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Scienza e religione: un rapporto problematico

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

La_scienza_e_l_i_4eaa8194223e4_220x335di Michele Marsonet. Il rapporto tra scienza e religione – o, se si preferisce, tra scienza e fede - è uno dei grandi temi del pensiero contemporaneo. Al dibattito non contribuiscono soltanto i filosofi, come molti ritengono, ma anche gli scienziati. Sono note le molte opere che Albert Einstein ha scritto al riguardo. Numerosi, tuttavia, pure gli scienziati dei nostri giorni che riflettono sull’argomento proponendo soluzioni di vario tipo ma, in ogni caso, interessanti. Paolo Musso, docente di Filosofia della scienza all’Università dell’Insubria, offre una sintesi del dibattito in corso in un libro pubblicato da Mimesis Edizioni: “La scienza e l’idea di ragione. Scienza, filosofia e religione da Galileo ai buchi neri e oltre”. L’autore inquadra il problema nel contesto più vasto della nostra conoscenza della realtà naturale, sottolineando sin dall’inizio che questo non è il solo tipo di conoscenza di cui disponiamo.

Era opinione dei positivisti del secolo scorso che la scienza moderna avesse occupato l’intero campo della conoscenza, ivi inclusi quegli spazi che, tradizionalmente, venivano riservati alla filosofia. Lo spirito scientifico andava pertanto trasferito senza esitazioni nel campo filosofico e, a questo proposito, il viennese Moritz Schlick affermò che un filosofo che conoscesse soltanto la filosofia era come “un coltello senza lama e senza manico”. Con ciò intendeva dire che il filosofo doveva essere esperto di almeno una disciplina scientifica se voleva pronunciare dei discorsi dotati di senso. Solo nella scienza si dà vera conoscenza, e le asserzioni della filosofia e della religione (ma anche dell’etica) altro non sono che enunciati privi di significato.

I positivisti, dunque, attribuiscono valore soltanto agli enunciati empirici e a quelli analitici della logica e della matematica. La conoscenza è soltanto quella empirica, basata sui dati immediati, e la concezione scientifica del mondo è contraddistinta dal metodo dell’analisi logica. Una funzione determinante viene svolta, all’interno di questa visione, dalla moderna logica formale (o matematica) poiché con il suo ausilio è possibile ottenere il massimo rigore nelle definizioni e negli asserti; utilizzandola, inoltre, si riesce a formalizzare i processi inferenziali intuitivi che sono propri del linguaggio comune, traducendo quest’ultimo in una forma controllata automaticamente mediante il meccanismo dei simboli.

Musso nota che queste tesi si basano in fondo su un’assunzione piuttosto forte, secondo la quale solo la scienza possiede i caratteri dell’oggettività, mentre tutte le altre manifestazioni della cultura umana sarebbero soggettive. Oppure, per dirla in maniera ancora più radicale, soltanto la scienza è razionale, mentre le altre forme che può assumere la nostra cultura sarebbero irrazionali. Ne consegue, secondo l’autore, il manifestarsi della “malattia del secolo”, vale a dire l’incapacità di comprendere significato e ruolo del sentimento, “e questo, paradossalmente, nel momento stesso in cui lo si esalta come forse non è mai accaduto in nessun’altra epoca della storia umana”. La ragione viene concepita quale fredda capacità di calcolo, chiusa in se stessa, mentre il sentimento è ridotto alla pura reattività dell’istante.

Non può essere così se si rammenta che il sentimento potenzia la ragione invece di sminuirla. E questo è importante quando si affronta il tema dei rapporti tra scienza e fede. Lo stesso Einstein affermò che “La scienza senza religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca”. Il grande fisico non si riferiva ad alcuna particolare fede religiosa, ma intendeva mettere in rilievo che lo stupore sperimentato da ognuno di noi di fronte alla complessità e alla bellezza del mondo che ci circonda non può essere ridotto a una mera questione di calcolo.

Si noti che per lo stesso Galileo l’autolimitazione allo studio delle “affezioni” valeva solo per il caso delle “sostanze naturali”, il che significa per la scienza sperimentale. Nel libro si nota giustamente che “questo non solo non esclude, ma al contrario garantisce che sono possibili anche altre forme di conoscenza, in quanto significa, appunto, che la scienza sperimentale non si occupa di tutta l’esperienza, ma solo di una parte di essa”.

La ricerca religiosa è, in fondo, il tentativo di scoprire “il senso del tutto”, di rispondere alla domanda circa il significato di tutto ciò che esiste. Naturalmente, se si trova una risposta a tale quesito, essa non va imposta a chi ha opinioni diverse dalle nostre, bensì – per quanto possibile – condivisa. E la condivisione implica, ancora una volta, la ricerca del giusto equilibrio tra ragione e sentiment.

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3 Comments on Scienza e religione: un rapporto problematico

  1. Andrea // 8 June 2014 at 20:34 //

    Le religioni sono state la prima scienza dell’uomo che si interrogava sul mondo, immaginando teologie dove enti misteriosi svolgevano compiti simili a quelli dell’uomo faber. Oggi le varie teologie sono generalmente improponibili come ipotesi scientifiche e per ragioni metodologiche e per la complessità del mondo che la scienza rivela. Sul piano logico si salva, credo, solo il cristianesimo perché abbiamo avuto un signore dalla cui esistenza storica non si può dubitare, anche per la conoscenza che ne abbiamo attraverso i suoi apostoli, della cui esistenza siamo certi e per risultanze archeologiche e da testi, che malgrado interpolazioni che possiamo ritenere certe, ne rappresentano la sostanza delle parole e del pensiero. Che questo signore sia stato veramente Dio creatore e provvidente, o semplicemente l’interprete di un piccolo nucleo di uomini, più o meno concorrente ad altri gruppi presentatisi alla storia come presocrartici, buddisti ecc. è pura questione di fede. Assolutamente legittima poiché la scienza ad un certo punto deve lasciare il passo alla filosofia, e questa a sua volta alla religione. Insomma la religione è un primo passo che viene superato da scienza e filosofia, ma che pur assieme non riescono a spiegare completamente il mondo. Il ritorno alla religione è un passo non necessario, ma emotivamente comprensibile, specie tenendo conto che è un fortissimo cemento sia sociale sia psicologico per una vasta parte della umanità, assegnando alle popolazioni norme di vita e di pensiero. Che alcune di queste norme siano secondo la nostra etica occidentale e la biologia aberranti, mutilazioni, sacrifici, cerimonie ecc. sono argomento di psicologia sociale e di rapporti di potere tra intellettuali – classe sacerdotale – e muscolosi – guerrieri/politici – in un insieme che costruisce le società in cui l’umanità vive.

  2. Il discorso verte su questioni contingenti all’immanenza della natura che si manifesta si sensi dell’uomo, rispetto alla trascendenza da cui trae fonte la sua creatività nel conformare la natura a proprio vantaggio. Pareto superò la visione duale della conoscenza, considerando scientifico considerare le azioni dell’uomo suddivise tra quelle “logiche” e quelle “non logiche”, osservando che nessuno al mondo, in assoluto, agisce in modo esclusivamente razionale. Ipotizzarlo significherebbe che la nostra vita si svolgerebbe in modo deterministico e si esaurirebbe nel reale già costruito: appunto come fanno gli atei e gli edonisti che nulla sono capaci di fare. Assenza del bene e del male, del bello e del brutto, del buono e del cattivo. Una schifezza!

  3. Se il male non è attribuibile a Dio, come affermano i teologi, e nemmeno all’uomo perché simile a Dio, è ragionevole pensare che bene e male siano entrambi insiti nella natura e riguardino lo scorrere degli eventi secondo le tracce ricavabili dalla storia. In essa, l’uomo, come persona dotata di Coscienza , ha il dono peculiare ed unico di svelare i segreti della natura e, nello stesso tempo, di apprezzare, secondo un discernimento improntato in varia misura alla saggezza, l’effetto delle modificazioni che in essa compie.
    Teodorico Moretti Costanzi, in “Etica nelle sue condizioni necessarie” del 1965, nella nota 2 al Capitolo primo svolge alcune considerazioni che di seguito trascrivo liberamente, sperando di non allontanarmi troppo dal concetto che intendeva esprimere.
    “Il termine di Coscienza è inconciliabile se lo riferiamo all’insieme di coscienze appartenenti ad un gruppo di più persone. L’ambito sociale nel quale viviamo ci porta ad essere degli “Io co-intelligenti”, nella misura in cui interagiamo l’uno con l’altro. Co-intelligenza può e deve essere intesa come Co-scienza in senso duplice. Primo: in riferimento al suo comprendere i vari coscienti; secondo: in riferimento alla sua strutturazione nelle tre forme di sapere (volontà, senso e intelletto) che precedono l’atto. Il Sapere, tolto definitivamente il pregiudizio di un essere-oggetto che stia dinanzi all’io-soggetto, non ha più modo di primeggiare e quindi il risultato dell’atto diventa frutto dell’operato di più persone che condividono la stessa Coscienza”.
    La Scienza di a combinata con quelle di b, c, d, … k diventa Coscienza dal momento in cui le Scienze giungono allo stato di essere unificate e condivise.

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