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Canto di Natale

Storie di anime dimenticate e di clochard… 2010

di Rina Brundu. A Christmas Carol (Canto di Natale, 1843), è una delle novelle più popolari del grande autore inglese Charles Dickens. Racconta la storia del vecchio avaro Ebenezer Scrooge o, per meglio dire, la storia della sua redenzione morale propiziata dall’anima trapassata del socio in affari Jacob Marley e dalle visite degli spiriti natalizi presenti passati e futuri. Sullo sfondo c’è l’Inghilterra della prima rivoluzione industriale, dello sfruttamento minorile, dell’analfabettismo di classe e multi-generazionale. Sullo sfondo c’è la simpatia di Dickens per le anime dimenticate e la memoria delle tante umiliazioni sofferte da ragazzo.

Sullo sfondo c’è anche un’età vittoriana che guardava con nostalgia alle sue tradizioni, anche natalizie, e che ha grandemente contribuito a colorare di suo lo spirito dei festeggiamenti moderni. Da qui l’albero addobbato, da qui gli auguri scambiati in bellissime cartoline colorate, da qui quell’impronta più nordica che dà a questa ricorrenza un’atmosfera davvero particolare. Non so invece da dove arrivi quella modalità magica, caratteristica di questo specialissimo tempo del nostro vivere, e che – alla maniera del vecchio Scrooge – ci induce a fermarci un tanto di più e a riflettere.

Il mio vecchio parroco permettendo, considero tale modalità prodigiosa soprattutto una convenzione. Una convenzione imposta dalla nostra anima e dalle sue necessità. Necessità ribadite, credo, anche durante ogni altro giorno dell’anno, ma che per ragioni multiple fanno più fatica a far sentire le loro ragioni sotto il solleone estivo. Di sicuro, in questo inverno straordinariamente gelido, iniziare un percorso di crescita personale non dovrebbe essere troppo difficile, finanche senza i servigi dei portentosi visitatori che hanno reso unica l’angosciante notte di Scrooge. In verità, sarebbe sufficiente guardarsi un po’ intorno, o dare un’occhiata anche solo distratta alle notizie-che-non-fanno-notizia tra le pagine sempre più ridotte-all’osso dei quotidiani.

Si scoprirebbe allora che questo Natale 2010 non è poi in fondo troppo diverso da quelli che raccontava Dickens. E che la disperazione, la solitudine, l’abbandono, l’infelicità, l’avarizia e la stupidità dei tempi digitali hanno sempre lo stesso sapore amaro di ieri e di ieri l’altro. A testimoniarlo basterebbe la storia dell’ennesimo clochard trovato morto di freddo in quel della ricca Varese. Dicono si chiamasse Mario Antonio Napolitano e fosse uno dei molti senza tetto della città. Aveva 64 anni, era nato a Saronno e probabilmente non avrebbe mai immaginato che i suoi cinque minuti di notorietà sarebbero stati interamente destinati alla maniera infelice con cui avrebbe lasciato questo mondo.

Come Mario se ne è andato Sergio Manunza, 54 anni, nato a Cagliari ma morto nella più lontana città di Torino. Anche lui di freddo, anche lui colto di sorpresa  nel suo giaciglio di fortuna. Di malafortuna. Proprio come quella che ha accompagnato il destino dell’immigrato rumeno ucciso dalle temperature polari nelle campagne del viterbese solo due giorni fa. E proprio come quella che da sempre accompagna le tante anime dimenticate che si spengono ogni giorno – tra la generale insensibilità – nel cuore della nostra società moderna e satolla.

Sullo sfondo c’è dunque l’Italia della prima rivoluzione digitale, dell’indifferenza per partito preso, dell’analfabettismo emozionale di ritorno, della cultura dello scaricabarile. Sullo sfondo c’è ancora il frastuono fastidioso procurato dalle infinite tempeste mediatiche senza senso, dalle mille e inutili schermarglie pseudo-politicheggianti, dalla cultura dell’apparire che non sa offrire simpatia alcuna: Canto di Natale 2010. Appunto!

Nel disegno: uno dei visitatori di Ebenezer Scrooge, lo spirito del Natale Presente.

2 Comments on Canto di Natale

  1. Ho incontrato Sergio ad inizio Ottobre, una sera, mentre insieme ad un amico sedevo in piazza Castello, a Torino. Sentendoci parlare di Cagliari con accento sardo si avvicinò, ci disse che anche lui era dell’isola e iniziò a raccontarci alcune delle peripezie della sua vita. Ci offrì anche un sigaro, ricordo la marca: “amigos”. Lui, senza niente, offrì qualcosa a noi “ricchi” studenti fuori sede che, penso adesso, in questo periodo possono permettersi di lasciare vuota la propria stanza torinese iper-riscaldata per tornare dalla propria famiglia per le vacanze di natale. Sergio non aveva né una stanza né una famiglia.

    “Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare, così solita e banale come tante,
    che non merita nemmeno due colonne su un giornale o una musica o parole un po’ rimate,
    che non merita nemmeno l’ attenzione della gente, quante cose più importanti hanno da fare,
    se tu te la sei voluta, a loro non importa niente,
    te l’ avevan detto che finivi male…” F. G.

  2. Mi dispiace non avere un nome M da usare per ringraziarti. Grazie davvero per questo bellissimo ricordo che lasci. Non mi stupisce che Sergio abbia potuto fare questo gesto. Lo penso tipico di noi sardi, quando fuori dalla nostra isola, e lo penso tipico di ogni anima bella. E grazi anche per queste bellissime parole di Guccini… credo. Buon Natale.

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