PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Yara

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

 

Sulle storie delle donne e sulla primavera che arriva…

«Non avvicinatevi al fiume, quando il sole tramonta, non avvicinatevi al fiume perché c’è Yara che vi invita, coi capelli verdi colore delle pietre miraquitãs… State attenti figli miei, se Yara vi chiama, perché Yara è fuoco dentro l’acqua, è luna, è un canto che non finisce…»** così scriveva Márcia Theóphilo nella sua poesia “Yara”(1979).  Una poesia che sa di antichi miti e di riti, di giungla amazzonica, di fiumi, di fiori. Di primavera che arriva. Yara, del resto, significa proprio “come la primavera”, e nelle sue radici indiane vuol dire anche “cascata d’acqua”, “regina dell’acqua”.

Yara, da noi questo nome è stato spesso confuso con quello di Sarah. Yara e Sarah. Entrambe giovanissime. Molto belle. Accomunate dallo stesso infelice destino. Come nel caso di Sarah, e come purtroppo accade sempre nel Bel Paese, la tragica vicenda della piccola Yara Gambirasio è diventata, suo malgrado, motivo ed emblema di campagne molto discutibili. Perlomeno curiose. Promosse finanche da movimenti rappresentanti ideologie ed orientamenti intellettuali apparentemente agli antipodi. Tra queste campagne, non posso non includere anche quelle oramai formalizzate, istituzionalizzate e decorate di conseguenza come solo noi italiani riusciamo a fare. Nel caso specifico parlo di quella che a queste latitudini si continua a chiamare la “festa della donna”.

La festa della donna! Non so perché mi ricorda la sagra della “pecora arrostita” che si celebra ogni anno, a Luglio, nel bellissimo bosco di Santa Barbara in quel di Villagrande Strisaili, in Ogliastra. Premetto che anche di una simile manifestazione se ne potrebbe fare a meno, dato che nei nostri paesotti satolli le specialità locali e più vegetariane non mancano certamente per riempire la pancia. Non vorrei passare per qualunquista ma sarà per vocazione naturale (proprio formata alle pendici di quella Grande Montagna, il Gennargentu, che mai nulla ha tolto alla mia dignità di spirito incarnato in un corpo femminile), sarà perché ho sempre vissuto in quel di Dublino, dove nessuno si è mai sognato di farmi gli auguri in quanto donna, trovo davvero difficile accettare questi riti nazional-popolari.

Dirò di più! C’è una parte offesa in me, c’è un sentire che non sopporta una celebrazione della mia femminilità così palesemente infarcita di cultura machista e dominante. Mi chiedo se verrà mai un tempo nella nostra nazione dove la donna sarà donna, punto e basta. Con tutto quel che ne dovrebbe seguire, prima di tutto a livello di considerazione della sua Essenza. Mi chiedo se verrà mai un tempo nella nostra nazione, dove si potrà finalmente muovere oltre e parlare invece del rispetto dovuto a tutti gli Esseri, ciascuno con le proprie specifiche necessità. Francamente se ne comincia a perdere la speranza, laddove sembrerebbe mancare una coscienza di questa esigenza proprio in quel mondo-delle-donne apparentemente felice di vivere in un regime di amministrazione controllata (vedi celebrazioni nella giornata di ieri e riti più o meno commerciali collegati). Ma nel Paese dei Santi dei Poeti e dei Navigatori, le peripezie dell’universo femminile e di chi, suo malgrado, per triste destino o tragica contingenza di vita, ne assurge a simbolo, non finiscono qui. Basti pensare, per esempio, alle numerose uscite, fatte da personaggi diversi anche nelle trasmissioni del servizio pubblico nazionale, e che continuano a presentare Yara come una novella Santa Maria Goretti.

Senza rispetto per nessuno, né per la Santa, né per Yara, né, soprattutto, per le migliaia di giovani vittime che la forza fisica per resistere la violenza non l’hanno avuta, ma che di sicuro non meritano note di velato biasimo, per quanto non volute. Storie tragiche di donne, loro malgrado sempre uguali a se stesse. Storie tragiche di donne costrette, per difendersi, a diventare sempre un poco streghe. Sulle nostre sponde indifferenti come dentro la foresta amazzonica.  Proprio come bene sapeva e bene raccontava la saggia nonna paterna di una Márcia Theóphilo bambina:«Non avvicinatevi al fiume, quando il sole tramonta, non avvicinatevi al fiume perché c’è Yara che vi invita, coi capelli verdi colore delle pietre miraquitãs… Guardatevi da Yara quando vi chiama per nome, sono abissi, evocazioni per le quali non si è mai preparati, guardatevi da Yara quando vi chiama per nome…»**.

** “Yara” dal libro “Catuetê Curupira” di Márcia Theóphilo – 1979.

Immagine nell’articolo: free clipart.

Rina Brundu

09/03/2011

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2 Comments on Yara

  1. Francesca Montomoli // 10 March 2011 at 14:13 //

    Una voce contocorrente. Brava. Ci vuole coraggio a scrivere fuori dai denti che nel nostro Paese si mercifica sotto mentite spoglie. Nel senso che si riesce a trasformare in offesa persino ciò che dovrebbe essere omaggio come l’8 marzo, nel senso che si fa audience trasformando uno stupro o una morte in “qualcosa” in cui ruzzolare con lo stecco per acuirne l’odore.
    E capita spesso che anche quando si pensa di far bene è così facile far male.
    Anche a me è venuto un leggero moto allergico a sentir parlare di “santità” senza nulla togliere alla vittima e al “suo” orrore, non sono meno vittime, non hanno subito meno orrore tutte quelle donne che non hanno avuto la forza di difendersi o non si sono difese per salvarsi la vita o forse semplicemente hanno incontrato un aguzzino più freddo, diversamente disturbato, in cui la voglia di uccidere e punire non ha sopraffatto quella di stuprare.
    Qualcuno a proposito di Santa Maria Goretti ha scritto “Povera Santa” e “povero assassino” non certo per pietà nei confronti del “bieco figuro” ma per sottolineare il vizio, ahimè non solo italico, di muovere in parata e strumentalizzare.
    Nell’impeto di consolare l’inconsolabile dolore di una povera madre e un povero padre si passa coi cingoli su un tappeto di vittime “meno fortunate” stuprandole di nuovo in gruppo davanti alla tv o leggendo i giornali. Povera Santa e povero assassino, strumenti di un gioco che di loro non si cura affato.
    Io stessa forse esagero nei toni, perchè troppo spesso e troppo facillmente si perde la visione d’insieme delle cose, magari con buone intenzioni, ma più spesso per riempirsi la bocca o per sembrare migliori.

  2. Si, sto pensando di cambiare il nome del sito e di chiamarlo “Controcorrente”.
    Scherzo. Grazie Francesca per il tuo dare una preziosa mano a fare di Rosebud un sito serio, dove ancora si può parlare in libertà. Ciao. RB

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