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L’epopea di Mikhail Kalashnikov

250px-Michael_Kalashikovdi Michele Marsonet. Rammentare la scomparsa di chi ha inventato un’arma micidiale può sembrare politicamente scorretto, e forse lo è davvero. Chi oserebbe negare, tuttavia, che anche le armi fanno la storia e molto spesso – ma alcuni dicono “sempre” - ne determinano il corso? Queste considerazioni mi vengono in mente leggendo della morte di Mikhail Kalashnikov, mancato prima di Natale all’età di 94 anni.

Il suo nome è talmente celebre da essere identificato con il fucile d’assalto da lui ideato poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, e che in realtà si chiama, almeno nella versione più diffusa, AK-47. Ma la sigla tecnica è diventata altrettanto celebre, al punto che anche i non specialisti riescono quasi sempre ad abbinarla con il fucile di cui sopra.

E’ noto che Kalashnikov non era certo un uomo istruito. Tante le lauree honoris causa in ingegneria e altro ricevute in giro per il mondo, ma non frequentò mai l’università. Era un self-made man, un semplice meccanico autodidatta e di origini contadine, nato nel 1919 in un villaggio siberiano. A riprova del fatto che istruzione superiore e genialità non sono necessariamente abbinate, riuscì con una maestria tecnica innata a concepire un’arma rimasta per molto tempo ineguagliata per semplicità ed efficacia.

Sarebbe però errato attribuire la fama dell’AK-47 alle sole doti tecniche. In realtà il fucile d’assalto, poi prodotto in modo più o meno legale in Cina e altre nazioni, divenne col tempo un simbolo permanente delle lotte di liberazione per gli uni, e delle guerre di sovversione per gli altri. E, anche se costruito altrove, rimase sempre nell’immaginario collettivo un prodotto tipicamente sovietico.

Le sue doti si mostrarono in maniera definitiva nella guerra del Vietnam, dove costituiva l’arma individuale standard dei Vietcong e dell’esercito regolare nordvietnamita. Contrapposto a un fucile d’assalto anch’esso famoso, l’M16 di fabbricazione USA, il Kalashnikov si dimostrò superiore soprattutto nel combattimento ravvicinato. Più rozzo e meno sofisticato tecnicamente dell’M16, era tuttavia utilizzabile con maggiore facilità e in ogni condizione climatica.

Da allora divenne, stranamente, un’arma “di sinistra” – per quanto contraddittoria possa suonare tale espressione – poiché usata come accennavo prima nelle guerre di liberazione e anticoloniali. I documentari ufficiali e numerosi quanto celebri film americani dedicati alla guerra del Vietnam ci hanno fatto sentire in abbondanza il suono cadenzato e quasi tossicchiante del suo fuoco automatico, che incuteva paura ai soldati avversari. Ora l’AK-47 figura addirittura nella bandiera nazionale di alcuni stati, tra cui il Mozambico.

In seguito è diventato pure arma diffusa nella guerriglia islamica, al punto che Osama Bin Laden si faceva spesso ritrarre con il Kalashnikov al fianco. Last but not least, viene utilizzato con frequenza anche dalle mafie di tutto il mondo per i soliti motivi di efficacia e potenza di fuoco.

Per quanto sorprendente possa sembrare di primo acchito, questo fucile d’assalto ha finito con l’essere circondato da un’aria di “romanticismo politico”, forse perché visto da tanti come tipica arma degli oppressi che lottano per affermare i propri diritti. Naturalmente non è così o, almeno, non lo è completamente. E’ strumento di morte e portatore di violenza come tutte le armi, e pure più efficace di altre.

La fama di icona degli oppressi però resta. Aveva ragione il suo inventore quando sosteneva che “l’AK-47 non uccide nessuno, uccidono i politicanti che non riescono a mettersi d’accordo e sfruttano la gente”? Forse sì, se rammentiamo che in fondo le armi sono solo strumenti in mano agli uomini. E, pur su scala minore, la storia di Kalashnikov rammenta quella dei fisici che crearono la bomba atomica. Colpevoli o no? Nessuno è riuscito a fornire una risposta definitiva.

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