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Le donne afghane protestano in piazza

di Michele Marsonet.

E’ un segnale piccolo, ma incoraggiante. A Kabul e a Herat gruppi di donne afghane – anche se poche – hanno avuto il coraggio di scendere in piazza per rivendicare i loro diritti, e soprattutto quello al lavoro.
Da noi sarebbe giudicato normale, ma in Afghanistan non è affatto così. A questo proposito occorre rammentare che, proprio a Herat, una delle città più progressiste del Paese, nei giorni scorsi i talebani hanno emanato una “fatwa” che proibisce alle donne di frequentare le università.
Tale divieto è stato in seguito esteso all’intera nazione. A differenza di quanto avveniva in passato, tuttavia, parecchie donne non si sono fatte intimidire e sono per l’appunto scese in strada per difendere un diritto che, in quasi tutto il mondo, viene dato come acquisito.
Molte di loro erano velate o indossavano il burqa. Altre, invece, si sono presentate in pubblico a volto scoperto e indossando abiti colorati. Ribadendo di non aver paura, hanno insistito sul loro diritto al lavoro, all’istruzione e alla sicurezza.
In una parola, vogliono essere considerate esseri umani pari agli uomini, e chiedono di poter svolgere tutte le attività che nell’Afghanistan talebano sono riservate ai maschi.
Finora non si hanno notizie di reazioni da parte dei talebani. Gli “studenti coranici”, giunti al potere, hanno fatto qualche timida promessa di governo “inclusivo”, ma nelle loro rappresentanze ufficiali non c’è finora alcuna traccia di presenza femminile.
Hanno solo fatto qualche piccola eccezione riguardante il personale scolastico e sanitario, dove la presenza delle donne è importante. Sono invece scomparse dalla TV e dal mondo dell’informazione in genere.
Negli anni del primo regime talebano manifestazioni di questo tipo erano addirittura impensabili. Le donne erano tutte rinchiuse in casa, e potevano uscire soltanto se accompagnate da un uomo, preferibilmente un parente.

Quando i talebani se ne andarono sconfitti dall’Alleanza del Nord, sostenuta militarmente dagli Stati Uniti, le norme anti-femminili vennero progressivamente cancellate, e le donne ebbero finalmente modo di frequentare liberamente scuole e università, e di praticare mestieri che la legge coranica giudica di esclusiva pertinenza dell’universo maschile.
E’ un dato di fatto, però, che i nuovi talebani non hanno mantenuto alcuna delle promesse di inclusività formulate quando conquistarono i potere (forse per acquisire benemerenze nella comunità internazionale).
E’ ancor più significativo, pertanto, il coraggio delle manifestanti di Kabul e di Herat, pronte a sfidare i nuovi padroni esibendo cartelli e striscioni che inneggiano alla libertà femminile.
Tutto questo è possibile poiché, con la ventennale presenza della coalizione occidentale nel Paese, sono caduti divieti e tabù. In altri termini, le donne cresciute in questo periodo faticano persino a concepire di dover rinchiudersi in casa o di indossare il burqa quando escono accompagnate da un uomo.
Si tratta di un grande cambiamento sociale, al quale non si sa ancora come i nuovi talebani reagiranno. Se dovessero praticare una repressione sanguinosa, si alienerebbero l’appoggio di Paesi come Cina e Russia che hanno adottato finora una posizione di attesa.
Risulta sempre più chiaro che i diritti delle donne, nel mondo islamico, si possono tutelare con una ribellione interna e dal basso, piuttosto che con interventi armati da parte di Paesi terzi.
Ed è ancora più vero quando, da una nazione povera come l’Afghanistan, si passa a superpotenze economiche quali l’Arabia Saudita, dove la condizione femminile non è molto diversa da quella in cui si trovano le donne afghane.

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