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Quando Wittgenstein incontra John Wayne

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

280px-Ombre_Rossedi Michele Marsonet. Analizzare “Ombre rosse” di John Ford utilizzando il “Tractatus” di Wittgenstein. Di primo acchito sembra un’idea bizzarra, ma neanche tanto dopo aver letto cosa ne pensa il filosofo brasiliano Julio Cabrera, autore del libro “Da Aristotele a Spielberg. Capire la filosofia attraverso i film” (Bruno Mondadori Editore). L’opera non è di recente pubblicazione, tuttavia mette conto parlarne poiché la letteratura specificamente dedicata al tema “Cinema e filosofia” non è poi così abbondante.

Nel capolavoro fordiano del 1939 (titolo originale: “Stagecoach”) Cabrera trova un’applicazione paradigmatica – tradotta in immagini cinematografiche – della famosa distinzione wittgensteiniana tra “dire” e “mostrare”. E’ noto che al filosofo austriaco piacevano molto i film western. Per averne conferma basta leggere il volume di Ray Monk “Wittgenstein. Il dovere del genio”, che resta a mio avviso la migliore biografia a lui dedicata. Parecchi specialisti in passato hanno storto il naso apprendendo la notizia, e non si vede perché. Anche il pensatore più serio e impegnato ha in fondo diritto di concedersi qualche momento di relax.

“Ombre rosse” è una pellicola fortemente caratterizzata dal punto di vista etico. Un gruppo di persone che appartengono a categorie sociali assai diverse deve addentrarsi nel territorio apache senza alcuna protezione e, quando la diligenza che li trasporta viene attaccata dagli indiani in una scena memorabile, il comportamento morale dei componenti fa saltare ogni regola.

Uomini e donne rispettabili dimostrano un’inattesa codardia, mentre i cosiddetti emarginati diventano eroi a tutto tondo. In particolare John Wayne nei panni del pistolero, John Carradine che interpreta il ruolo del giocatore di carte professionista, Thomas Mitchell che qui è un medico ubriacone, e Claire Travor, la prostituta che aiuta la moglie di un ufficiale a partorire pur essendo da lei disprezzata in modo palese.

Perché scomodare Wittgenstein nell’analisi del film? La risposta è che i problemi morali che emergono in “Ombre rosse” possono senz’altro essere trattati in un saggio filosofico sotto forma di parole scritte, come si è fatto nell’intero percorso del pensiero occidentale. In questo modo, tuttavia, essi finiscono col perdere la loro forza primigenia. Un comportamento etico si può, per l’appunto, “mostrare” e non enunciare in forma argomentativa. Si tratta di atteggiamenti volitivi che in quanto tali fuoriescono dai confini del linguaggio scritto articolato. “L’immagine cinematografica – afferma Cabrera – nel ‘dire’, riesce ad andare oltre il linguaggio delle parole, e ciò sia nel cinema muto sia in quello sonoro e parlato”.

Naturalmente è impossibile mettere d’accordo gli esegeti di Wittgenstein quando si affrontano i nodi dei limiti del linguaggio e della distinzione fra “dire” e “mostrare”. Le interpretazioni continuano a divergere, come del resto è sempre avvenuto quando entrano in gioco i classici del pensiero antico, moderno o contemporaneo. Ma senza dubbio il quadro proposto da Cabrera è interessante, non foss’altro perché tocca un punto centrale della riflessione del filosofo austriaco usando un medium poco convenzionale come il cinema.

Vorrei però sottolineare che l’autore sposa un po’ troppo le tesi wittgensteiniane (o, almeno, quelle del “Tractatus”) circa la possibilità di rimediare tramite un appropriato simbolismo alla presunta inadeguatezza del linguaggio ordinario. Di qui la ricerca un po’ utopica dell’isomorfia tra linguaggio e mondo, poi superata nelle “Ricerche filosofiche” con l’adozione di una chiave di lettura più pragmatica e basata su concetti quali “gioco linguistico” e “forme di vita”.

In ogni caso, in entrambe le fasi è il linguaggio a giocare il ruolo centrale, e questo fatto genera parecchie perplessità. Il linguaggio, se non viene inteso alla stregua di un’entità che si auto-spiega e si auto-giustifica, è nato a un certo punto dell’evoluzione culturale del genere umano, sicuramente sotto la spinta di necessità pratiche. Se rifiutiamo la tesi “tutto è linguaggio”, occorre ammettere che la realtà stessa trascende i limiti linguistici, come ben sanno coloro che hanno avuto la sventura di sperimentare un terremoto.

Ma qui il cinema non c’entra. Il libro di Cabrera si propone solo di mostrare (nel senso comune del termine) che dai film si possono trarre ottimi spunti di riflessione filosofica. Anche se al sottoscritto, rivedendo per l’ennesima volta “Ombre rosse”, non viene certo in mente Wittgenstein. Resta piuttosto impressa l’immagine di Apache e cavalli che cadono di schianto intorno alla diligenza, e dei soldati blu che arrivano appena in tempo con in testa trombettiere e bandiera a stelle e strisce spiegata.

Featured image, John Wayne e Claire Trevor in “Ombre rosse” (Stagecoach, 1939).