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Sulla persistente popolarità dell’italiano all’estero

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

1024px-DanteDetaildi Michele Marsonet. Malgrado tutto, e nonostante la crisi del Paese, l’italiano conserva una buona popolarità all’estero. Il fatto è facilmente spiegabile nelle nazioni in cui sono presenti grandi comunità di nostri connazionali adesso formate da immigrati di seconda o terza generazione. I giovani, in particolare nell’America Latina, sentono tuttora il richiamo della lingua d’origine e cercano di impararla sia in loco sia venendo in Italia con borse di studio.

Più difficile spiegarlo in luoghi lontanissimi da noi geograficamente e culturalmente come Cina o Vietnam. Tenendo conto della sua scarsa diffusione nel mondo, e quindi delle limitate opportunità lavorative che offre, l’attrazione per l’italiano può essere giustificata solo dal persistente successo della nostra cultura (soprattutto letteraria e musicale). L’attuale scarsità delle risorse pone tuttavia un problema di grande portata. Ovviamente sono molti i settori interessati, ma mi concentro sull’istruzione universitaria perché è quello di cui mi occupo dal punto di vista professionale.

E’ giustissimo il rilievo che la nostra attuale rete di formatori – se così vogliamo chiamarli – è del tutto insufficiente. I motivi sono tanti. I pochissimi atenei nazionali abilitati a impartire corsi d’italiano per stranieri lavorano in una situazione di quasi monopolio. Assai arduo ottenere dal MIUR il permesso di condurre tali attività, e non si comprende davvero il motivo.

Se una università che non fa parte di tale ristretta cerchia dimostra di possedere le competenze adatte e la volontà di investire risorse in questo campo, perché le si deve negare la possibilità di entrare nel mercato? Servirebbe a rendere meno asfittico il sistema, consentendo inoltre agli studenti stranieri che seguono i nostri corsi universitari di non concentrarsi in due o tre sedi, con tutti i problemi di sovraffollamento che ciò comporta.

Non solo. E’ noto che la Dante Alighieri, per quanto faccia miracoli con i pochi spiccioli concessi dai vari governi, è ampiamente sottofinanziata rispetto agli enti stranieri paragonabili. Si pensi, per citare solo i casi più noti, a Campus France, al British Council o alla tedesca DAAD.

C’è, in altri Paesi europei, il riconoscimento forte che la promozione della propria lingua e cultura nazionali rappresenta sia uno strumento di politica estera, sia la chiave per posizionarsi al meglio in un mercato dell’istruzione superiore cambiato in profondità a causa della globalizzazione.

Eppure, nonostante questi inconvenienti, gli studenti stranieri continuano ad affluire numerosi in Italia. I nostri atenei, con tutti i loro difetti, non sono poi così scarsi come dicono le classifiche internazionali (per lo più elaborate in Cina), e il fascino della lingua e della cultura italiane è sempre forte in ogni parte del mondo.
Non illudiamoci, come alcuni affermano, che un’eventuale privatizzazione risolva tutti i problemi sul tappeto. Ci sono già tante istituzioni private che offrono corsi d’italiano, sia al di fuori dei confini sia sul nostro territorio. Difficile però controllarne la qualità in assenza di una normativa nazionale efficace, dotata di regole chiare e snelle.

Se posso permettermi un suggerimento, bisognerebbe che i nostri italianisti puntassero meno sulla letteratura e più su insegnamenti mirati. Per esempio, italiano per economisti, per scienziati, per ingegneri etc. Lasciando stare gli atenei britannici che vivono di rendita grazie alla diffusione globale dell’inglese, è questo uno dei fattori che consente alle università francesi e tedesche di essere più “appetibili” rispetto a quelle nostrane.

Il vero nodo è però quello rappresentato dalla scarsa consapevolezza che la difesa e la promozione della lingua e della cultura nazionali all’estero possono essere preziose in prospettiva futura (anche dal punto di vista economico). Cosa che altri governi europei hanno invece compreso da tempo.

Featured image, Dante, poised between the mountain of purgatory and the city of Florence, displays the incipit Nel mezzo del cammin di nostra vita in a detail of Domenico di Michelino’s painting, Florence, 1465