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On leadership: la vision

Sul Nobel per la Fisica 2010 ed altri particolari minimi

di Rina Brundu. Per certi versi mi viene da dire che, per un leader, realizzare la propria vision sia sinonimo di realizzare il proprio destino. Insomma, significa espletare il compito per cui è nato/a, superando tutte le difficoltà e gli ostacoli che immancabilmente si presenteranno sulla sua strada. Soprattutto, scavalcando il naturale scetticismo procurato dai propugnatori di visioni-altre.

Credo che questo possa essere successo anche ad Andre Geim e Konstantin Novoselov, i due scienziati Premi Nobel per la Fisica 2010 che, con le loro ricerche sul grafene, sono riusciti a regalare all’umanità un avveniristico materiale costituito da uno strato monoatomico di atomi di carbonio. A leggere le informazione riportate sul sito dedicato al Premio, Geim e Novoselov “hanno estratto il grafene da un pezzo di grafite e poi….adoperando un normale nastro adesivo sono riusciti ad ottenere una scaglia di carbonio dello spessore di appena un atomo. Il tutto, in un’epoca in cui molti pensavano che rendere stabile un materiale cristallino così sottile fosse impossibile”.

Le applicazioni di questa scoperta, nei più svariati campi, sono di quelle capaci di trasformare la nostra percezione del mondo e di noi stessi. Un risultato eccezionale portato avanti, immagino, con la testardaggine che solo una vision definita e cosciente della sua necessità di realizzarsi può consentire. Certo, non tutte le vision hanno questa rilevanza per il futuro-dei-più, ma tutte le vision, per quanto minori, hanno la capacità di generare focus e imprimere una straordinaria spinta accelerativa al nostro desiderio di fare. Dunque hanno la capacità di renderci migliori. Di renderci utili agli altri.

Tuttavia, non è davvero facile riuscire nell’intento. Meno che meno in Italia, causa la nostra naturale inclinazione alla diffidenza e a riverire lo status-quo per partito preso. Insomma, nel dubbio, meglio salire sul carro del “venerato maestro”, se poi la “brillante promessa” manterrà i suoi impegni “noi l’avevamo detto” e “teniamoci pronti a saltare”. Peccato che così facendo ci si dia la zappa sui piedi, di fatto, condannando la nostra nazione a quell’arretratezza mentale e a quella subordinazione tecnologica che è oramai sua da quasi mezzo millennio. O giù di lì.

Volendo si potrebbe pure aggiungere che, nel Bel Paese, realizzare-una-qualsiasi-vision, politica, economica o di altra natura non è facile neppure per qualcuno più navigato di una “brillante promessa”. Basti pensare che, nel caso di una vision politica, da concretizzarsi dentro un nostro contesto democratico moderno, il mero know-how tecnico necessario per portarla a compimento, deve almeno almeno comprendere e includere una capacità diplomatica e negoziatrice non indifferente. Mettere in cantire tutte queste qualità non è semplice per nessuno. Emblema di questa difficoltà può essere senz’altro considerato il recente fallimento del progetto politico PDL della destra moderata italiana. Ma non solo.

Le vision-economiche non pongono minori difficoltà. Soprattutto nelle regioni del nostro mezzogiorno dove manca quella cultura-del-lavoro che è conditio imprescindibile per pensare di realizzare il proprio progetto. Almeno, per pensare di realizzarlo con una piena coscienza degli ostacoli che possono presentarsi, delle difficoltà che occorrerà superare, delle modalità più adatte per superarle e delle tempistiche di realizzazione. Di fatto, il leader oltre a coltivare la sua vision è costretto a fare uno sforzo in più, non per convincere il terzo a farla sua, quanto piuttosto per convincerlo che qualcosa può esistere in nuce, oltre il tangibile.

Non è neppure un caso quindi, che i nostri leader veramente meritevoli di questo titolo siano davvero pochi. Piuttosto, è consequentia rerum.

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