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Storica intesa tra Emirati Arabi e Israele

 

di Michele Marsonet.

Dopo decenni di aperta ostilità, Israele ed Emirati Arabi Uniti stanno procedendo a tutta forza verso una normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Si tratta si una notizia di grande portata, in grado di creare nuovi equilibri nell’intera area medio-orientale.
Finora solo due nazioni arabe, pur tra alti e bassi, avevano compiuto un passo analogo. L’Egitto nel 1978 dopo gli storici accordi di Camp David firmati da Menachem Begin e Anwar el-Sadat sotto l’auspicio del presidente Usa Jimmy Carter, accordi che poi sfociarono nel trattato di pace israelo-egiziano del 1979.
Il trattato, com’è noto, costò la vita a Sadat, assassinato nel 1981 da fanatici islamisti. Seguì poi, pur con minore clamore mediatico, l’accordo di pace siglato nel 1994 da Yitzhak Rabin e re Hussein di Giordania, favorito da Bill Clinton.
Mette conto notare, tuttavia, che il regno hashemita e l’Egitto hanno un confine in comune con lo Stato Ebraico, gli Emirati no. Proprio per questo la novità è importante, poiché testimonia la volontà di una parte del mondo arabo sunnita di terminare lo stato di ostilità permanente con Israele.
E’ inoltre nota la vicinanza degli Emirati all’Arabia Saudita, potenza regionale dominante in ambito sunnita che, dal canto suo, ha già rapporti di collaborazione – neppure troppo nascosti – con Gerusalemme.
Gli Emirati, in cambio della normalizzazione, hanno chiesto e ottenuto la rinuncia israeliana all’annessione dei territori palestinesi in Cisgiordania, il che potrebbe favorire, pur tenendo conto dei molti ostacoli che permangono, l’auspicata nascita di uno Stato palestinese indipendente e riconosciuto ufficialmente da Israele.
Gli Emirati Arabi Uniti, nonostante la loro ridotta dimensione, sono dotati di forze armate piuttosto potenti, già intervenute a fianco dei sauditi in Yemen per contrastare la crescente influenza iraniana in loco.
Ed è proprio l’Iran a subire i maggiori danni dal nuovo accordo. Teheran ha assunto la guida dell’islam sciita contrapponendosi ai sunniti ovunque, e in particolare in Siria dove ha in pratica salvato il regime di Assad appoggiato anche dagli sciiti libanesi di Hezbollah.
L’uccisione da parte degli americani del generale Kasem Soleimani, vera mente strategica di Teheran, ha poi contribuito a ridimensionare l’influenza iraniana nell’intera area. Ed è facile prevedere che, dopo l’esplosione a Beirut, pure Hezbollah vedrà diminuire la sua influenza.

Donald Trump si è subito intestato il successo della svolta tra Israele ed Emirati, ed è probabile che l’influenza Usa abbia pesato parecchio. Non bisogna scordare, però, che il mondo sunnita moderato è da sempre vicino all’Occidente, e agli Stati Uniti in particolare. Ed è preoccupato dall’estremismo sciita degli ayatollah che, oltre a voler fare dell’Iran una potenza nucleare, sostengono con costanza la necessità di cancellare fisicamente Israele.
E’ quindi lecito attendersi una collaborazione sempre maggiore tra Israele e gli Stati sunniti moderati in funzione anti-iraniana. Ciò può avere ripercussioni serie in Siria e in Libano, ma anche in Libia.
Emirati, Egitto e Arabia Saudita sono infatti nettamente contrari all’espansione turca in Libia e nel Mediterraneo, e non vedono di buon occhio le ambizioni neo-ottomane di Erdogan, ora su posizioni nettamente anti-israeliane mentre in precedenza la Turchia aveva ottimi rapporti di collaborazione – anche militare – con lo Stato ebraico.
Bisogna ora appurare come reagiranno i vari gruppi jihadisti che sono forti nel mondo arabo sunnita, e quali saranno le contromosse degli ayatollah iraniani per parare un colpo che si annuncia assai grave per le loro ambizioni (e per quelle dello stesso Erdogan).
L’unica cosa certa è che Donald Trump, in difficoltà nella campagna presidenziale Usa a causa della pandemia e della crisi economica, cercherà di sfruttare sino in fondo l’opportunità di presentarsi di nuovo come vero arbitro della politica internazionale.