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God save the prince

Sugli scontri studenteschi a Londra e sull’Islanda sul Tamigi

di Rina Brundu. Per carità, siamo felici che tutto si sia risolto per il meglio! Tanto più che non approviamo le manganellate da qualunque parte queste arrivino. Il comunicato ufficiale, nel quale ci rassicurano che il Principe Carlo e la moglie Camilla Parker Bowles sono infine arrivati sani e salvi a teatro, dopo aversela vista brutta con gli studenti inglesi che mettevano a ferro e fuoco il centro di Londra, ci rende felici. Ci associamo pienamente anche a coloro che hanno definito delinquenti, invece che studenti, quei teppisti che hanno attaccato la Roll-Royce reale, e hanno fatto notare come un problema sicurezza sia stato sicuramente messo a nudo nella pur blasonata storia di Scotland Yard e/o dei servizi britannici che della protezione della famiglia reale si occupano.

Detto questo però non si può non restare perplessi sul come, questo increscioso incidente, abbia spostato immediatamente l’attenzione della Stampa e della Politica inglese (et non) dal vero problema che, a mio modo di vedere, andrebbe discusso. E, ferme restando le esagerazioni di alcuni deficienti e di cui si è detto, il nodo del problema resta l’infelicità studendesca dopo l’aumento delle tasse universitarie deciso dal Parlamento. Per chi non avesse idea di cosa si sta parlando, ricordiamo che le tasse sono state triplicate su base annua e che gli studenti inglesi hanno visto passare il costo-studio da 3000 a 9000 sterline. Una enormità!

Una enormità per i figli di nessuno che, in una società ancora incredibilmente difensiva di privilegi natali datati, fanno fatica come pochi altri loro colleghi europei ad immaginare un futuro diverso da quello dei loro padri. Una enormità soprattutto nell’Islanda sul Tamigi come è stata brillantemente definita la Gran Bretagna post-crisi da un commentatore politico. Stupisce infatti che mentre l’attenzione di tutti sia concentrata sulle problematiche dei PIGS (che certamente non sono poche), con l’Italia buon runner-up nelle preoccupazioni quotidiane e molto interessate dei mercati internazionali, nessuno punti l’indice contro l’isola di Albione.

Eppure, questo Paese, durante il grande boom techno-finanziario dell’ultima decade, è stato madre e matrigna con-le-mani-in-pasta di quella piccola Irlanda che nel vortice-deleterio ci si buttava mani e piedi. In particolare, la Borsa di Londra e i santa-sanctorum finanziari londinesi erano centro nevralgico e decisionale della maggior parte delle operazioni che si svolgevano in quel di Dublino. Non a caso, salvando Dublino, Londra ha semplicemente contribuito a salvare se stessa. O a provarci almeno. Già perché, con il settore finanziario in crisi disastrosa e quello immobiliare che non è da meno, la Gran Bretagna è caduta in una depressione economica senza precedenti nella sua Storia recente, storia fatta di grande crescita senz’altro, ma finanche di discutibili velleità post-imperiali neppure tanto nascoste.

Oggidì, la cruda verità racconta quindi di milioni di sudditi di Sua Maestà (e dunque anche del futuro re Carlo) che chiedono sussidi, racconta di un debito pubblico allarmante e di infiniti tagli nel settore pubblico fino alla paventata opzione che porterebbe al licenziamento di  mezzo milione di dipendenti statali. In questo contesto tuttaltro che allegro, anche l’incidente del vetro rotto della Roll Royce imperiale (per quanto, lo ripetiamo, faccenda deprecabile) dovrebbe essere visto nella giusta prospettiva. E, piuttosto che diventare elemento capace di oscurare le sensate rivendicazioni dei tanti giovani scesi a protestare perché davvero preoccupati per il loro futuro, avrebbe dovuto trasformarsi in occasione-mediatica capace di dar loro man forte. Anche con l’aiuto del loro futuro re.

Diversamente da quell’oscuro commentatore politico di cui abbiamo già detto, noi non crediamo neppure che l’isola di Albione sia in pericolo default come lo è stata a suo tempo la terra di Snorri Sturluson. È innegabile tuttavia che in questi tempi difficili nessuna nazione europea possa ritenersi al di sopra delle altre, o depositaria di chissà quali insegnamenti profondi. Bello sarebbe quindi se anche in Gran Bretagna, i tabloid, i giornali e i giornalisti si dedicassero con maggiore attenzione ed impegnata dedizione alle problematiche locali che premono, invece di coltivare il vizietto del distribuire sentenze a-gratis sulle magagne delle altre nazioni, Italia compresa, come continua ad accadere ad ogni levata di vento. Per la serie, ma guarda da che pulpito viene la predica!

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