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Scuola: dagli obblighi scelti all’obbligo imposto

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Matteo Renzi
di Gigi Montonato. La scuola italiana, prima dell’istituzione della scuola media unica, era una scuola selettiva. Il che non deve far pensare subito che era riservata esclusivamente a chi proveniva da famiglie di abbienti o di professionisti, anche se era avvantaggiato per una serie di fattori. Da quella scuola sono usciti fior di professionisti e uomini di cultura di estrazione sociale modesta.

Alla scuola media si accedeva attraverso esami di ammissione, che erano abbastanza impegnativi e selettivi. La selezione non era ancora una parolaccia, lo è diventata dopo. Con l’ingresso dei socialisti al governo – siamo agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso – si realizzò un loro vecchio sogno, quello di mettere in condizioni tutti di raggiungere le più alte quote del sapere, di conseguire titoli di studio, di accedere alle professioni, partendo dal presupposto ideologico che tutti sono uguali. Nobilissimo fine, sancito peraltro dalla Costituzione (art. 3), anche se, a questo punto, essa non è chiara se tutti possono salire per raggiungere le vette del sapere o se l’altezza delle vette del sapere deve essere adeguata a tutti e dunque abbassata.  Punto di vista aperto: se al governo ci sono i meritocratici il sapere resta alla sua altezza e sale chi può; se invece ci sono gli egualitari il sapere scende al livello di tutti. La realtà sociale e dei singoli provvede poi ad una selezione tanto spontanea quanto inevitabile e necessaria; ma intanto alla scuola pubblica il danno è fatto.

La scuola media divenne unica e aperta a tutti (1962). Unica perché fu eliminata la sorella, ossia la scuola di avviamento professionale, che esisteva dal 1928, a cui finivano quelli che o non si sentivano portati a certo impegno scolastico o non riuscivano a superare gli esami di ammissione. I programmi della nuova scuola media furono solo in parte adeguati alla bisogna; furono eliminate alcune discipline ostative come il latino, considerato peraltro inutile, e furono introdotte altre come applicazioni tecniche; mentre tutte le altre materie rimasero pressoché inalterate, solo un po’ svuotate a seconda della sensibilità e preparazione dei docenti. La norma della promozione a tutti non fu mai formalizzata, ma provvedevano i presidi e l’ideologia degli insegnanti ad applicarla a quasi tutti. Lo scopo era di tenere i ragazzi a scuola, di limitare se non proprio di eliminare la dispersione scolastica, di far conseguire a tutti il diploma di scuola media, che in seguito sarebbe stato indispensabile per ogni attività privata o accesso a posto pubblico.

La crisi della scuola, che ha poi dato il via ad una serie interminabile di riforme, una peggio dell’altra, una più velleitaria dell’altra, nacque proprio dalla scuola media unica. L’errore principale fu di non creare un doppio binario, anzi di non lasciarlo, dato che c’era. Con uno si sarebbe garantito a tutti l’obiettivo, anche facilitato, del diploma di scuola media; con l’altro si sarebbe garantito una scuola in grado di formare professionisti capaci e preparati. Uguaglianza e selezione potevano trovare compatibilità, come in alcuni paesi europei. Chi scrive ha avuto la fortuna di frequentare per un anno la scuola pubblica in Svizzera, in una classe che da noi corrispondeva alla seconda media, e può assicurare che era molto più facile e gradevole da frequentare della pur svuotata scuola media italiana. Essa, divenuta unica, conservava in buona sostanza i programmi della vecchia scuola media con tutte le loro difficoltà.

L’errore secondario fu di non rivedere i programmi come andavano rivisti. La causa di quest’errore rimanda all’errore primo, quello di non aver previsto una scuola media per chi avesse voluto in seguito continuare gli studi per il conseguimento di un diploma o di una laurea. Modificare i programmi in una scuola di tutti e per tutti voleva dire compromettere gli apprendimenti necessari per affrontare la scuola secondaria superiore e l’università. Sicché si preferì l’equivoco, fondato sull’abbaglio ideologico egualitarista,  di una scuola buona per tutti, in teoria, per nessuno in pratica.  Per alcuni, infatti, era troppo pesante, per altri troppo leggera.

La scuola selettiva era una scuola di scelta e di obblighi per l’alunno: frequenza, applicazione, profitto, rispetto. La scuola dell’obbligo è una scuola imposta dalla legge, che paradossalmente ha provocato negli alunni un senso di inutilità ed un equivoco: tu Stato mi obblighi a frequentare la scuola quando potrei avviarmi ad un mestiere, ma io faccio quello che mi pare: frequento se voglio e studio se voglio; peraltro questa tua scuola è pesante, a tratti è una tortura quando mi espone ad un confronto con gli altri che mi umilia e mi penalizza. Tu Stato vuoi che io frequenti la scuola con profitto? Bene, rendimela interessante e piacevole, consona ai miei obiettivi esistenziali.

Non è un sentimento o ragionamento campato in aria. Già Gramsci metteva in guardia: la legge è un’imposizione: può importi di frequentare la scuola, non può obbligarti a imparare, e, quando tu abbia imparato a non dimenticare.

La scuola degli obblighi degli studenti, scuola scelta, cedeva alla scuola dell’obbligo che era imposta. Era inevitabile che il processo avviato con la scuola media unica giungesse alla scuola secondaria superiore, licei compresi e poi università. Il ’68 esplose in Italia certamente per molte cause, nazionali e internazionali, ma trovò terreno fertile nella scuola, soprattutto superiore e università, dove si viveva una contraddizione insostenibile. Il sei politico e la promozione garantita erano la risposta di chi allo Stato chiedeva una scuola di cui si vedesse l’immediata utilità e fosse alla portata.

Da allora in poi sono state tentate tantissime riforme – come giù si diceva – alcune delle quali inevitabili per adeguare i percorsi scolastici alla realtà che cambia sempre più rapidamente e tumultuosamente. L’ultima, quella renziana, la “buona scuola”, come tutte le cose renziane, è annunciata con criterio da marketing; ma si propone come la peggiore e la più velleitaria. Peggiore, perché non migliora la condizione degli alunni e degli studenti, mentre peggiora quella degli insegnanti, ridotti a burbe in balia di caporali (dirigenti). Velleitaria, perché non affronta minimamente il problema vero e centrale della scuola, che è quello dei programmi. Questi andrebbero ristrutturati in tutte le scuole, a partire dalla media, fino ai licei, dove ancora – per fare un esempio – si leggono “I promessi sposi” e si perdono due anni di tempo per brani antologici di autori dalle origini ai giorni nostri e si riserva allo studio sistematico della storia della letteratura italiana  al solito triennio, concepito circa un secolo fa. Secoli importantissimi, come il Settecento e il Novecento, sono mortificati quando non proprio ignorati, a tutto vantaggio – per carità meritato – del Quattro-Cinquecento e Ottocento. Ma se si iniziasse a partire dal primo anno delle superiori ci sarebbe tempo per uno studio più esteso e approfondito di tutti i secoli. Questo per quanto riguarda l’Italiano; ovvio che similari necessità si avvertono anche nelle altre discipline, che andrebbero perciò svecchiate e adeguate ai tempi e al tempo.