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Filosofia dell’anima – Della bellezza e dello spirito olimpico. Di Adam Peaty e di Usain Bolt, davvero come Muhammad Ali?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

1023di Rina Brundu. Dimenticata la figuraccia dei giochi di Atlanta, e forse anche la sconfitta calcistica subita contro l’Islanda ai recenti europei di Francia, bisogna ammettere che la Gran Bretagna sportiva si è ripresa alla grande ed è attualmente seconda nel medagliere dei giochi olimpici di Rio, dopo gli Stati Uniti e prima della Cina.

Tra le tante storie sportive e di vita che hanno costellato questa bellissima Olimpiade, ad avermi colpito di più è stata proprio la storia del giovanissimo nuotatore inglese Adam Peaty, il quale ha letteralmente polverizzato il precedente record dei 100 metri rana. Per certi versi la sua epopea somiglia a quella del character fictional Billy Elliot: la famiglia povera, il talento, le difficoltà del quotidiano, il sogno di emergere e poi la fata turchina impersonata dalla sua attuale manager che lo porterà a realizzarlo quel sogno. Narrano le cronache che la famiglia di Peaty – poi presente e inquadrata dalla regia a Rio, durante la performance del giovane Adam – fosse così povera che fu sempre la manager ad acquistare un’auto per i genitori affinché il figliolo potesse frequentare gli allenamenti.

Ciò che mi ha colpito di Adam Peaty sono stati soprattutto la forza e il sorriso dolce, il sorriso bambino che lo faceva somigliare ad una sorta di Peter Pan impazzito di gioia e ancora incapace di realizzare di essere finalmente arrivato nella sua Wonderland. C’era insomma qualcosa di buono nel volto sorridente di questo ragazzino, qualcosa di non falsato dai tempi digitali, di incorrotto e di pulito.

Sono appunto storie come le sue che mi hanno conquistato allo spirito olimpico che, non faccio difficoltà a dirlo, io non avevo mai avuto. Sono sempre stata una da tifoseria barbara come quelle che testimoniamo durante i vari Mondiali. I campionati di calcio infatti vivono di tutto fuorché di “spirito olimpico” e scagli la prima pietra il vero tifoso che non sostiene solo la sua squadra, che non impreca contro gli avversari, che non dice parolacce a destra e a manca, che non lancia oggetti contundenti verso il televisore o non lo spegne appena la sua squadra perde, etc, etc, etc, con tutto l’usato campionario di imbellicità che ben conosciamo.

C’é del buono anche in questo, naturalmente: a volte nella vita bisogna sapersi schierare ed è indubbio che i Mondiali raccontano una storia a sé; raccontano un momento in cui anche la curiosa communità digital-chic dei tempi digitali si lascia andare ai piaceri della “Cava” e fanculo le sciocchezze pseudo-intellettualeggianti dei rifugiati a Capalbio (mi riferisco a quelli radical-chic degli anni 80 non agli attuali, naturalmente!), come se Diogene di Sinope, vivendo questi tempi, andasse a far community-cool proprio con loro!

Ma fortunatamente i campionati di calcio arrivano una volta ogni quattro anni e in mezzo ci sono gli Olimpiadi. Che insegnano, che sono innegabilmente più didattiche. Per esempio ti insegnano ad incoraggiare anche un atleta molto bravo che non è un tuo connazionale ma merita e sta per stracciare un altro record del mondo; ti insegnano a stare dalla parte dei tanti atleti che non riescono neppure a qualificarsi, magari solo perché vengono da paesi molto poveri e non hanno avuto la possibilità di allenarsi a dovere; ti insegnano a felicitarti quando quegli stessi atleti meno coccolati dagli sponsor, vincono comunque e rendono felici milioni di persone nelle loro nazioni dimenticate da Dio e dagli uomini; ti insegnano ad apprezzare l’evidente fatica e i miseri “ritorni” che impongono e comportano dati sport; ad abbracciare idealmente anche le vite di chi dopo questi pochi giorni di gloria tornerà ad una esistenza grama, fuori dallo spotlight per un’esistenza intera mentre la testa culla ancora il suo sogno; ti insegnano finanche a preoccuparti per le sorti di quegli sportivi perdenti che torneranno in paesi senza memoria e senza coscienza civile e purtroppo non sono pochi neppure in queste età moderne più illuminate. Ti insegnano, infine, a percepire una qualità estetica, una bellezza che non avevi mai considerato nell’essere umano: il suo infinito longing verso la perfezione, l’elevazione, il meglio dentro un qualcuno che per miracolo diventa il meglio di tutti noi.

E poi… poi alle Olimpiadi si incontrano fenomeni come Usain Bolt, il corridore jamaicano che ha fatto man bassa di medaglie nelle gare di corsa e che ha ridimensionato i colleghi americani a meri sparring partner perdenti. Giustamente orgoglioso per i suoi achievements, Bolt ha finanche detto di essere un grande come Pelè, e persino come l’immenso Muhammad Ali: ma è davvero così?

Secondo me non è la stessa cosa e Bolt e Muhammad Ali non fanno ancora equazione. Per il momento infatti Bolt è solo un indiscusso campione nella corsa, ma Muhammad Ali è stato un uomo che ha saputo letteralmente buttare a mare le sue medaglie e le sue coppe, i suoi più grandi successi per mettere dei paletti e mettere in primo piano le sue esigenze di essere umano. Per mettere in primo piano le esigenze di tutti gli altri Esseri, per difendere i nostri – di tutta l’umanità – imprescindibili diritti civili.

É stato nel fare questo che Ali è diventato un gigante, non sul ring della box. Questo, Bolt non dovrebbe scordarlo, anche se sembrerebbe non averlo ancora capito e tanta della sua capacità showmanship pare un pò fare a pugni con le esigenze di un altro tipo di grandezza. Certo è che se solo lo volesse il corridore jamaicano potrebbe diventare senz’altro un vero ambasciatore di un mondo migliore, proprio di quel mondo migliore che forgia lo spirito olimpico. Quello stesso che ha reso meno barbara anche me in questi giorni, che mi ha insegnato tanto e mi illude di essere migliorata in qualche modo: certo, magari è solo febbre, ma meglio godersela… finché dura.

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