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Sulla Polonia e le sue contraddizioni

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Nikolaus_Kopernikus

Copernico, astronomo polacco

di Michele Marsonet.  Tornato da poco da Varsavia, dove sono stato invitato da un’università locale, confesso di notare una certa discrepanza tra il clima che si respira nella capitale polacca e i ripetuti segnali d’allarme lanciati dall’Unione Europea e da alcuni Stati chiave della UE.


La situazione è infatti tranquilla e non si notano tracce – almeno evidenti – di azioni repressive messe in atto dal governo. La città, che a causa dei viali enormi e degli ampi spazi ricorda un po’ Parigi, è ben diversa da quella che rammentavo in occasione di una precedente visita nel 1995. Era l’epoca del primo mandato presidenziale di Aleksander Kwasniewski, e il Paese sembrava sicuramente avviato sulla strada della democrazia.

Ora sono rimasti i tanti palazzoni in stile sovietico, ma accanto ad essi è sorta una selva di grattacieli e di hotel di lusso, così fitti da cambiare il vecchio panorama. E altri ancora, assai numerosi, sono in fase di costruzione. Notevolissima pure la presenza di McDonald’s e dei fast food americani, che del resto ormai spuntano come funghi ovunque nel mondo.

Il sistema dei trasporti locali è piuttosto efficiente. Quando siete sulla pensilina in attesa del tram gli indicatori luminosi vi dicono con puntualità cronometrica quando arriverà. E, infatti, lo vedete spuntare lontanissimo in fondo al lungo rettilineo del viale e fermarsi davanti proprio al minuto indicato.

I colleghi polacchi mi dicono che nelle campagne non è affatto così ma, in fondo, questo è naturale trattandosi di un Paese in cui la differenza tra città e aree rurali è ancora molto forte. Non ho avuto occasione di viaggiare nelle campagne. Tuttavia durante un più recente viaggio a Wroclaw (la Breslau dei tedeschi) l’impressione di efficienza è stata la stessa.

Ma com’è riuscita la Polonia a svilupparsi in tempi così rapidi, diventando in pratica la nazione leader dell’Europa orientale (sia pure agganciata strettamente alla locomotiva di Berlino?). Qui le risposte sono univoche, e prescindono dalle inclinazioni politiche dei vostri interlocutori.

C’è riuscita soltanto grazie ai fondi strutturali che l’Unione Europea ha messo a disposizione senza parsimonia, puntando per l’appunto su Varsavia quale esempio trainante per l’intera parte orientale del continente. I precedenti governi polacchi hanno accettato di buon grado la “tutela” europea (e soprattutto tedesca) nelle questioni politiche, e assecondato senza fiatare il disegno americano di espandere la Nato a Est in funzione anti-russa.

I sonanti successi elettorali del partito populista di destra “Diritto e Giustizia”, fondato dai gemelli Kaczynski, ha poi modificato il quadro in modo addirittura drammatico. L’attuale premier Beata Szydlo, in carica dal 2015 e fedelissima di Jaroslaw Kaczynski (il gemello ancora in vita) ha sempre più accentuato le caratteristiche destrorse e identitarie del partito.

Ne è seguito in primo luogo un muro contro muro con Bruxelles sulla questione dei migranti. La Szydlo e altri esponenti di “Diritto e Giustizia” hanno ribadito senza mezzi termini che non sono disposti a sottoscrivere il sistema delle quote. Lo slogan è: “non accetteremo un solo migrante nel nostro territorio”, e così è stato (almeno finora). Tuttavia nel Paese vivono già moltissimi extracomunitari, parecchi dei quali musulmani. E chi scrive ha notato la presenza a Varsavia di tante coppie miste, di solito uomini polacchi e donne non europee (in particolare africane e asiatiche). Come il governo Szydlo si proponga di affrontare il “problema” è un mistero.

D’altro canto la presenza Nato entro i confini nazionali sembra invece andare benissimo, e negli ultimi tempi Varsavia ha spesso invocato la protezione dell’Alleanza. Si noti inoltre che attuale ministro della Difesa è Antoni Macierewicz, considerato esponente dell’ultradestra. Negli anni ’90 finì sotto inchiesta perché, in un’intervista a “Radio Maryia”, dichiarò che il noto falso antisemita “I protocolli dei Savi di Sion” è in realtà un documento autentico. Ed è, questa dell’antisemitismo, una questione tuttora aperta nella società polacca contemporanea.

Torniamo ora ai rimproveri UE citati all’inizio. Ha destato impressione, per esempio, l’accusa della Commissione Europea di presunte violazioni addirittura dello stato di diritto. Se fosse vero, il Paese correrebbe il rischio di isolarsi dall’Unione rifiutandone i valori fondanti e, in primis, l’indipendenza del potere giudiziario. Varsavia replica accusando Bruxelles di ingerenza nei propri affari interni e Beata Szydlo si è detta “rammaricata” al riguardo.

E, comunque, delle due l’una. O l’attuale governo polacco decide di andare per la sua strada isolandosi sempre più anche dal punto di vista economico, oppure arriva a comprendere che l’erogazione dei fondi europei ha un prezzo che gli altri cittadini della UE hanno già pagato: la cessione – almeno parziale – di sovranità. Non risulta, allo stato attuale, che Kaczynski e Szydlo abbiano piena coscienza di questo.

Naturalmente incombe sullo sfondo la stessa sopravvivenza dell’Europa, con l’imminente referendum britannico e il problema dei profughi che non si riesce ad affrontare con una strategia comune e condivisa. Ma, indipendentemente dal futuro UE, resta il fatto che a nessuno è consentito essere falchi filo-Nato in politica estera e ultraconservatori isolazionisti nella politica interna.

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