LA BARBA DI DIOGENE, Dublin (EIRE) – 17 Years Online. Leggi l'ultimo pezzo pubblicato...

MERE/I «padrone-a», appellativo sardo, illustre ma controverso.

800px-Padrepadrone-1977-01di Massimo Pittau. Il sardo log. mere, camp. meri «padrone-a», diminutivo mericheddu, merigheddu, merixeddu-a «padroncino-a» (AIS 1602), è un appellativo pansardo, ossia diffuso e adoperato in tutta l'Isola, esclusi il Sassarese e la Gallura, ma la sua etimologia od origine è molto controversa.

Della sua etimologia si erano interesseati il Maestro della linguistica romanza o neolatina. Wilhelm Meyer-Lübke (Romanisches Etymologisches Wörterbuch, III Auflage, Heidelberg 1935, C. Winters Universitätsbuchhandlung, REW 5247) e il Maestro della linguistica sarda, Max Leopold Wagner, Historische Lautlehre des Sardischen, Halle 1941 §§ 62 e 356; Dizionario Etimologico Sardo, I-III, Heidelberg 1960-1964, s. v.), e d'accordo avevano concluso che l'appellativo sardo deriva direttamente dal lat. maior(e) attraverso le forme supposte *maire, *meire.

Senonché a questa spiegazione etimologica si oppongono due grosse difficoltà, una fonetica e una storica: I) Il lat. maior(e) ha dato regolarmente nel sardo medievale major e majore, nel sardo centrale odierno majore e nel log. maore; II) L’appellaivo mere/i non compare in nessun documento medievale (cfr. M. T. Atzori, Glossario di Sardo Antico – documenti dei secoli XI e XIV, Parma 1953) e particolarmente nei documenti dei “condaghi”, documenti nei quali invece, nella loro precipua caratteristica di atti di acquisto o di permuta di possedimenti, quel vocabolo sarebbe dovuto comparire parecchie volte.

Non sono in grado di documentare quando il vocabolo sia attestato la prima volta; a me risulta soltanto nel 1832, nel Nou Dizionariu Universali Sardu-Italianu, Casteddu [= Cagliari] di Vincenzo Porru.

Ciò premesso, io sono dell’avviso che invece il vocabolo sardo sia derivato dal francese maire. Questo attualmente significa «sindaco» e «prefetto», ma nel francese antico significava «maggiore» ed effettivamente deriva dal lat. maiore (REW 5247).

Io ritengo che questo vocabolo francese sia stato importato in Sardegna nei primi decenni del ‘700, quando l’Isola passò dalla Spagna al Piemonte, nel 1718. È abbastanza noto infatti che non soltanto nella corte dei Savoia, ma pure nel ceto colto piemontese, la lingua di cultura non era affatto l’italiano, ma era il francese.

Ebbene il francese maire «maggiore» degli amministratori e dei militari piemontesi entrò nel corrispondente linguaggio degli amministratori, militari e delle famiglie nobiliari sarde, finendo pure per entrare nel linguaggio di tutti i Sardi.

Successivamente al Meyer-Lübke e al Wagner erano intervenuti due autori per presentare due differenti etimologie del nostro appellativo mere/i: M. F. M. Meikeljohn (in “L’Italia Dialettale”, XXVI, Pisa 1963, pgg. 145-146) dalla locuzione al vocativo lat. mi ere «o mio padrone»; e Nunzio Cossu (Il volgare in Sardegna e studi filologici sui testi, Cagliari 1968, pg. 20) dal toscano medievale messere; spiegazioni che io avevo in successione di tempo accettato nelle mie opere: Grammatica del Sardo-Nuorese (Bologna, II edizione 1972, 5ª ristampa 1986, § 108; Dizionario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico, I vol., Cagliari 2000, s. v. Senonchè anche a queste due spiegazioni si oppongono, con la medesima pesantezza, le due forti difficoltà che, come ho detto, si oppongono a quella del Mayer-Lübke e del Wagner.

Featured image, screenshot del film Padre padrone (1977).

3 Comments on MERE/I «padrone-a», appellativo sardo, illustre ma controverso.

  1. Egregio Prof,

    anzitutto una tirata d’orecchie; il primo a parlare di mere come dal latino MI HERE/MI ERE ‘mio signore’ fu lo Spano nel suo commento a Sa jerusalem victoriosa di M.Dore, da me riscoperto in Studi etimologici Logudoresi (che il lettore può ora trovare qui:http://www.academia.edu/attachments/31315914/download_file), per poi pentirsene, e qualcun altro zitto zitto, finì per approfittarsi della sua -secondo me- ancor buona ipotesi. Riguardo infatti che sia il il francese maire, indi pronunciato all’incirca [mèr], ci si oppone il fatto che Blasco abbia trovato in Ogliastra “maere” per mere (cfr. qui: https://www.google.it/search?num=100&newwindow=1&safe=off&q=%22maere%22%20padrone%20blasco&um=1&ie=UTF-8&hl=it&tbo=u&tbm=bks&source=og&sa=N&tab=wp&ei=-tQhUtmzGcaNtAak_4CgCg), che credo qualche lettore ogliastrino del blog potrà o meno confermare nella sua esistenza. Rimane certo comunque poi il problema della non-attestazione della parola nel Medioevo…

    saluti

  2. Alessandro Sanna // 4 September 2013 at 14:41 //

    Forse sarebbe giusto ricordare che l’accostamento al fr. maire proposto dal prof. Pittau era stato già prospettato da Antonio Senes (in modi diversi, ma comunque prospettato), che si può leggere qui:
    http://www.webalice.it/ilquintomoro/antoniosenes/antoniosenes_2-6.html
    Resta da dire che per abbracciare una ipotesi di questo tipo bisognerebbe almeno fare un controllo a tappeto dei testi cinquecenteschi e seicenteschi.
    Cordiali saluti e molti complimenti per il blog.

  3. Forse il Prof. voleva intendere , nella parte finale, la “pronuncia” piuttosto che la “scrittura”. Nel caso che intendesse “pronuncia” bisognerebbe prendersi qualche manuale del francese per vedere a che età il dittongo -ai- ha iniziato a prendere la pronuncia attuale, monottongandosi (ho timore prima del 1700). Nel caso invece intendesse proprio “scrittura” son costretto a storcere la bocca: che una parola così viva da noi, possa esser stata ripresa automaticamente da qualche codice e poi ridiffusa a macchia d’olio appare incredibile. E se arriva invece dalla viva voce dai piemontesi temo, ripeto, che avrebbe avuto un suono non conciliabile con il maère (così?) ogliastrino.

Comments are closed.

%d bloggers like this: