essere tornati anni dopo a fianco dei loro padroni nei luoghi delle loro origini? (Ricorda il capo dei pirati saraceni che era un bambino sardo rubato in una precedente scorreria?)
    f) Se nei secoli IX, VIII e VII a.C. le terre cananaiche furono oggetto della strategia dell’attenzione (pesantissima attenzione!) del potente impero assiro prima, babilonese e persiano poi, davvero quelle popolazioni avevano voglia, tempo e permesso di spedire armate a “Insediarsi dopo aver occupato” vale a dire a colonizzare la Sardegna e quante altre terre?
    g) Sarà più logico pensare che, in virtù delle precedenti esperienze, molti abitanti costieri delle città cananaiche fuggissero per scampare agli aggressori assiri e babilonesi che venivano dall’entroterra alle loro spalle?
    h) Perché identificare col nomignolo di Fenici, come se fossero un’unica nazione-stato, le popolazioni cananaiche di diverse città-stato, come Tiro, Sidone e altre che lei cita, che avevano diversi dialetti, seppure nell’ambito del semitico, diverse religioni, diverse istituzioni e che erano in contrasto o anche in guerra fra di loro?

    Ora, seguendo la logica e il buon senso, in aderenza a quanto dicono le fonti storiche di cui ha fornito un buon campionario, le popolazioni, che i Greci con disprezzo chiamavano “Fenici”, hanno “colonizzato” l’Isola dei Nuraghi, al tempo della sua massima potenza, allo stesso modo di come gli schiavi d’Africa hanno “colonizzato” le due Americhe, invadendo le coltivazioni di cotone al nord e quelle di caffè al sud.
    Con una sola differenza: i popoli rivieraschi del golfo di Guinea non avevano pensato alla possibilità di “precolonizzare” le Americhe.
    D’altronde, tutto non si può avere!
    Allora, le pare che quando parliamo di Karalis, Nora, ecc. sino a Bosa come città fenice, sia meglio dire “il ghetto fenicio di Karalis”, il ghetto fenicio di Nora, ecc. perché i Signori-giudici sardiani non li volevano neppure frammisti.
    Provi a leggere l’archeologia più realisticamente in questo senso, poi mi dirà che significato hanno cose come “Il Golfo dei Fenici” o la “Rotta dei Fenici”. Almeno che con “rotta” non s’intenda un trasferimento all’indietro come quello di Caporetto.

    ah, un’ultima cosa: so che riporta in altri siti i suoi ragionamenti. Perché non li accompagna anche con le mie osservazioni, seppure non siano all’altezza delle sue proposizioni?

  2. Copio e incollo la risposta del prof. Pittau.
    _________________

    Egregio Signor Maestro Pilloni,
    1) Già qualche anno fa io avevo tratto le ovvie e necessarie conseguenze dalla mia radicale condanna della “feniciomania” da cui risultano affetti alcuni archeologi nostrani: avevo respinto con decisione e condannato come antistorica e antisarda la proposta che era stata fatta di mutare il nome del “Golfo di Oristano” in quello di “Golfo dei Fenici”. Oggi aggiungo che ritengo quella proposta anche “buffonesca”, non migliore che se lo chiamassimo “Golfo dei Dinosauri” o “Golfo degli Alieni”.
    2) Premesso che ringrazio per la Sua dichiarazione di non voler “contestare una virgola delle mie affermazioni”, mi chiede “se i Sardiani si recarono a distruggere le città costiere cananaiche e se lo fecero per via di terra o per via di mare”? Nel mio recente libretto Gli antichi Sardi fra i “Popoli del mare”, Domus de Janas editore, Selargius (CA) 2011, io mi sono preoccupato soltanto di dimostrare la presenza effettiva dei Sardiani o Sherdani fra i “Popoli del Mare” che a più riprese invasero l’Egitto, mentre non mi sono affatto prefisso di trattare a fondo l’intera questione dei Popoli del Mare, anche perché ormai sull’argomento esiste una bibliografia immensa. In quel mio libretto ho tratto le seguenti conclusioni finali: «Siamo di fronte a una massa imponente di connessioni archeologiche e culturali, che legano l’antica Sardegna alla civiltà egizia. E se ne deve dedurre: a) Il materiale archeologico egizio non può essere stato importato in Sardegna dagli antichi Egizi, dato che questo popolo non ha mai espresso una politica imperialistica marittima e nemmeno una vasta attività commerciale nel Mediterraneo e tanto meno nel Mediterraneo centro-occidentale; b) Questo materiale egizio non può essere stato importato in Sardegna dai Fenici, sia perché numerosi elementi di quel materiale hanno una datazione precedente di alcuni secoli all’arrivo dei Fenici in Sardegna, sia per il loro carattere culturale prevalente. Il quale è quello “religioso”, ragion per cui, avendo i Fenici una loro “religione fenicia” differente dalla “religione egizia”, non si capirebbe per nulla il fatto che essi avessero fatto gli esportatori e i “propagandisti” in Sardegna di una religione differente da quella loro fenicia; c) Dunque, il ricco materiale egizio di carattere religioso, assieme con la religione egizia connessa, sono stati importati in Sardegna dai Sardi stessi, a iniziare dall’epoca della loro partecipazione alle imprese dei Popoli del Mare in Egitto (fra il 1230 e il 1170 a. C. circa)».
    3) Dove ho scritto che i Sardiani di ritorno dall’Egitto si siano portati dietro anche “giovani fanciulle e baldi giovani” e poi “individui catturati e schiavizzati”? Come posso rispondere a questioni che io non ho neppure sfiorato?
    4) E tanto meno ho trattato o semplicemente accennato agli Assiri, ai Babilonesi e ai Persiani. Per poter parlare con competenza anche di questi popoli dell’antico Medio Oriente, dovrei possedere una cultura storica smisurata, che invece non ho affatto, ragion per cui non sono in grado di rispondere alle Sue domande e obiezioni sull’argomento.
    5) Lei invece ha ragione a criticare l’uso che io ho fatto della espressione “precolonizzazione fenicia” in Sardegna. Il vocabolo precolonizzazione è senz’altro errato, ma io ho chiarito bene che si trattava semplicemente di «stazioni mercantili» od «empori commerciali» fatti dai Fenici in Sardegna e nient’affatto di “teste di ponte” aventi un carattere militare e inoltre esse non saranno state imposte con la forza ai Sardi Nuragici.
    6) Purtroppo non sono in grado di farLe il favore di inserire, assieme con le mie risposte, anche l’esatto testo delle Sue obiezioni. Da una parte infatti i direttori dei blog insistono sempre sull’esigenza di fare interventi brevi, dall’altro io trovo grandissima difficoltà a muovermi in internet, per seguire il quale purtroppo perdo parecchio tempo.

    Massimo Pittau

  3. francu pilloni // 12 March 2013 at 11:45 //

    Caro prof. Pittau,
    innanzi tutto la ringrazio per la cortese attenzione riservata alle mie note e per l’onestà intellettuale della quale non dubito neppure quando ci “bisticciamo”.
    mi ritengo soddisfatto per quanto precisa e ribadisce ai punti 1 e 2, esposti qua sopra.
    premettendo che non sono un assiriologo e nessun’altra cosa che delinei una specializzazione in storia, tuttavia è patrimonio comunemente acquisto la storia antica pre-romana e pre-alessandrina dei regni del medio e vicino oriente, dalla quale siamo informati che, dopo la scoppola ricevuta dalle scorrerie dei Popoli del Mare e per la successiva conquista da parte dell’Egitto dei Faraoni, dal X sino al VI secolo il territorio oggi libanese e i popoli (organizzati per lo più in città-stato) subirono la prepotenza dei vari imperi sviluppatisi nei territori retrostanti, da quello assiro per primo, a quello babilonese e infine persiano.
    Io le avevo chiesto se le pareva verosimile o anche probabile che da parte città-stato neanche federate, fiorenti economicamente, ma sottoposte al controllo esterno, si potesse avviare un’azione di colonizzazione (vale a dire di conquista per poi insediarvisi) in terre estremamente lontane?
    le ho anche proposto, sotto forma di domanda più o meno retorica, che può essere accaduto un fenomeno più normale, che si è constatato ripetutamente in varie situazioni, quando un gruppo armato assale e vince un altro gruppo: deportazione dei giovani come prede di guerra, oltre che degli oggetti ritenuti preziosi, permanenza più o meno lunga di guarnigioni dei vincitori per presidiare e sfruttare le risorse dei vinti.
    Se è logico e naturale, si può pensare anche a commistioni dei due gruppi, sia nella terra dei vincitori che in quella dei vinti. Commistione neppure difficile da interpretare, se è vero che in fin dei conti erano tutti cananaici, sia gli abitatori della fascia costiera libanese, che i Sherden dei Popoli del Mare.
    Ma se così fosse, quando le città della fascia costiera subirono, secoli dopo, la pressione degli Assiri prima, dei Babilonesi poi, non è pensabile che i nipoti e i pronipoti degli Sherden rimasti si siano orientati per un ritorno in patria? Vale a dire che la presunta colonizzazione da parte dei cosiddetti Fenici, altro non fosse che un ritorno a casa? Anzi, a un ritorno in patria?
    Un’ultima cosa: pur vivendo a Nuoro, le sa che a Cagliari, da una ventina d’anni almeno, vive una comunità di Senegalesi i quali vendono i prodotti del loro artigianato. Attualmente la comunità ammonta a migliaia di individui e hanno lasciato tracce dei loro commerci in molte case, compresa la mia, perché sono attratto dalla materialità e dalla delicatezza delle sculture in legno.
    Il movimento che ha portato i Senegalesi in Sardegna, potrebbe essere in qualche modo chiamato “precolonizzazione”?
    La presenza di Rumeni e di Albanesi negli ovili del centro Sardegna, può significare che la Romania e l’Albania ci sta precolonizzando?
    Se un lettore appassionato di cose sarde legge e legge ancora, le cose sue e le cose di tanti altri, se ha un minimo di buon senso, crederà più alle preocolonizzazioni e colonizzazioni integrali della Sardegna da parte dei “fantomatici Fenici”, o penserà a scambi di tut’altro tipo?
    Si schiererà intellettualmente con i feniciomani di maniera o con Mikkelj Tzoroddu che ha detto e scritto e dimostrato come i “Fenici” siano una pura invenzione?
    So di essere stato lungo, ma spero di averlo fatto per chiarezza.

  4. Egregio Amico Pilloni,

    mi era sfuggita la Sua ultima lettera perché, come ho scritto nella mia precedente, io mi muovo con difficoltà in internet.

    1) Durante la mia lunga vita è avvenuto molte volte che qualche amico mi dicesse: «Vedi di studiare questo, vedi di studiare quest’altro». Ma io non ho mai accettato questo invito: io ho sempre studiato solamente ciò che interessava a me. Pertanto mi dispiace di dirLe che non ci sto a buttarmi nella direzione degli Assiri, dei Babilonesi e dei Persiani, come Lei in effetti mi ha indicato.

    2) Come ho scritto anche nel mio recente libretto Gli antichi Sardi fra i “Popoli del mare” (Domus de Janas editore, Selargius 2011, §§ 34, 35), secondo me gli SHRDN delle iscrizioni egizie erano i Sardiani, abitanti di Sardis, capitale della Lidia, in Asia Minore, mentre i Sardi propriamente detti risultano chiamati col gruppo fonetico TRSH, cioè Tirseni o Tirreni, che significano «costruttori di torri».

    3) Io non condivido la tesi del mio amico Micheli Zoroddu, secondo cui i Fenici non sono mai esistiti, dato che di questo popolo hanno parlato molti autori antichi e parlano molti storici moderni. Chi si taglia le testimonianze degli scrittori antichi e le considerazioni degli storici moderni opera come quel contadino che segava il tronco di un albero standoci a cavalcioni.

    4) Il vocabolo “precolonizzazione” non l’ho creato io. Lo usano sia gli archeologi che gli storici e significa «stanziamento provvisorio ed esplorativo” di un gruppo di individui arrivati ad un certo sito, con l’intento di esplorarlo e conoscerlo in misura sufficiente e di vedere come reagisce la popolazione locale.

    Grazie per l’attenzione che porta ai miei interventi

    Massimo Pittau

  5. giorgio saba // 7 September 2013 at 20:20 //

    Sardi in Lidia venne fondata dai tirreni alla fine del II millennio e quindi non esisteve nel 1178 a.C. quando i Popoli del Mare, sardi e peleset, attaccarono l’Egitto, come testimoniato a Medinet Habu, inotre i bassorilievi del tempio egiziano mostrano guerrieri invasori con abbigliamento analogo a quello dei bronzetti rinvenuti in Sardegna

  6. Avevo già risposto alla medesima obiezione che mi aveva fatto un altro
    mio lettore qualche tempo fa: solamente quegli “ingenuotti” che sono
    gli Americani, anche quando si interessano di archeologia, potevano
    asserire che Sardis è stata fondata non prima della fine del II
    millennio avanti Cristo. Le loro ricerche infatti hanno interessato
    solamente una piccolissima parte dell’area della città, ma non la
    restante, la quale risulta fortemente urbanizzata.
    Inoltre, in un sito
    che risulta abitato in maniera continuativa dagli uomini per numerosi
    secoli è pressoché impossibile trovare reperti archeologici relativi
    alla fondazione di un centro abitato.
    Massimo Pittau

  7. Non è mai troppo tardi!
    Il mio amico Masimo Pitau dice “Io non condivido la tesi del mio amico Micheli Zoroddu”!
    Ora, debbo fare due rilievi al Pittau (con due “t” stavolta).
    1- quando, nel luglio del 2010, andai con mia moglie a fargli visita portandogli in dono il mio libro perché lo leggesse, egli si rifiutò di riceverlo perché non condivideva le mie conclusioni. La visita andò avanti per un po’ ed alla fine il professore emerito, mi disse che avrebbe volentieri dato un’occhiata al libro. Purtroppo per lui, il sottoscritto (che si ritiene ben più SARDO di quanto egli ritenga sé stesso), gli sparò un netto rifiuto, apostrofandolo così: “adesso se lo vorrai leggere, dovrai andare a piazza Castello e comprartelo”. Bene, sono davvero certo che il Pitau (di nuovo la “t” da sola) non sia mai andato in libreria a prendersi il libro! Quindi, il nostro “emerito” non conosce minimamente il contenuto dello stesso! Tuttavia, egli si permette di emettere una sua qualche sorta di sentenza! Inutile notare quanto poco abbia a che fare tal comportamento con l’onestà intellettuale che dovrebbe accompagnare anche un vegliardo di 92 anni, ove egli intenda ancora mettersi in gioco!
    2- quando poi si azzarda a dichiarare cosa mai motivi la sua “non condivisione della mia tesi”, egli paradossalmente afferma: “dato che di questo popolo hanno parlato molti autori antichi e parlano molti storici moderni” ! Davvero stucchevole! Uno studioso come il Pittau, che accetta supino ciò che dicono gli altri, fa capire come egli sia ormai ridotto a vivere la parte della “coda”!
    Del filu ‘e ferru!
    Infatti, uno studioso del suo stampo ha avuto lo stesso pensiero di una signora “non acculturata”, la quale curando la rubrica “lettere al direttore” del giornalino di provincia “unione”, ebbe a rifiutarmi la pubblicazione della lettera in cui argomentavo sul mio libro, perché “le biblioteche erano piene di libri che parlavano dei fenici”! TALE E QUALE LA MOTIVAZIONE DEL PITTAU! Che peccato!
    mikkelj

  8. Fenici?Dove?A parer mio i fenici così chiamati dai greci,altro non erano che i shardana,che fecero rientro dalle terre libiche dopo anni di navigazione.

  9. This is a very interesting discussion. It does seem to me here that the ethnic identity of the ‘Phoenicians’ requires some consideration. Obviously, there was no concept of a modern nation state but a comparison should not be made to, say, the Greek cities and their relationship with the Magna Grecia. They did not even think of themselves under this ‘Phoenician’ terminology but under that of kanaani. If there was ever an ethnic identification amongst the Levantine Phoenicians this emerged with the changing relationships between Tyre and Sidon in the tenth century. In particular, Tyre becomes much more expansionist under Abibaal and Hiram and promotes more of a religious unity with the Melquart cult, ironically sometimes through strategic alliance with Israel.

    But we might well as whether settlers along the coasts of Sardinia saw themselves as one group or many. Then there are a whole series of weaker links between the Levant and Kition, then Carthage, then New Cartagena (literally ‘new new city’). I have little doubt that successive waves of settlement mixed Levantine and Punic strata.

    And Carthage went through dramatic changes: the rise and fall of the Magnoids. Its prime focus is inituially on trade, sea-based trade. There is no reason why Nuraghic cultures could not have lived alongside this, even working together, certainly exchanging. Gradually this had to change following the growing tensions with Syracusa and eventually with Rome too. But I would suggest that the fundamental change comes before any of the wars with the Greeks. The nature of Punic settlement on Sardinia is clearly changed by some point in the seventh century and its relations with indigenous culture also seems to change around this point. It is also worth bearing in mind that it is unlikely that the indigenous tribes of the Nuraghic culture were especially unified and they may have come to different arrangements with foreign visitors?

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