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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Il libeccio, l’audacia dell’incoscienza in compagnia del Nulla.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

William-Adolphe_Bouguereau_(1825-1905)_-_The_Remorse_of_Orestes_(1862)

Oreste inseguito dalle Erinni di W.A. Bouguereau (1862)

di Annamaria Vezio.

2004
Era gennaio, faceva freddo a Cecina, il libeccio costrinse i pochi abitanti a rintanarsi in casa, allagò i bagni e le rive, portò il mare in piazza fino ai viali alberati, nascose sotto la sua furia le panchine, oasi di riposo dei bagnanti in estate; il becco del gallo sulla stele della piazza sembrava impazzito, puntava il nord scuotendosi su se stesso. Imprimeva ed estendeva l’immagine del freddo. Dei chioschi sui marciapiedi, sbattevano le persiane urlando al vento la loro resa. La strada percossa dai frangenti era chiusa agli uomini e alla macchine, nessuno, nessuno osava percorrerla: le vetture scomparse, le persone: ombre dietro finestre sprangate. Tutti mi raccomandarono di non muovermi da casa, io, donna venuta dal nord, vissuta sotto le Alpi, dovevo ubbidire alle leggi del Libeccio. Sconosciuto vento.

Dovevo restare a casa, ma la mia casa urlava, dentro e fuori.
Dentro, i miei mostri lottavano fra di loro e contro di me, e contro quei mobili sconosciuti che inventavano il mio presente, quei mobili accarezzati appena da quel poco di mio che li adornava.
Fuori, la furia della Natura, urlava più forte. Mi sfidava. Urlava, ma contro chi non lo sapevo. Io urlavo. Senza suono, urlavo.
Contro chi non lo sapevo.
La mia furia cieca e spaventata e impotente, contro la sua. Uscii. Cosa avevo da perdere io che avevo solo ombre informi da distruggere, cosa aveva da perdere lei, la Natura, che aveva il dominio della vita e della morte. Io e Lei. Lei aveva il potere sul tutto, io non avevo più nulla. Avevo il potere sul mio nulla. E andai.

Dovetti sorreggermi a quanto di stabile incontravo sulla strada per riuscire ad andare avanti. Piano piano, ora un palo, ora un muro, ora un blocco di cemento, un semaforo, una catena e un cancello, furono il sostegno che mi portarono fino alla riva del mare.
Forzai me stessa, mi regalai un peso corporeo che non ho per rimanere in piedi contro il vento che mi spingeva, stretta a me stessa vinsi la sua forza e avanzai. Poggiai i piedi sulla montagna di alghe che aveva ricoperto la riva, spinsi il peso del mio corpo su di esse e come una statua, mi imposi al Libeccio.
I miei piedi vissero l’euforia del nuovo, instabile terreno.
Fino al giorno prima in quell’angolo di riva c’era ghiaia grigia e lucida, ora era una collina ricoperta da oltre un metro di alghe depositate dalle onde: morbide, fresche, vive, profumate, non di onde, ma di mare profondo. Calpestai il morbido e meraviglioso suolo nuovo, allargai le braccia e risi al cielo per lo spettacolo magico che mi aveva regalato, girai su me stessa lasciandomi sferzare dal vento ora sul viso, ora sui fianchi, perdendo e recuperando l’equilibrio. Girai come bambola di carillon e cantai l’urlo che si spinse dal mio sterno fino alla bocca. Il mio viso si bagnò ma non capii mai se fosse pianto o lacrime nell’aria, non me lo chiesi, stavo vivendo il vento nel frastuono del mare. Girai, girai, sentivo la mia voce fusa nelle onde e non sapevo riconoscerne le note, mi sentivo vento nel vento. Il mio terrore si fuse nell’ebbrezza, il Libeccio non mi fece più paura, no, avevo fatto bene a non sprangare la mia casa contro di lui, avevo fatto bene a non negarmi a lui, stavo bene, davvero bene insieme a lui. Eravamo una cosa sola, ora. Io e il Libeccio avevamo la stessa voce. Osai di più, mi sentivo guerriera, temeraria, mi sentivo pioniera del mio suolo nuovo, di me stessa, volevo andare oltre, volevo sentirmi mare. Volevo. Cosa volevo non era presa di coscienza, piuttosto il precipuo isolamento da ogni stato cosciente, per il desiderio di abbandonarmi completamente all’istinto, per poter “vivere”. Ero entrata in sintonia col vento, avevamo la stessa voce e la stessa forza, insieme eravamo sul mare e tutt’e tre, insieme dovevamo cantare una stessa canzone. Insieme, dovevamo essere una stessa cosa. Io “volevo” essere parte della loro musica, mai avrei lasciato me stessa spettatrice di un così grande incanto, ero nella follia. Mi avviai, compagno il Libeccio che per gioco o per dispetto, mi spingeva e mi sosteneva o mi lasciava cadere. Costeggiai i muri dei bagni per ripararmi dai marosi, così come in un gioco di bische malfamate dove la mano aperta sul tavolino deve misurarsi con la lama del coltello che si infilza nel legno attorno alle dita, sfiorandole. Era un azzardo, la mia esistenza era un azzardo, e quel momento mi si parava pronto ad accogliermi, a iniziarmi alla vita qualora ne avessi avuto la forza e il coraggio di affrontarlo. Mi fermavo mentre l’onda cercava di colpirmi, e velocemente la ingannavo spostando il passo avanzando rasente il muro. Stupivo il frangente. Scoprivo il mio coraggio avendo paura. Avevo paura. Il mare gonfio e grigio di fronte a me, immenso, roboante, io piccola figura abbarbicata a un muro che passo dopo passo mi portava a un punto di non ritorno, laddove il mare aveva ricoperto ogni cosa e continuava coprendo anche le orme appena lasciate. Sentivo il suo urlo che ammantava il mio pensiero, nulla, nulla c’era nella mia mente in quei momenti, le mie orecchie erano pregne del frastuono delle onde, e non restava spazio al cervello per poter produrre un qualsiasi flash. Cercavo di decodificare i suoni che si amplificavano nelle orecchie, il mare parlava mille voci e tutte assieme e sembravano rincorrersi e sovrastarsi l’un l’altra, come se ognuna volesse imporre la propria per importanza. Volevo ascoltare quelle parole nascoste nei suoni e capirne davvero il significato, volevo che la mia mente formulasse domande e il mare le desse risposte. Nel caos della mia anima, solo il caos del frastuono del mare poteva portare chiarezza, la sua forza, più forte delle ombre che divoravano i miei momenti. Nel buio del pensiero una pallida parvenza di luce cercava aiuto. Il mare in tempesta così potente contro la mia fragilità poteva deflagrare nella mia angoscia muta, e risvegliarla, scatenare il dolore che trovando la via defluisce dal cuore, risvegliarla e scatenarla come quel mare in quell’istante e furente cadere in esso per poi sparire inghiottita fra le onde nere. Cadere, angoscia nell’onda, e tornare serenità negli spruzzi. La sentii cadere nell’onda, e il suo tonfo mi risvegliò, mi resi conto di dove fossi, di quale fosse la realtà di quel preciso momento: nessuno attorno a me a cui chiedere aiuto, né avrei potuto tentare di nuotare in un mare così furiosamente grosso e così pesantemente vestita, ero nella condizione di non poter tornare al punto di partenza. In senso reale e metaforico. Fu un attimo e si delineò chiara l’immagine. Divenni consapevole del punto del non ritorno.

L’alta marea aveva ghermito il poco spazio che avevo percorso per arrivare fin lì. Non c’era più un centimetro di riva o di cemento che fosse visibile sotto l’acqua ferrigna e salmastra. Non sapevo né potevo tornare indietro né andare avanti, il mare aveva preso dominio su tutto, le sue acque superavano me e i muri dei bagni, i frangionde erano scomparsi, i gradini da dove ero partita e le alghe che coprivano la loro altezza, erano sommersi. L’angoscia muta divenne paura, terrore, e mi annichilì. L’eco del mare entrò in me, non sentii più nulla, solo la sua voce: la potente voce del Mare. E si cancellò la paura, la mia vita, i miei mostri. Come sussurro d’angelo udii nella mente parole sentite sulla morte: “la morte più indolore, è quella per annegamento, l’acqua riempie i polmoni, il sangue non arriva al cervello e sopraggiunge la morte. Subito”. Mi sentii serena. Mi resi conto, nell’inconsapevolezza del mio errare interiore che non era la Morte la mia ricerca, piuttosto conoscerla; mi mostrava le vie d’uscita per vivere quel frangente in cui le mie forze avevano ceduto sotto la potente distruzione della mia esistenza. Scoprii che non volevo morire ma solo superare la morte, capirla, conoscerla, salutarla. La Morte come il Mare è parte del mio essere, siamo nello stesso tessuto di esistenza. Ci guardammo io e il Mare, lui ruggiva, io l’ascoltavo; lui cancellava il mio pensare, io mi lasciavo cancellare. Lui voleva curarmi e io mi lasciai curare. Mi insegnò ad accettare la furia degli elementi e la furia degli uomini, ancora più forte perché volutamente distruttiva. Questo entrò in me attraverso gli occhi e le orecchie, mentre respiravo i nervosi profumi del mare e il dolciastro sapore della mia paura. Fu un istante spalmato in un angolo di eterno: entrammo in sintonia.

Ora guardavo la sua onda gonfia e calcolavo il leggero declino che intravedevo nel sopraggiungere inaspettato della bassa marea, era bassa marea? Si svigoriva il vento e nell’attimo in cui sembrava un po’ debole, spiavo il suo ritiro fuggendo un passo e poi un altro e un altro ancora, come in una danza. Mi dava l’opportunità di salvarmi, danzando mi salvavo. Nel vento riuscivo a percepire la musica, nel frastuono si delineavano chiare le note, era musica.

In un tempo dilatato e sconosciuto, mi ritrovai sull’allagato monte di alghe che lentamente si faceva strada emergendo, sulla sua cima e attendendo una nuova onda bassa, toccai il cemento inondato ma fermo, vidi il viale di pini sferzato dalle raffiche ma radicato nella terra, alle mie spalle. Di fronte, come un’apparizione guardai la figura livida dell’isola d’Elba e l’immaginai, nella sua mole scura, come Nettuno stiracchiante riemerso dal sonno nel suo abisso, con lo sguardo birichino e ammiccante rivolto su di me. Lo percepii dio paternamente orgoglioso che concede un meritato piccolo segreto dell’Olimpo a un suo coraggioso sfidante. Mi sentii il coraggioso e vittorioso sfidante.

Più in là Capraia come bimbo innocente e inconsapevole del duello fra un piccolo essere umano e la vastità deifica della Natura, sonnecchiava. Girai le spalle e lasciai dietro me la visione del mare e delle isole. Stringendomi alle catene e ai pali che orlavano i marciapiedi, strisciai sui blocchi di cemento, godevo della voce del vento e degli spruzzi del mare che mi accompagnarono a casa. Mi regalarono un canto che mai, nessuno mai avrebbe potuto farmi ascoltare. Mi sentivo leggera. Come loro, ero leggera, leggera e possente, come il vento, come il mare, come Nettuno. Spaventata e potente. La porta si spalancò sotto la spinta del libeccio appena l’aprii e, insieme a me entrarono Vento e Mare: le Furie, le amiche Furie, maestre di vita vera, di quella distante dai codici sociali.

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