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Alberto Asor Rosa, Machiavelli e il “senso” nello studio della Storia tra “conoscenza” e “mutamento”

di Rina Brundu.

Alberto Asor Rosa è un intellettuale molto noto in Italia. In tutta franchezza non mi sono mai presa la briga di studiare la sua ideologia e/o verificare se tale notorietà sia meritata, o se sia un’altra conseguenza di quella moda che usavasi negli anni 70-80 quando tutto ciò che era “sinistra”, o vacanza in quel di Capalbio, faceva “cultura”. Inoltre, nell’Italia prostrata a questo o quel guru è anche difficile trovare manuali di vera critica. Ciò detto, io tendo sempre a rispettare lo studio, la ricerca, l’impegno e questi sono tratti che oggettivamente non gli si possono negare, ragion per cui procederò considerando tale nomea più che meritata, ma procederò pure, anzi, a maggior ragione, usando la mia solita severa vena e metodologia critica.

Scrivo di Asor Rosa perché nei giorni scorsi mi hanno colpito alcune sue considerazioni in un suo libro titolato “Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta” (Einaudi, 2019), e in particolare lo straordinario incipit in cui egli afferma: “L’operazione storica consiste sempre (o almeno nei casi migliori) nel tentativo di far emergere dal passato qualcosa che abbia ancora senso per noi (per questo, com’è ovvio, cambiano costantemente gli interessi storici: a richiamarli in vita, infatti, c’è una continua mutazione delle motivazioni, dalle quali trae alimento il bisogno di continuare a conoscere la storia). Avvertirei però l’esigenza di precisare in esordio, per evitare distorsioni e fraintendimenti, che il bisogno di conoscenza non coincide mai automaticamente (per essere più esatti: quasi mai) con il bisogno di mutamento. Conoscere e cambiare non sono la stessa cosa: anzi, il più delle volte sono diversi, e sovente anche contrastanti (migliaia di esperienze, anche recenti, se non bastasse la conoscenza storica generalmente considerata, ce lo dimostrano). Confondere l’uno con l’altro, o peggio, l’uno in funzione dell’altro, può produrre solo danni al pensiero che ricostruisce e si sforza, nei limiti del possibile, di giudicare”. La conoscenza storica perciò vale di per sé. I frutti che se ne possono trarre pertengono al dominio del sapere e della conoscenza, hanno poco a che fare con le necessità, le esigenze e soprattutto le logiche del mutamento. Niccolo Machiavelli e la sua opera sono esempi straordinari di questa disconnessione. Difficile trovare nella storia un esempio pensante di più radicale impossibilità del sapere di trasformarsi in azione”.

Un incipit straordinario, appunto, come tutto ciò che dà da pensare, ma scorretto da un punto di vista di elaborazione tecnica. Proprio così: tecnicamente barbaro dalla prima fino all’ultima parola. Lo scrivo senza intenzione offensiva, e di fatto dimostrerò il perché del mio scrivere, punto per punto come sono abituata a fare e con l’onestà intellettuale di sempre. Sempre per motivi di correttezza deontologica preciso, inoltre, che io estrapolerò questo meraviglioso incipit – che a mio avviso resta sempre meraviglioso – dal contesto e quindi, ad un tempo, invito chiunque ad acquistare il libro del professore anche perché di Machiavelli, l’ultima testa pensante italiana, pensante e libera, non si dirà o si scriverà mai troppo. Ciò premesso, è pur vero che la scrittura del professore è scrittura ricca, ma come usavasi un tempo anche “antica”, ragion per cui tenterò indegnamente di riprendere i concetti da lui espressi in quell’incipit con alcuni bullet-points riportati qui di seguito, usando il grassetto per sottolineare diversi elementi e/o termini utilizzati dall’autore:

  1. Secondo Asor Rosa “L’operazione storica consiste sempre (o almeno nei casi migliori) nel tentativo di far emergere dal passato qualcosa che abbia ancora senso per noi”.
  2. Secondo Asor Rosa “il bisogno di conoscenza non coincide mai automaticamente (per essere più esatti: quasi mai) con il bisogno di mutamento”.
  3. Secondo Asor Rosa “Confondere l’uno (i.e. il bisogno di conoscenza) con l’altro (i.e. il bisogno di mutamento), o peggio, l’uno in funzione dell’altro, può produrre solo danni al pensiero che ricostruisce e si sforza, nei limiti del possibile, di giudicare”. La conoscenza storica perciò vale di per sé”.
  4. Secondo Asor Rosa “Niccolo Machiavelli e la sua opera sono esempi straordinari di questa disconnessione. Difficile trovare nella storia un esempio pensante di più radicale impossibilità del sapere di trasformarsi in azione”.

Perché sono così interessata ad analizzare questi punti nel dettaglio e ad evidenziarne alcune inconsistenze nella logica cogitativa? Perché ho trascorso il 2020 facendo ricerca storica. Vera ricerca storica, intendo, proprio come usavasi un tempo, ovvero scartabellando documenti vecchi di secoli, sovente malamente conservati in faldoni impolverati, ignorati, dimenticati. E poi, dopo che ho finito quel lavoro – che mi ha arricchito in maniera imponente – ho riflettuto molto su ciò che ho fatto e sulle sue conseguenze. Specialmente sugli effetti che tale impegno ha avuto sul mio spirito. Ne deriva che qui di seguito “risponderò” alle osservazioni del professor Asor Rosa basandomi sulla mia personale esperienza, nonché sul totale know-how acquisito in questi anni di intenso studio della fisica, della filosofia, della filosofia della scienza e naturalmente della storia. Così facendo in realtà non intendo provare che il professore sia in torto – nessuno è in torto quando si applica onestamente nelle attività di studio e cogitazione – ma bensì che vi sono sempre altre prospettive di visione altrettanto valide anche se provenienti da pulpiti umani meno celebrati.

In particolare:

  1. È assolutamente scorretto scrivere che l’operazione storica consista “sempre” nel “tentativo di far emergere dal passato qualcosa che abbia ancora senso per noi”. I miei studi sul nazionalsocialismo himmleriano mi hanno insegnato che così non è, e il motivo è che “il senso” di cui parla il professore, in termini moderni, post seconda guerrra mondiale, risulta sempre connotato al positivo. Cioè qualsiasi professore, oggi, in qualsiasi scuola del globo terracqueo, è tenuto ad insegnare gramscianiamente perché sarebbe la “Storia” che “insegna”. Non è così, o meglio non è “sempre” stato così. Al tempo di Himmler fare ricerca storica significava semplicemente imbastire pseudo-storielle alla ricerca di un mitico e inesistente glorioso passato ariano che sarebbe servito come arma politica contundente per annichilire le masse. Rapportando il tutto ai tempi moderni, la domanda diventa quindi legittima: che “senso” poteva far emergere “dal passato” questa tipologia di impegno? Perché anche quello degli himmleriani era “impegno”, questo lo capirebbe anche un bambino. La risposta la lascio alla montagna di saggistica prodotta su questi argomenti da 70 anni a questa parte e che non ho dubbi il professor Asor Rosa conosca molto bene.
  2. Per quanto riguarda il secondo punto debbo per forza portare l’esempio del mio caso personale. Quando negli anni scorsi io ho iniziato, in maniera più impegnata, gli studi storici che mi avrebbero portato alla riscoperta della mie vere origini etniche, della mia reale identità storico-culturale, io non l’ho certamente fatto perché mossa da un “bisogno di mutamento”, ma perché apparentemente mossa da un bisogno di conoscenza. I due elementi sembravano apparentemente slegati, proprio come predica il professore. Oggigiorno però, considerando l’effetto che hanno avuto su di me tali rivelazioni, tali scoperte su quella che era la reale identità dei miei avi, io faccio molto fatica a non creare l’equazione conoscenza=mutamento. Dirò di più, a mio giudizio, laddove non si sia somari incapaci di capire, o sgherri himmleriani con in mente il solo target dell’incarceramento politico delle masse in schemi definiti, io direi che non vi è nulla che possa portare al “mutamento” come la “conoscenza”. Ne deriva che se possiamo dare alla conoscenza un valore utilitaristico di tipo keynesiano, forse tale “bene” è più legato al “bisogno del mutamento” di quanto avvertiamo a livello epidermico; detto altrimenti la disconnessione vista dal professor Asor Rosa avviene solo apparentemente, appunto!
  3. Non vi è dubbio alcuno che la “Conoscenza storica perciò vale di per sé”! Su questo punto non si può che concordare con Asor Rosa, anzi io toglierei proprio il “perciò” che arreda tale bellissima frase in maniera inutile (ecco un altro esempio del perché parlavo di stile tecnico prolisso in precedenza). Si può anche concordare con ciò che il professore dà ad intendere sottilmente in questo terzo punto, ovvero che quando si fa storia non bisogna tentare di interpretare il passato con il senno del poi, non bisogna pensare che il dato personaggio storico stesse agendo come ha di fatto agito perché mosso da un cosciente desiderio di “mutamento”, men che meno che chiunque di noi agisca per conoscere sia spinto da un cosciente desiderio di mutare. Un simile atteggiamento invaliderebbe senz’altro la qualità della nostra ricerca storica, creerebbe uno strato retorico di superficie che impedirebbe una effettiva conoscenza dei fatti. Detto questo, occorre anche far presente che è in genere molto difficile per qualsiasi storico degno di questo nome giungere ad una “effettiva conoscenza dei fatti”, di qualsiasi fatto, certamente non in questo piano di esistenza; ragion per cui, sarebbe sempre più onesto mettere al corrente gli studenti (o i lettori) che ogni ricerca storica parte necessariamente dal punto di vista dello storico, il quale per quanto tenterà non riuscirà mai ad annullare completamente se-stesso dietro il suo racconto (ad impedirglielo, per esempio, è il contesto culturale in cui scrive, l’era storica mutata), o dietro l’onesta operazione storica effettuata (detto altrimenti c’è un che di himmleriano in ciascuno storico, e raccontarla diversamente sarebbe mentire sapendo di mentire). Quale scapegoat dunque? Come ovviare tecnicamente al problema? A mio avviso in un solo possibile modo: evitando il più possibile di “giudicare”, questo è di fatto lo “scarto” che divide il mio pensiero da quello del professore su questo specifico argomento.
  4. L’ultimo punto è chiaramente un omaggio di Alberto Asor Rosa a Niccolò Machiavelli e da una prospettiva ideale non possiamo non unirci a lui in tale ossequio, dato che Machiavelli, come già ricordato, è uno dei quei rari spiriti della penisola moderna di cui occorre andare veramente fieri. Orgogliosi senza se ne ma. Tuttavia, premesso ciò, da un punto di vista tecnico non posso che dissentire una volta di più. Il problema, infatti, sta nel considerare filosoficamente e in maniera adeguata cosa significa “azione”. A mio avviso, l’errore cogitativo, se così posso scrivere, che compie il professore è quello di analizzare la figura del Machiavelli dalla prospettiva ordinaria piuttosto che da quella straordinaria che meriterebbe. Detto altrimenti, Machiavelli non è il politico che provvede per l’oggi (ecco l’azione o l’inazione a seconda del risultato ottenuto nel dato istante cronotopico), ma lo statista che guarda al domani, laddove la conoscenza non può che farsi equazione con il mutamento. Il mutamento di chi? Il nostro, naturalmente! Quello della gente qualunque, delle masse che con Machiavelli si nutrono di qualcosa di diverso da ciò che insegnava Himmler, e nel tempo coltivano speranza di cambiare la Storia del mondo.

Dirò di più: la cambieranno!

PS Grazie al professor Asor Rosa perché è con incipit così straordinari che si stimola la vera riflessione!