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L’università italiana e la crisi, ma i problemi non sono solo economici….

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

723px-Plato_i_sin_akademi,_av_Carl_Johan_Wahlbom_(ur_Svenska_Familj-Journalen)di Michele Marsonet. Qual è, oggi, lo stato di salute dell’università italiana? Se lo chiediamo a docenti e studenti, la maggioranza risponderà che è critico o addirittura drammatico, e il giudizio si riflette puntualmente negli organi di stampa. Non si è mai parlato e scritto tanto di università come negli ultimi anni, a dimostrazione del fatto che anche nell’opinione pubblica si percepisce con chiarezza un senso di malessere diffuso, una sorta di crisi di identità che affonda le radici nello smarrimento progressivo del significato del lavoro universitario. Nel frattempo si susseguono le coalizioni governative, ma il tema continua ad essere affrontato in termini puramente economici. “Dateci più soldi” - affermano il ministro di turno, rettori e docenti - “e vedrete che i problemi troveranno una soluzione adeguata”.

La questione, tuttavia, non è così semplice. Lo testimonia il fatto che si parla di crisi del sistema universitario europeo, e non solo italiano. Ovunque si tende a dimenticare che la sfera economica non può mai essere disgiunta dalla sfera politica e, soprattutto, da quella morale. Lo scriveva Norberto Bobbio notando che un economista come Luigi Einaudi, nonostante la sua diffidenza nei riguardi dello strapotere dello Stato, non mise mai in dubbio che quando è in questione la vita collettiva di una nazione la decisione ultima spetti al politico.    Eppure anche un intellettuale di rilievo come Ralf Dahrendorf, che ha ricevuto di recente il Premio Isaiah Berlin dal Centro Internazionale di Studi Italiani a Santa Margherita, offre un’analisi basata su criteri esclusivamente economici. Trattando il tema “Le università europee al bivio tra rinascita e decadenza”, Dahrendorf pone a confronto il sistema universitario americano e quello europeo. Egli nota giustamente che il secondo risente di carenza di diversificazione e di flessibilità, nonché di eccesso di burocrazia. Pur ammettendo che in Europa esiste anche un’insufficienza di finanziamenti spiù accentuata che in America. Parte però da una constatazione che può anche ingenerare dubbi. “Le università europee” – questa la sua tesi – “non riescono a fornire quell’energia intellettuale e creativa che servirebbe a innalzare il basso livello di performance economica del continente”.

Ci si può chiedere: ma è proprio questo il compito, o se si preferisce la vocazione, di un sistema universitario inteso in senso globale? Quello, cioè, di creare sinergia tra mondo economico e mondo accademico? In alcuni casi sì, ma non in tutti. Dahrendorf riconosce che viviamo in una “società della conoscenza”. Quest’ultima, però, non è solo scientifica e tecnologica. Giudica inoltre nefasta una presunta tendenza del sistema universitario europeo a definire i propri obiettivi in contrasto con il mondo economico. Una tendenza, a suo avviso, che pregiudica lo status delle università europee nel mondo reale.

La frase è significativa. Da essa si deduce che per Dahrendorf il mondo reale è quello economico, magari con l’aggiunta di scienza e tecnologia. Tutto il resto è, se si segue il suo ragionamento, irrealtà. Credo sia necessario dissentire. La realtà è assai più complessa e variegata, e ciò che fuoriesce dall’economia, dalla scienza e dalla tecnologia fornisce un apporto di fondamentale importanza alla società nel suo insieme.

Senza contare che parlare di sistema universitario americano come di un blocco monolitico è fuorviante. In quel contesto abbiamo piuttosto una serie di atenei di primo livello, che godono di grandi finanziamenti. E poi un numero molto più vasto di università di serie B o C, in cui la preparazione fornita agli studenti è decisamente inferiore alla media europea. Stiamo attenti, dunque, a privilegiare sempre e in ogni caso le scelte economiche rispetto a quelle politiche e culturali.

Il problema va affrontato in modo diverso, riconoscendo che abbiamo smarrito il vecchio significato di “Universitas” intesa come comunità di docenti e studenti che perseguono il fine di diffondere e assimilare la conoscenza a ogni livello, sia essa pratica o teorica. Chi riesce a stento a insegnare e a fare ricerca perché sommerso da codici e tabelle che cambiano ogni giorno, da normative confuse e in perenne evoluzione, sa bene di cosa sto parlando. I finanziamenti, insomma, rischiano di contare poco se prima non si recupera la consapevolezza di cosa significhi insegnare e studiare all’università.

Featured image, Platone discorre con i suoi discepoli nell’Accademia, Svenska Familj-Journalen (1864-1887).

3 Comments on L’università italiana e la crisi, ma i problemi non sono solo economici….

  1. Da studente posso confermare che il punto non sono (sol/tanto) i finanziamenti, si tratta prima di tutto della ridefinizione di ruolo sociale e dimensione culturale (e non solo) del luogo “università”. Quale senso dare alle lezioni e ai programmi? Quale ruolo fra docenti e studenti? Quale distanza fra consigli di amministrazione e docenti/studenti? Quali rapporti fra studio e lavoro? I perché non sono scontati, le questioni fondamentali e molteplici. Le risposte? Di sicuro inutile è aspettare “parole” amministrativo-ministeriali, di perché non si parla mai. Le modifiche si fanno con le mani dei diretti interessati; allora il primo problema non è, forse, un disinteresse celato dietro a un vago malcontento, in verità rassegnato?

  2. Concordo anch’io col fatto che non basta avere la giusta somma di denaro per far funzionare le università (sopratutto qua in Italia) ma che si tratta di un problema più vasto. Come possono le università funzionare bene, se chi sta dentro esce dalla scuola che non sempre insegna l’entusiasmo per l’impegno e si ritrova difronte ad un futuro che tutto ti mette, tranne voglia di ingaggiarti per l’università stessa? I professori poi e tutti gli organi universitari, come possono lavorare bene, se bloccati in labirinti quasi come i personaggi di Kafka?
    Anche se i finanziamenti aumenterebbero non cambierebbe molto. Di certo però qualcuno si arricchirebbe a sbaffo degli altri.

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