PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Obama e la riluttante leadership mondiale

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

640px-BarackObamaportraitdi Michele Marsonet. Di un declino della potenza americana, vero o presunto che sia, si parla ormai da molto tempo. Curiosamente il problema si pone dopo la fine del bipolarismo USA-URSS, e cioè proprio quando, almeno in teoria, l’unica potenza davvero globale rimasta sulla scena dovrebbe trovare il terreno libero da ogni ostacolo.
Tuttavia la “fine della storia” profetizzata da Francis Fukuyama – scopiazzando Hegel – non si è verificata, e gli Stati Uniti devono fare i conti con una realtà assai più complessa del previsto. Si è visto che l’Impero del Male combattuto da Ronald Reagan, vale a dire l’Unione Sovietica, era tutto sommato una realtà con cui si poteva trattare in termini razionali sedendosi al tavolo e parlando.

Assai più difficile l’impresa oggi, con la frammentazione estrema dei conflitti e avversari con i quali la trattativa è impossibile proprio perché, per loro, è l’America a ricoprire il ruolo di Impero del Male. Una nemesi che certo i presidenti USA più decisi a sbarazzarsi dei sovietici non si sarebbero aspettati.

Da questo punto di vista Obama è stato definito il “presidente riluttante” per eccellenza. Attenzione però. La sua posizione è molto meno impopolare di quanto si creda nell’opinione pubblica statunitense. Come ho già avuto modo di altre volte, cresce il numero dei cittadini stanchi di vedere le forze armate USA impegnate da tanti anni ovunque nel mondo, e con risultati disastrosi come in Irak e in Afghanistan.
Non è detto, quindi, che un presidente riluttante sia anche impopolare, almeno per quanto riguarda la politica estera. Si può addirittura giungere a rifiutare la leadership mondiale se quest’ultima implica un dispendio ritenuto eccessivo di vite umane e di risorse economiche. Ed è esattamente ciò che molti americani oggi vorrebbero: una maggiore attenzione per i problemi interni lasciando che “gli altri” se la sbrighino da soli.

Attualmente è su queste posizioni addirittura un ex falco come Edward Luttwak, per il quale l’appoggio americano alle cosiddette “primavere arabe” e la lotta senza tregua ai regimi laici in Medio Oriente è un’ulteriore prova del fallimento totale delle tesi di Fukuyama, tra le quali c’è – o c’era – anche la necessità di esportare la democrazia ovunque nel globo, non importa se gradita o meno alle popolazioni destinatarie del “dono”.

Esistono però due aspetti nell’esercizio della leadership mondiale, riluttante o no. Il primo ha un carattere tipicamente ideologico, e consiste nel ribadire la “eccezionalità” USA, Paese destinato a imporre sul piano internazionale il rispetto della legalità, l’imposizione dei compromessi e il mantenimento di un apparato militare in grado di garantire la stabilità politica ed economica del mondo intero.
Sappiamo che le cose non stanno affatto così, ma è un dato di fatto che per decenni gli americani, dalla classe dirigente ai cittadini più umili, hanno creduto in queste tesi, in seguito alla vittoria sui grandi regimi totalitari nel secondo conflitto mondiale.

Il secondo aspetto della leadership è prettamente economico e, pur essendo collegato al primo, ha caratteri differenti. Qui il discorso diventa molto più banale e meno aulico. Gli USA sono grandi consumatori – i maggiori del mondo – di risorse naturali ed energetiche. Ne possiedono quantità enormi nel loro territorio, ma il consumo è tale che non bastano. Ecco quindi l’esigenza di garantirsi fonti di approvvigionamento esterne, anche usando la forza militare.

A questo punto siamo su un piano diverso. L’ideologia c’entra poco o nulla, è una questione di sopravvivenza dal momento che la mentalità americana corrente non prevede il taglio dei consumi. Obama, per quanto riluttante, potrebbe essere costretto a usare la forza per evitare che i preziosi pozzi di petrolio irakeni vengano occupati in permanenza dagli jihadisti.

Le vecchie potenze coloniali non si comportavano diversamente, utilizzando la potenza militare per garantirsi le materie prime. E se gli USA lasciassero perdere i paraventi ideologici e le sciocchezze di Fukuyama, per ammettere infine che approfittano della loro maggiore forza per sfruttare risorse che appartengono ad altri? Ne guadagneremmo tutti in termini di semplicità e di coerenza.

Featured image, ritratto ufficiale di Obama