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Il comunismo è morto davvero? Sì, no, forse…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

476px-Hans_Holbein_d__J__065di Michele Marsonet. Credo abbiano pienamente ragione quanti sostengono, in libri e articoli, che “il comunismo non morirà mai”. Non è certo un caso che da parecchi anni alcune domande provocatorie continuino ad aleggiare nel dibattito politico e filosofico. E’ proprio vero che il comunismo è morto? E ancora: siamo davvero sicuri di aver compreso le cause che hanno determinato il crollo del socialismo reale? Parrebbero, questi, interrogativi retorici, dal momento che il corso della storia sembra aver dato risposte inequivocabili. Eppure permane una sensazione di analisi incompiuta, di conti rimasti in sospeso.

Un notevole contributo alla loro chiarificazione fu fornito dal celebre volume di François Furet “Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo”. Eppure lo stesso titolo del libro è fuorviante. Furet definisce “illusione” l’idea comunista, utilizzando una parola che non mi sembra del tutto adeguata giacché tale idea è meglio espressa da un termine classico come “utopia”.

Ora, se si intende dire che l’idea comunista appartiene ormai soltanto al passato – nel senso di non avere un futuro – mi pare opportuno sottolineare che una simile affermazione non è giustificata. Il motivo risiede nel fatto che il futuro non è ipotecabile né predicibile: le particolari circostanze storiche in cui oggi viviamo non ci autorizzano a formulare previsioni così sicure sugli avvenimenti che seguiranno.

Aggiungo che non è lecito ridurre una categoria vasta come “comunismo” alla sua formulazione marxiana o marxista-leninista. Del resto lo stesso Furet notò opportunamente che l’utopia dell’uomo nuovo viene prima del comunismo sovietico e sopravviverà in altre forme – per esempio, libera del “messianismo” operaio. E ancora: “lo storico dell’idea comunista nel XX secolo oggi è almeno sicuro d’avere a che fare con un ciclo interamente concluso dell’immaginazione politica moderna, un ciclo iniziato con la Rivoluzione d’Ottobre e finito con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo comunista s’è sempre gloriato, oltre che di quello che era, di quello che voleva diventare e quindi stava per diventare. Il problema è stato definitivamente risolto con la sua fine: oggi quel mondo appartiene interamente al passato”.

Non si potrebbe essere più chiari. Ciò che appartiene al passato non è l’idea comunista “in quanto tale”, bensì una sua particolare incarnazione storico-politica, e cioè quella realizzatasi nei Paesi del cosiddetto socialismo reale a partire dalla Rivoluzione sovietica in poi. Che “quella” esperienza sia finita non può essere messo in dubbio. Scopo di Furet era, essenzialmente, capire il sortilegio che la rivoluzione russa ha esercitato sugli uomini del XX secolo, oppure, per dirla con Lucio Colletti, “chiarire il mistero di come l’utopia abbia retto alle smentite della storia”.

Al giorno d’oggi è forse inevitabile assistere all’identificazione tra l’idea comunista com’è espressa nella teoria e i tentativi di realizzarla compiuti nel secolo scorso; troppo vicini sono gli avvenimenti, le speranze, le illusioni e le disillusioni per permettere il necessario distacco critico. Le passioni di segno opposto suscitate da quell’esperimento sono ancora con noi, prova ne sia il fatto che, nonostante tutto, le categorie del comunismo e dell’anticomunismo continuano a essere utilizzate – anche se in modo distorto – nel dibattito politico italiano. Tuttavia, partire da queste premesse per giungere alla conclusione che la stessa idea comunista è morta significa non rispettare i nessi di conseguenza logica.

A fini di chiarificazione, occorre allora cercare di distinguere le due cose. Il termine “comunismo” ha un significato duplice. Da un lato designa un progetto di riorganizzazione totale della società che, attraverso l’abolizione della proprietà privata, punta alla soppressione definitiva dei conflitti economici, etici e sociali. Dall’altro indica l’insieme dei movimenti politici che si sono organizzati in vista dell’attuazione di un simile progetto (contrapponendosi, per esempio, al riformismo gradualista dei partiti socialdemocratici).

E’ del tutto comprensibile che all’uomo contemporaneo interessi primariamente la formulazione marxiana e poi leninista (o maoista) del comunismo, in quanto è ad esse che occorre rifarsi per spiegare il fallimento di cui prima si diceva. Ma ciò non dovrebbe indurre a dimenticare la lunga storia dell’idea comunista, che notoriamente trova anticipatori e teorici illustri come Campanella e Thomas More (per citare solo due nomi).

In realtà il comunismo, inteso nell’accezione più vasta, non morirà mai perché permette di dare all’azione una sicurezza di tipo trascendente, magari con l’idea di scienza che fa le veci della religione. Risponde insomma alle angosce umane e consente di superare – o di “credere” di superare – i nostri limiti. Possiamo anche ammettere che si tratti di un’illusione, senza però scordare che proprio sulle illusioni la storia umana è stata in gran parte costruita.

Featured image, Tommaso Moro, ritratto di Hans Holbein il Giovane (1527)

1 Comment on Il comunismo è morto davvero? Sì, no, forse…

  1. Michele Marsonet // 6 February 2014 at 17:57 //

    Non è così semplice. Il comunismo è una grande utopia che attraversa la storia del genere umano ormai da millenni, non soltanto il prodotto dei rapporti tra ricchi e poveri. Non muore, nonostante le esperienze negative, perché l’idea di creare una società di eguali in cui non sussistano più conflitti di alcun tipo è presente da sempre. Ma qui occorrerebbe un lungo discorso sul concetto di “utopia”. Cordialmente, Michele Marsonet

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