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Sul destino di Hong Kong

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

HKGPO1911di Michele Marsonet. A occhio e croce verrebbe da dire che il destino di Hong Kong non è poi così importante, e vi sono senz’altro buone ragioni per sostenere tale tesi. Eppure si tratta di una città “speciale”, uno dei non tanti luoghi al mondo in cui si prova spesso la sensazione di non capire bene dove ci si trova. Intendo dire che la stragrande maggioranza della popolazione è indubbiamente cinese, anche se la lingua parlata è il cantonese e non il mandarino. Tuttavia cultura e comportamenti sono occidentali nel senso pieno del termine, e gli abitanti non sembrano affatto disposti ad abbandonarli.

Com’è noto sto parlando di un ex Dominion inglese, restituito alla Cina nel 1997 grazie agli accordi stipulati nel 1898 tra il Regno Unito e il declinante Impero cinese. L’influenza britannica nei cento anni di presenza è penetrata in profondità nel tessuto della società locale, al punto che – anche dopo la scadenza del trattato continua il tenace rifiuto della completa assimilazione con la “Mainland”. E tuttavia stiamo parlando di 7 milioni di persone a fronte del miliardo e 300 milioni della Repubblica Popolare, il che induce a credere che il suddetto rifiuto non potrà avere successo per sempre.

La presenza inglese, com’è accaduto a Gibilterra, Malta e in altri luoghi, ha modificato la visione del mondo dei locali che, infatti, continuano a percepire il colosso statale di cui ormai fanno parte come un’entità “straniera”. Pechino ha finora tollerato la situazione basandosi sul tipico pragmatismo cinese. Dopo tutto Hong Kong è rimasta una celebre piazza finanziaria e bancaria, che per di più ha una moneta propria convertibile nei mercati (a differenza di quella della Repubblica Popolare). Vi si trovano più di 100 consolati e gli investitori stranieri abbondano anche grazie al sistema economico tuttora liberista.

Nella ex colonia britannica, che ha finora conservato la propria bandiera, viene commemorato ogni anno la strage di Piazza Tienanmen del 1989, mentre in Cina manifestazioni simili sono assolutamente proibite. I mass media mantengono una relativa libertà, ed esiste il Google di Hong Kong che spesso è l’unico canale attraverso cui ricevere notizie in tempo reale su quanto accade nel grande Paese asiatico.

Negli ultimi tempi, tuttavia, il Partito comunista si è per così dire stancato di questa parziale autonomia avviando una campagna di “rieducazione patriottica” volta, da un lato, a rimarcare la piena appartenenza della città alla Repubblica Popolare e, dall’altro, a introdurre nelle scuole locali il marxismo-leninismo quale materia educativa di base.Nonostante le sue piccole dimensioni, la città ha opposto una resistenza passiva che ha avuto un certo successo, tanto che il primo ministro del governo locale ha potuto dire che “saranno gli istituti scolastici a decidere come e quando introdurre l’educazione morale e nazionale nell’ambito del corso di studi”. Affermazione assolutamente impronunciabile in qualsiasi altro luogo della Cina.

Ma non è tutto. A Hong Kong si tengono elezioni generali che sono relativamente libere anche se il suffragio universale non esiste, poiché i cittadini possono votare solo la metà dei loro rappresentanti. Il resto viene “cooptato” dalle corporazioni professionali influenzate dal regime. Eppure nell’ultima tornata il 60% dei voti fu conquistato dai partiti democratici, i quali restano comunque in minoranza nel Parlamento grazie alle regole imposte dalla Cina.

Appena tornato da questa “strana” città (in cui quasi tutti parlano inglese) per partecipare a un evento organizzato dalla UE e volto a reclutare studenti locali che desiderano iscriversi alle università europee, ho percepito cambiamenti rispetto ai due viaggi precedenti. La presenza cinese è più incombente, in linea del resto con la politica da grande potenza che la Repubblica Popolare sta ormai praticando senza esitazioni.

Non è un caso che proprio questo momento i maggiori esponenti del governo locale siano stati invitati a partecipare a un incontro con la dirigenza cinese che si terrà a Shangai il 12 e 13 aprile. La versione ufficiale è che la Cina vuole appurare quali siano le intenzioni dei leaders di Hong Kong a proposito della collaborazione con la Mainland, ma sui quotidiani della città pubblicati in inglese si legge che alcuni degli “invitati” hanno manifestato il timore di non poter poi fare ritorno nella città-isola, e questo la dice lunga su un clima di diffidenza che è a tutti gli effetti reciproco. Non si vede tuttavia come i rappresentanti locali possano evitare l’incontro, considerato anche il fatto che Hong Kong è parte integrante della Repubblica Popolare.

Pechino non contesta formalmente alcunché, neppure i risultati delle elezioni che non sono certamente graditi, limitandosi a ribadire che la città deve in ogni caso essere nelle mani di forze “patriottiche”. Che cosa questa espressione significhi realmente è ancora da vedere, ma un fatto è certo. Era più facile mantenere l’autonomia con una Cina ancora relativamente debole e in fase di sviluppo. Di fronte a una potenza mondiale che fa la voce grossa persino con gli Stati Uniti tutto può diventare più arduo in tempi brevi.

Featured image, Hong Kong ufficio postale generale in una foto del 1911.