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Filosofia dell’anima – Della Saggezza (2)

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

DSC01792di Rina Brundu. (Continua da “Filosofia dell’anima – Della Saggezza (1)") Che forse la vera saggezza la si raggiunge attraverso le scelte  che si fanno, non solo riguardo alle contingenze pratiche della vita ma anche alla tipologia di idealità che si sceglie come bandiera. Se questo fosse il caso il mio percorso verso una vera saggezza potrebbe essere più complicato di quanto pensassi, soprattutto perché non c’é argomento o situazione rispetto al quale non mi scopra portatrice di una idea e di un sentire a suo modo “diverso”.

Giorni fa riflettevo sulla recente entente-cordiale tra cristiani e musulmani dopo la disgraziatassima vicenda del prete cattolico sgozzato in chiesa da due pazzi criminali. Riflettevo sulla decisione presa di far visitare agli uni le moschee (si può farlo poi? E una donna senza velo può entrarci in una moschea?) e agli altri le chiese. Quasi mi pareva di avvertire sulla pelle l’imbarazzo dei cristiani da un lato e lo schifo dei musulmani dall’altro; insomma, di avvertire i veri sentimenti che covavano nell’animo di quei “fedeli” imprestati loro malgrado alle esigenze del politically-correct religioso. Avvertivo tutte queste sensazioni pesare sullo spirito, insieme, naturalmente, alla credibilissima intenzione di entrambi quei gruppi di voler fare “bene”, di poter muovere verso il meglio.

Sentimenti nobili, s’intende, ma che nonostante tutto non riuscivo ad apprezzare nella loro interezza. Di fatto io vedevo solo individui, gli uni e gli altri, costretti dentro abiti (soprattutto mentali) datati e soffocanti lo spirito prima ancora del corpo. Vedevo mediocri visioni e mediocri teologie come solo possono essere le pseudofilosofie che si nutrono di atavica paura, della necessità autoimposta di inginocchiarsi davanti a dei confezionati ad arte con lo scopo dichiarato di renderli responsabili delle nostre azioni e dei nostri atti più impuri laddove non siamo capaci noi di prenderci quella responsabilità sulle spalle. Di “dei” che sono entità fasulle e meri idoli proprio come lo erano gli idoli e gli dei dell’antica Grecia con la differenza che la Grecia classica ha saputo concentrarsi anche sull’intrinseca grandezza dell’essere umano in quanto tale e sulla sua straordinaria abilità intellettuale, sulla sua formidabile forza di pensiero.

Come può sperare di raggiungere saggezza qualcuno che coltiva codesti pensieri? Qualcuno che, coltivandoli, implicitamente confessa (almeno a seguire il dettame di data tradizione cattolica pseudomoraleggiante e/o secolare decadente), di preferire le ragioni della “supponenza” dello spirito e dell’orgoglio dell’io rispetto a quelle che farebbero più empatia della modestia e della falsa-modestia. Abborro i modesti! E ancor di più i falsi-modesti! Molto del “peggio” che ho testimoniato nella mia ormai lunga esistenza l’ho visto partorito e realizzato da “menti” dove albergavano queste “tentazioni”. Da Galileo a Oscar Wilde, fino all’immenso Nikola Tesla io ammiro solo persone “supponenti”. Detto altrimenti, ammiro solo le persone che hanno avuto il coraggio dei loro pensieri, delle loro azioni, di mostrarsi come effettivamente sono; capaci di perdere la libertà, se necessario, per difendere il colore della loro essenza (vedi Wilde), o di lasciarsi condannare per lo stesso motivo (vedi Galileo). E infine di preferire la morte all’abiura della dignità dell’intima sostanza (vedi Giordano Bruno).

Cos’é la vita umana davanti all’istinto del nostro spirito immortale? Nulla! Eppure il dilemma resta: come può sperare di raggiungere saggezza qualcuno che la pensa così? Non sto facendo retorica e in realtà la questione è finanche darwiniana nell’essenza; dalla stessa si potrebbe infine ricavare un sillogismo calzante: Chi non si adatta muore, chi si adatta sopravvive, io non mi adatto e dunque sono destinata a morire. Che non sarebbe di per se un male se non fosse che si sarebbe punto e a capo: come può sperare di diventare saggio un morto?

Ah, l’orgoglio titanico! Forse il problema sta tutto qui, tutto alla radice. Dentro quel profondo fondo che conduce direttamente alle ragioni importanti che fanno vivere la mia prima vera eredità culturale: la mia sardità. Vale a dire a quelle ossimoriche ragioni-istintive che si farebbero preferire non una ma milioni di volte agli insegnamenti nazional-popolari di stampo moralistico-cattolicheggiante… come, per esempio, l’usata favola (parabola?) della necessità del “perdono”.  Non voglio essere fraintesa: nonostante l’essenza stessa di codesta sardità l’abbia sempre sentita covare dentro di me alla stregua di brace viva – specie in passato – non ho mai sposato le ragioni del balente o il dettame del codice della vendetta barbaricina. Non fa per me, non si attacca alla natura della mia anima, come alla stessa non si attacca il dettame coranico dell’occhio per occhio dente per dente. Ripudio la violenza fisica in ogni sua forma: ho avuto la fortuna di non doverla testimoniare mai e oggi come oggi non sopporto neppure chi alza la voce, men che meno chi me la fa alzare.

Ma, ripeto, da qui ad abbracciare le encomiabili ragioni del “perdono” cristiano il passo è veramente lungo. Fermo restando che io non ritengo che noi ci troveremo mai in posizione di dover perdonare qualcuno, neppure nelle peggiori situazioni. In realtà l’unico perdono che noi possiamo concedere è quello verso noi stessi ed è sovente il più difficile da concedere. Tuttavia, tale forma più sostanziale di perdono (almeno per quanto mi riguarda) non sembrerebbe fare curriculum in nessun usato percorso che porta verso il target-saggezza e dunque non sembrerebbe servire a nulla.

Vi è quindi da “confessare” l’inconfessabile “nodo” in virtù del quale il target-saggezza mi è diventato meno appettibile negli ultimi tempi. Mesi fa se mi avessero chiesto cosa avrei voluto fare da grande avrei risposto senza esitazioni: diventare l’essere più saggio e più knowledgeable dell’universo. ‘Azzo! Lo so, anche io mi sono detta che avrei potuto settare obiettivi più realizzabili, più alla portata dell’individuo-average, come mettere su famiglia e/o fare qualche figlio. Ma la verità è che non sono fatta per le questioni casalinghe. Sono una che alla maniera della mirabile dottoressa fictional Beverly Hofstadter (The Big Bang Theory), difficilmente considererebbe l’essere stato espulso dal canale del parto un successo tale da giustificare una festa di compleanno per un figlio. Di converso è indubbio che se qualcosa pesante qualche chilo viene fuori dalle mie parti basse la grande impresa l’ho compiuta io, l’achievement sarebbe mio e a me spetterebbero onori e glorie ad ogni annuale ricorrenza.

Come a dire che se l’idea di diventare persone knowledgeable può restare un costante target di tutti, e dunque anche il mio, il traguardo della saggezza potrebbe rivelarsi alla fine una meta ridondante. Specie se per raggiungerlo bisogna cambiare troppo, bisogna spogliare l’essenza della sua storia e della sua originaria identità senza il quale il nostro vivere non avrebbe senso. A che può servire insomma diventare saggi se il pegno da pagare è percorrere strade che non si condividono? Forse è meglio un ciucco sciocco che sa di essere sempre stato tale, piuttosto che un assennato e giudizioso corsiero al galoppo senza alcuna memoria di sé.

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