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Apologia della menzogna

Sul tratto shakesperiano nel dramma Sarah Scazzi

di Rina Brundu. Il caso Sarah Scazzi sarà certamente uno di quei momenti-delittuosi balzati alla ribalta delle cronache nazionali che risulterà davvero difficile dimenticare. Credo che le immagini da Avetrana ci accompagneranno per il resto della nostra vita. E insieme a quelle il ricordo dei volti degli attori che hanno inscenato questo macabro dramma famigliare moderno, il ricordo delle loro esistenze di provincia, delle loro parole, dei loro pianti, delle loro paure e principalmente delle loro molte menzogne.

Sì, perché il dramma Scazzi è stato anzitutto un’indimenticabile apologia della menzogna. Un vero e proprio play shakesperiano nella sua essenza. Un play shakesperiano che non si è fatto mancare di nulla. Non si è fatto mancare la sua tragica eroina, white-ewe Desdemona, non si è fatto mancare un anti-eroe Iago (seppure declinato al femminile), personaggio negativo per eccellenza, animato da risentimento e da gelosia, principe nell’arte del complotto teso ad istigare il crimine, e naturalmente non si è fatto mancare il suo Otello-sui-generis, suo malgrado vinto dal demone della lussuria.

Ma non si è fatto mancare neppure i giochi-di-trama, i colpi di scena, un background sociale e culturale sostanziale fatto di numerosissimi characters ordinari e diversi ad un tempo. Personaggi a loro modo importanti, a loro modo capaci di farsi ricordare per le particolarità e prima di tutto per i vizi che rappresentano. Vizi che non sono da intendersi come biechi atteggiamenti negativi da contrapporre alle virtù, ma che sono sopra ogni cosa tratti tremendamente umani nel loro proporsi quali tarli-dell’essenza, perversioni insite nel nostro ruolo di comparse nel più grande teatro che è il mondo. Una di queste, la nostra naturale tendenza a difendere noi stessi e le nostre azioni (per quanto criminali), a qualunque costo e a dispetto di ogni evidenza. Una apologia della menzogna, appunto.

Una apologia della menzogna immortalata in maniera davvero speciale dall’occhio cinico, finanche guardone, avido, delle telecamere. Occhio cinico, finanche guardone, avido, che però ha contribuito, in maniera fondamentale, a mettere in risalto tutto il grottesco della nostra condizione umana. Soprattutto la miseria della stessa quando vinta da sentimenti minimi quali l’odio, la cattiveria, la gelosia, il desiderio di vendetta, l’incapacità di gestire le nostre stesse vite a meno di riuscire nel rimuovere dal nostro cammino gli altri, diventati nel frattempo dei veri e propri ostacoli.

C’è tutto Shakespeare in questa storia dunque, o per meglio dire ci siamo tutti noi in questa brutta faccenda. Temo però che l’effetto catartico, proprio come a teatro, durerà giusto il tempo della recita. Nello specifico, non parlo naturalmente del piacere procurato alle nostre tendenze istintive minime (quali quelle di indugiare troppo sulle disgrazie altrui, considerandole false, finte rispetto agli accadimenti che possono turbare la nostra realtà quotidiana), e testimoniato dall’audience che hanno fatto e tuttora fanno i programmi che si occupano di questo terribile delitto, quanto piuttosto della capacità di immedesimarci nella storia fino a comprenderne appieno la sua significazione. E dunque della nostra capacità di crescere con quella.

Insomma, per quanto le immagini da Avetrana, i volti degli attori, le loro parole, le loro menzogne nonché le loro infauste azioni ci accompagneranno per il resto della vita, mi sorge il dubbio che la loro carica didattica si perderà facilmente. Velocemente. E che alla fine la sublimazione di questo dramma moderno in play shakesperiano sarà completa. Ovvero, ci consoleremo pensando che sono tragedie uniche, eccezioni più che la norma, un poco artefatte e mediaticamente ingigantite.

E questo basterà a confortare la coscienza. Peccato che Shakespeare raccontava il male con la M maiuscola, quello che vive in noi e non morirà, lasciandoci davvero poche vie di scampo. Quale magra consolazione il solo pensiero che il grande bardo inglese sapeva raccontare da par suo anche il Bene. E che pure l’idea-di-bene non morità mai. Resterà dentro e vivrà in eterno, proprio come il ricordo della dolce e bellissima Desdemona-Sarah.

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