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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Morte (forse per noia) di un uomo felice di Giorgio Fontana (Sellerio), Premio Campiello 2014. Una breve nota critica.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

 

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“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto”

(Ennio Flaiano)

 

di Rina Brundu. Al solito, mi limito ad un’analisi tecnico-scritturale; chi volesse conoscere fattori di trama può leggere questa recensione di Giacomo Giossi pubblicata su Doppiozero.com.

Non ho difficoltà a confessare che mi sento un poco come la strega cattiva; così, a pelle, questo giovane Giorgio Fontana, vincitore del Campiello 2014 con il romanzo “Morte di un uomo felice” (Sellerio Editore), mi piace. Tuttavia, tra il fare una marchetta editoriale e il raccontare il mio pensiero, sceglierò sempre la seconda opzione: è il destino dannato di noi streghe cattive.

In realtà, mentre scorrevo le pagine del testo in questione, facevo considerazioni diverse. Ripensavo, per esempio, alle recenti dichiarazioni di un autore americano (forse si trattava di Ken Follett, ma non ne sono sicura e di domenica mattina non connetto troppo), il quale, mentre in Italia per presentare la sua ultima elefantiaca fatica, ha detto che il segreto per tenere incollato il lettore a tomi di “spessore” come i suoi, sono i colpi di scena. La cosa mi ha però ricordato le aspre critiche di Umberto Eco al suo indirizzo: “Mette in scena improbabili avventure e inverosimili, prendendo per i fondelli il pubblico. Le sue sono sciatterie nanesche”, e dunque il thread di pensiero si è fermato lì: se lo dice l’autore de Il nome della rosa per me è oro colato. Fermo restando che ha ragione da vendere.

Certo però hanno ragione anche le pulsioni minime dei lettori americani di bestseller nazionalpopolari. L’ho capito quando, dopo avere letto il 10% del testo di Fontana, mi sono scoperta un poco vittima di una sorta di sindrome beckettiana da En-attendant-Godot e a mio modo avrei voluto che qualcosa accadesse per destarmi dalla noia, dal torpore profondo che stava per vincermi: parafrasando Fontana potrei forse dire che anche la buona scrittura, come il dolore, alla lunga è noiosa. Se nulla accade per impressionare il neurone rincoglionito.

“Morte di un uomo felice” è un testo ben scritto, propone una scrittura veloce, ordinata, moderna, ben editata (fatti salvi alcuni toscanismi tipo “panino stupendo”, alcune ovvietà tipo “lavorare stanca”, alcuni scambi assolutamente ridondanti stile baruffe chiozzotte goldoniane, etc, etc), ma ha il suo limite nel suo essere opera giovane di autore giovane che non si è ancora costruito il sostanziale background (a tutto tondo), che occorre per scrivere un libro-to-remember. Manca dunque di una minima “profondità”, mentre la storia scorre lenta come le giornate in un paesino del sud anni cinquanta, prima di allontanarsi progressivamente dal lettore (nel tempo e nello spazio), vittima di ondate che a momenti sanno diventare tzunami scritturali. Consequentia rerum è un racconto dei nostri anni di piombo e delle vicende più o meno eroiche degli “eroi” che li hanno combattuti, che si risolve in una sommatoria di “opinioni” scontate, discutibili, e in una descrizione quasi wikipedica degli eventi, anche fictional. Manca completamente quel paratesto di know-how letterario e di esperienza di vita che potrebbe rendere il libro interessante agli occhi di un lettore adulto. Insomma, e sempre per tornare alle necessità minime dei bestseller americani, o si sta scrivendo un testo filosofico nella sua natura, kafkiano nella sua essenza, dove la fabula può fare equazione con la significazione secondaria, connotante, di ogni termine usato con il preciso scopo di dar da pensare, o la “tensione” procurata dai “colpi di scena” pensati per incollare il lettore alla sedia sul quale si è accomodato, diventa fattore tecnico davvero indispensabile.

Altrimenti, io mi addormento e svegliarmi… ah svegliarmi!

Featured image, cover.

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