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Noi, “verità per Regeni”. Mentre Hollande fa’ grandi affari

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

 

Francois_Hollande_2015.jpegdi Maurizio Blondet. Dunque, siamo ai ferri corti con l’Austria. La Boldrini ha tuonato, atteggiando la nobile boccuccia a furioso patrittismo anti-imperiale.  Forse manderemo truppe al Brennero (un déjà vu): i telegiornali soffiano sul fuoco, gli ascoltatori  Rai sono infiammati di odio per gli egoisti viennesi, fascisti, che non obbediscono a papa Francé.   Con l’Egitto siamo già praticamente in guerra – “Verità per Regeni”, lo chiede  la mamma del medesimo con tutti i media – anche se proprio adesso che (su ordine Usa) andiamo in guerra in Libia, ci sarebbe utile essere amici di Al Sisi. Il quale ha appena mandato al generale Haftar – suo protetto in Libia, anche se gli Usa lo hanno messo sotto embargo –   1050 veicoli militari, per la maggior parte furgoncini Toyota di  quelli che fanno meraviglie con una mitragliatrice pesante binata piazzata sul cassone, ma anche  mezzi blindati, già verniciati con colori mimetici.  Sembra che Haftar con questi mezzi attaccherà i terroristi islamici di Derna, Bengasi, a dell’ISIS nella Sirte.  Sarebbe opportuno sapere prima   del nostro intervento  se Haftar è nostro amico o nostro nemico, se in Libia ce lo troviamo contro o al nostro fianco, se gli americani ci sbattono contro i terroristi che armano loro, con cui colludono dai tempi della Clinton al Dipartimento di Stato.

Ma non si può perché siamo in guerra con l’Egitto.  Non proprio guerra guerreggiata: ma i nostri media hanno già l’elmetto. I nostri corrispondenti di guerra (dall’Hotel Luxor) al Cairo  scrivono raffiche articoli di fuoco su una presentatrice egiziana che  alla tv ha esclamato (dando voce, lo ammettiamo, ai nostri sentimenti): Al diavolo ‘sto Regeni!  I nostri conduttori invitano gli ascoltatori a inventarsi sempre nuove ritorsioni contro l’Egitto: non basta rompere i rapporti diplomatici, vietiamo agli italiani di andare a Sharm…

Sì, c’è un fiero clima in Italia, di questi giorni.  La gente –almeno quella che parla alle radio e scrive sui giornali – è gonfia di sentimenti bellici,  parossistici;   più precisamente bellico-umanitari: combattiamo contro Vienna per il bene  dei profughi!  Noi che i profughi li salviamo in mare a intere  carrettate, e loro non li vogliono!  Quanto alla nostra politica in Medio Oriente, è tutta dipendente dalla “verità per Regeni”.  E’ la Mamma che ci guida alla battaglia. Strana eccitazione tonitruante, per un popolo notoriamente imbelle, che da due o tre generazioni   una guerra non l’ha vista, che non ha nemmeno vere forze armate (quelle poche centinaia son sparse   nel mondo, ove ce li mandano gli americani). Ma anche questo in fondo è un déjà vu: nel bellicismo verbale, nel fare bum con le bocche, nelle chiacchiere al Napalm, nell’intemperanza orale, non ci batte nessuno.

E sempre mossi da buoni sentimenti, mica bassi interessi: accoglienza, umanità…..

Prendessero esempio da noi, gli altri europei! Gridelloni, tifosi, bellicosi  con la chiacchiera, e sempre con la Mamma- di-Regeni che ci detta la linea…!

 

Invece, vedete per esempio i francesi. Hollande. Zitti zitti, si sono appena aggiudicati un contratto con l’Australia  per la costruzione di 12 sottomarini – diconsi dodici –  che vale 34,5 miliardi di euro, e darà lavoro per anni alle migliaia di dipendenti della ditta costruttrice,  la DCNS, società per metà di Stato (ma non si doveva privatizzare, nella UE?) e per metà di Thales, la loro multinazionale dell’elettronica e l’aerospaziale. Si scopre che i francesi hanno vinto la commessa sbaragliando la ThyssenKrupp Marine che   – zitta zitta –  proponeva il sommergibile U 216, oltre che la nipponica Mitsubishi Heavy Industries che offriva i Soryu, già costruiti i otto esemplari.  Le 12 macchine  francesi, Shortfin Barracuda, vanno a rimpiazzare dieci sottomarini che l’Australia aveva comprato dalla Svezia, classe Collins, e che sono invecchiati.

L’Australia ha ovviamente bisogno di sottomarini oceanici, e i Barracuda lo sono. Anzi, due Barracuda che la Francia sta costruendo per sé, e entreranno in servizio nel 2017,  hanno propulsione nucleare. Oltre che venti lanciasiluri, missili da crociera antinave  ed anti aerei.  Fatto notevole, i sommergibili francesi saranno costruiti nei cantieri di Adelaide, Australia  – paese che mai ha costruito simili navigli, e vuol imparare. Dunque c’è uno scambio strategico di know-how, probabile motivo per cui sono stati scartati i giapponesi (molto irritati). “Uno dei vantaggi del progetto francese – si legge sulla stampa specializzata –è la sua compatibilità con i sistemi di identificazione, guerra elettronica e materiali con l’armamento americano, dato che questa parte della dotazione delle macchine sarà  fornito da Lockheed e Raytheon”:  che si ciucciano un terzo  dei fondi.

Poco male, perché i mega-contratti   in armamenti non mancano nel carniere dell’Eliseo. Lucrosissimi.   La stessa DCNS ha piazzato, nel 2009, un contratto col Brasile  per quattro sottomarini Scorpène (d’attacco con propulsione convenzionale), più l’assistenza tecnica per realizzare il primo sommergibile atomico brasiliano, nonché l’edificazione di una base navale a Itaguai (presso Rio): valore iniziale, fra i 7 e i 10 miliardi di euro. Poi però è arrivata la crisi ,  e il Brasile ha ottenuto una revisione – un rallentamento delle consegne, per così dire. Il primo Scorpène sarà consegnato più tardi,  il sommergibile nucleare sarà   pronto nel 2027.

36 caccia Rafale all’India: 10-12 miliardi. Anche questo contratto, annunciato l’aprile del 2015 subisce qualche rallentamento: Delhi vuole un ribasso di 3 miliardi di euro.

Ancora: 24 Rafale al Katar: 6,3 miliardi di euro. Caccia multifunzione, sei dei quali in versione biposto. Il Katar non bada a spese, e  la consegna dovrebbe cominciare dal 2018; gli apparecchi saranno dotati di tutto il miglior armamento disponibile, specie missili Scalp da crociera, e Meteor, aria-aria, che faranno salire il conto finale. L’sercito francese fornirà tutto l’addestramento.

24  Rafale all’Egitto, più una fregata:  5,2 miliardi di euro.  Questo, annunciato nel febbraio dell’anno scorso, è stato  un successo storico. Erano  26 anni che la Dassault non riusciva a vendere il modello se non allo stato francese. C’entra il prezzo: 101 milioni ad esemplare. Per confronto, l’ottimo Mirage 2000D, concepito negli anni ’80 ma ancora in servizio, si vendeva per 17 milioni di euro.

Armamento per il Libano, 3 miliardi di dollari. Paga l’Arabia  Saudita.  La monarchia wahabita conta(va) di farsi amico-vassallo il Libano con questo enorme regalo: blindati  VAB, missili, elicotteri, sistemi d’artiglieria Caesar, pattugliatori:  tutto materiale francese, anche per far dispetto a Washington (con cui Ryad è ai ferri corti per a pace con l’Iran). Poi, il giovane e “impulsivo” Bin Salman ha cambiato idea: niente armi al Libano, perché il suo governo ha nicchiato alla proposta saudita di metter Hezbollah nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Ma nessun danno per l‘industria francese. “Abbiamo deciso – ha dichiarato Adel a-Jubeir, il ministro degli esteri saudita-  che il materiale sia diretto verso l’armata saudita.  Siamo di fronte a una situazione dove  le decisioni del Libano sono captate da Hezbollah Le armi andranno all’Arabia Saudita, non ad Hezbollah”.

I due Mistral non consegnati alla Russia: 1,2 miliardi di euro. Ricordiamo i fatti. Nel giugno 2011, Mosca ordina due di questi porta-elicotteri porta-trippe, battelli per  proiezione e  di comando  (BPC) , ai cantieri Saint-Nazaire. Nel  2014, Hollande ne  blocca la consegna ai russi, a causa della crisi ucraina.  I due Mistral saranno venduti  infine, il settembre 2015, all’Egitto: per 920 milioni di euro. Ma, ha   assicurato Hollande, nel complesso  l’operazione è conclusa “senza perdita finanziaria”.

Questi pochi dati giusto per fare qualche considerazione. Una: la Francia vende un sacco, nel settore e nel momento presente. Zitta zitta, approfitta in pieno di una corsa agli armamenti che – chissà perché –è in pieno svolgimento nel mondo.  L’altra:  in questi contratti ed accordi,  l’industria italiana non c’è mai.  Perché l’industria italiana dell’armamento  è per gli italiani un’attività più vergognosa  che il traffico di minorenni a scopo sessuale; se partecipa a qualche gara internazionale deve farlo quasi sottobanco, in modo che l’opinione pubblica non lo sappia. Perché – lo sapete – l’opinione pubblica italiota è gonfia di bontà e piena di cuore:  vuole chiudere tutte le fabbriche che fanno armi – che dico?, tutte le fabbriche che producono cose che possono bucare,  tagliare, bruciare, ustionare, o anche solo provocare pruriti e arrossamenti ai lattanti;  aborre  i lingotti d’acciaio e le lamiere,  ha orrore di  tutte le cose che pesano,  fumano, si arroventano; tutte le ILVA,  tutte le centrali non solo atomiche ma a carbone, a greggio, a petrolio: l’italiota le vuole  che brucino gas sopraffino ma inodore, anzi profumato,  gentile, ecologico e vegano. Non vuole energia che non sia pulita e sostenibile. Ma non vuole nemmeno pale eoliche, perché rovinano il paesaggio; non le biomasse, ché puzzano; non  i pannelli, perché non son belli da vedere sui tetti delle villette.  Siamo delicati e tutti amanti della Natura, vogliamo un’elettricità abbondante ma prodotta dai fiori e dal nettare, come il miele. Figurarsi poi l’armamento: che scandalo! Deve finire! Siamo per il disarmo, noi. Totale. Lo dice anche papa Francé.

Ovviamente i valorosi magistrati condividono in pieno questo nobile orrore dell’opinione pubblica: e chiudono  l’ILVA e braccano i proprietari  come non fanno per gli assassini. Oppure condannano  e sbattono in galera l’amministratore delegato di Finmeccanica e quello di Agusta Westland per la colpa – imperdonabile – di aver cercato di vendere 12 elicotteri Agusta, pagando le dovute tangenti.  Lo fanno tutti, in questo mondo; ma se lo fanno gli industriali italiani, i magistrati italiani non gliela perdonano. Una lezione per tutti gli altri dirigenti pubblici che fossero tentati di far del bene all’industria degli elicotteri italiani, esportandoli.  Non lo faranno più.

E queste condanne sono accompagnate dalla soddisfazione degli stessi giornali, degli stessi ambienti, delle stesse mamme-di-Regeni, che si producono in bellicismo orale, in  chiacchiere aggressive al fosforo, accese di furori guerreschi, contro l’Austria, e contro l’Egitto.  “Verità per Regeni!”, è  il nostro grido, e chiamiamo l’ambasciatore. Pronti anche alle  misure estreme. Alla guerra. Con quali armi? Come vedete, l’Egitto ne ha molte e molto migliori di noi. Che dico l’Egitto; il libico Haftar ha già  più armamenti di noi.

Non esiste più la difesa comune europea

Poi ci sarebbe un’ultima riflessione. Del tutto insignificante, potete saltarla se siete per Regeni. Non  so se vi siete accorti: non esiste più una difesa comune in Europa. Esiste sì una NATO americana: che arma e addestra l’ISI e AL Qaeda, e accumula armamenti lungo tutta la frontiera russa con il benvenuto di paesi dell’Est, fanaticamente atlanticisti.  Ma poniamo: la Turchia ha “il più forte esercito della NATO”. Credete che difenderà noi? Attaccherà noi piuttosto. Già Erdogan può far cedere Berlino perché ha una forza militare che non si può sottovalutare.

Quanto a Germania e Francia, si sono dedicati a fregarci ogni cespite, buttar fuori i governi che eleggiamo, a sbatterci fuori dalla Libia che era il nostro pied-à-terre. Ancor ieri, Weidman della Bundesbank ha minacciato l’Italia:  possiamo far di nuovo salire lo spread quando vogliamo, rendere il vostro debito impagabile, provocare la vostra bancarotta.  Pensate che ci salveranno dal disastro militare cui andiamo incontro in Libia? Non contiamo nulla proprio perché – in questi anni d’acciaio e di fuoco che si sono aperti – non abbiamo una forza militare autonoma; non abbiamo qualcosa che possa definirsi un esercito; e una Marina che si vive come una flotta di soccorritori, e si ritira davanti a quattro scafisti col kalashnikov.

Perché sì, gli americani premono e minacciano anche loro (“Prevediamo attentati islamisti in Italia!”, per forza, li  gestiscono loro)  per  farci entrare nel pantano libico. E noi lo faremo- come al solito – con mezzi e uomini insufficienti, con un armamento obsoleto, per metà senza capire.

E con un governo che non ha abbastanza legittimità per chiedere “l’estremo sacrificio”  ad alcuno dei suoi   scarsi cittadini in armi. Ai primi morti italiani, la Mamma-di-Regeni Collettiva che governa i nostri cuori, le nostre pance e la nostra politica estera, esigerà  il ritiro  delle truppe. Imperiosamente, subito, senza sentir ragioni. Come ha preteso la chiusura delle centrali nucleari, come ha preteso la fine dell’ILVA, come   ha voluto la fine dell’industria militare nazionale, sempre, l’avrà vinta. E quei pochi morti saranno morti invano

Non potreste, signori della “verità per Regeni”, stare un po’  zitti?  Vale nel momento storico presente il comando che dà il direttore del circo: “ Fuori i pagliacci”. Sono entrate le belve,  non ve ne siete accorti?

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