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ETIMOLOGIA DEL VOCABOLO NURACHE, NURAGHE, NURAXI

di Massimo Pittau.

Nurache, nuracche, nuracu, nurahe, nuraqe, nuraghe, nuraxi, nuratzu, muraghe, runache, runaghe «nuraghe, edificio cerimoniale, di carattere e valore religioso e civico» (entro e attorno al quale si svolgevano, in un clima di piena religiosità, tutte le funzioni sociali della tribù; in pratica il nuraghe era la “chiesa parrocchiale” e insieme la “casa comunale” della tribù).

NURAC in una antica iscrizione sul nuraghe Aidu Entos (Mulargia) (suff. –ak).

Diminutivo nurattólu, nuratzólu, murattólu, murathólu, muratzólu.

Norake mitico fondatore di Nora (Pausania X 17 5, Solino IV 1); (Bitti, Nùoro) muragadda, mugoradda, (gallur.) muradda «pietraia, mucchio di pietre, casa diruta».

Toponimi sas Mugaraddas (Orune), Nuragaddu (Porto Torres), Muracesus (Nuraminis), Muragheddu (Loiri), Bia Nuracada (= “strada murata, cioè lastricata”, ossia “strada romana”; Serdiana-Sestu), Nuraccale (Scano M., Suni), Nuracati (CSPS 62, 316, 352), Nuraccioni (Nurri), Nuraceddèa (Gesturi); Nuraddèo (Suni), Nurahetze, Núrahi e Nurahòro (Dorgali), Nuraghetza (Dualchi), Nurachi (Riola S.), Nuracchi (Ruinas), Nuragatta (Pozzomaggiore), Nuragattoli e Nuraghegume (Alghero), Nuragè (Desulo), Nuragiassus (Donori), Nuragoga (Giba), Nuragus (Comune di N.), Noragúgume (anche Nur-; Comune di N.).

Tutti relitti sardiani o protosardi imparentati – non derivati – col lat. murus «muro» (di origine ignota: DELI²), con l’antrp. etr. Muru e con l’appellativo tosc. mora, morra «mucchio di pietre, muriccia».

Rispetto alla base nura/mura «catasta, mucchio di pietre, muriccia, muro» e pure «nuraghe» l’appellativo nurache/muraghe risulta essere un aggettivo sostantivato e il suo significato originario sarà stato «(edificio) murario» oppure «(torre) in muratura» [vedi Nuragh’ ‘e sa mura, Mura ‘e fenugu, Nuragh’ ‘e fenugu, Mura úlumos, Nuragh’ ‘e mura úlumos (Aidomaggiore); Mura ‘e sórighes, Nuragh’ ‘e sórighes «nuraghe dei sorci» (Silanus); dunque mura = nuraghe].

Contrariamente a quanto avevo sostenuto altre volte, dubito che nurache sia da connettere con nurra «mucchio» e «cavità», dato che il primo appellativo ricorre sempre con la -r- debole, mentre il secondo sempre con la -rr- forte (M.P., OPSE, DILS, LISPR; corrige PLS 85-107). Vedi mura².

nuragus (camp.), nuragos (Olzai), nieddu nuraghe (log., VSI) «varietà d’uva nera amarognola, i cui grappoli assomigliano a un nuraghe» (CVS), e relativo vino asciutto paglierino, vedi nurache.**

**Estratto dall’opera Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico (NVLS), di prossima pubblicazione.

1 Comment on ETIMOLOGIA DEL VOCABOLO NURACHE, NURAGHE, NURAXI

  1. Franco inserisco qui feedback da parte del prof. Pittau. ciao.
    ___________________

    Risposte alle osservazioni del Sig. Ins. Franco Piloni.
    1) Pronunziare NURAC dell’iscrizione in caratteri latini del nuraghe Aidu entos di Mulargia con la –C come quella dell’italiano cece è un grave errore, perché riporterebbe l’iscrizione stessa niente meno all’epoca di Sant’Agostino (V-VI d. C.). È del tutto certo, infatti, che nei secoli precedenti la C latina si pronunziava sempre velare sorda, anche di fronte alle vocali /e/ ed /i/, cioè KE, KI. È del tutto certo che Cesare e Cicerone pronunziavano il loro gentilizio Kaesar e Kikero.

    2) Presso tutti i popoli le essenziali funzioni sociali si svolgevano in un clima di totale religiosità, ossia promosse, suffragate e benedette da cerimonie religiose: nascite, pubertà, matrimoni, malattie, morti, morti per fulmini, paci o guerre, carestie, siccità, pestilenze degli uomini e del bestiame, sogni, aspettative future.
    La “prospettiva laica”, differente dalla “prospettiva religiosa”, è stata una recentissima conquista fatta soltanto da alcune Nazioni civili per effetto dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. Si pensi a quanto tuttora la religione influenzi in toto milioni e milioni di Musulmani con la legge della “sharia”.
    Nell’antichità erano molto frequenti, anche presso i Nuragici, il rito della “incubazione” e quello connesso dell’”oracolo”. E proprio per questo attorno a molti nuraghi esistevano le cumbessias o muristenis per il sogno incubatorio dei fedeli, sogno che un commentatore di Aristotele, Filipono, dice che duravano anche 5 giorni (evidentemente provocati da particolari sonniferi). Avuto il sogno i fedeli entravano nei nuraghi, in molti dei quali esistono tuttora finestrelle, canali acustici e scalette nascoste che, da mezzanini particolari sfociano dietro alcune delle varie nicchie che esistono in tutti nuraghi. Qui si muovevano ed operavano le Bitiae (di cui parla Solino, I 101) o Pitie o Pitonesse che davano ai fedeli il responso sui sogni da loro avuti.
    Alle capacità divinatorie dei sogni gli antichi credevano moltissimo e ci credeva perfino il filosofo materialista Epicuro (d’altronde tuttora moltissime persone credono ancora ai sogni!).

    3) In tutte le lingue esistono i “vocaboli omofoni”, i quali hanno la stessa forma fonetica, ma un significato differente. Pertanto il fatto che nella lingua sarda il vocabolo mura significhi «mòra», cioè bacca del mòro, non impedisce affatto che esista anche il vocabolo omofono mura col significato di «nuraghe». E ciò avviene non solamente in tutti i paesi dell’altipiano di Abbasanta, ma anche qua e là, in paesi dell’area logudorese.
    In quei paesi la perfetta corrispondenza di mura con nuraghe è chiarissimamente dimostrata, fra l’altro, dai toponimi Mura ‘e fenugu e Nuraghe ‘e fenugu, Mura ‘e sórighes e Nuraghe ‘e sórighes. Si chieda il Pilloni cosa mai potrebbe significare, nella sua ipotesi, il toponimo Mura ‘e fenugu inteso come «mòra del finocchio selvatico».

    4) La bella spiegazione di nuragus «uva dal grappolo rassomigliante a un nuraghe rovesciato» è stata data dall’avvocato Antonio Senes di Bolotana, autore della bellissima opera «Curiosità del Vocabolario Sardo», Sassari 1984, II edizione. Sul piano pratico o effettivo il Senes conosceva la lingua sarda come nessun altro: certamente molto meglio dello stesso Max Leopold Wagner (ripeto ed insisto sul piano pratico o effettivo).

    Dato che io non sono un enologo né particolarmente affezionato al vino, confesso di aver preso la definizione del vino nuragus da un altro autore, che però forse ha sbagliato.
    A questo proposito è necessario fare una importante precisazione: i linguisti nei loro scritti fanno numerosissime citazioni di opere consultate e per questo, per evidenti necessità tipografiche, fanno un grandissimo uso di sigle di opere. Ciò detto, chi contesta una tesi di un linguista ha il dovere di andare a consultare prima le opere che il linguista cita con le relative sigle. E a proposito di nuragus io ho citato appunto le sigle di due opere.
    Però ringrazio l’Ins. Pilloni sia per l’attenzione che mostra per i miei interventi, sia perché mi ha dato l’occasione di precisare meglio qualche mia tesi.

    Massimo Pittau

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