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Ugo Riccarelli: apologia de “Il dolore perfetto” (Premio Strega 2004).

di Rina Brundu. Che Il dolore perfetto (1) di Ugo Riccarelli (2), Premio Strega 2004, sia una specie di favola abbellita con tocchi di “realismo magico” è stato già detto, che sia una sorta di “grande affresco del secolo che ci lasciamo alle spalle, dallo sbarco di Pisacane al secondo dopoguerra” è stato pure scritto, che viva all’insegna dell’opposizione idealismo-realismo è stato timidamente accennato da qualche lettore e dichiarato a chiare lettere in maniera mirabile dallo stesso autore “Due facce del mondo, materia e astrazione. Merda e ragione con cui siamo fatti”; è quindi anche per questi motivi che con la presente lettura critica mi piacerebbe concentrarmi su altre tematiche, intessendo un discorso che per ovvie ragioni arriverà soprattutto a chi ha letto il testo. Di questo mi scuso ma non più di tanto perché sono davvero molte le ragioni per cui bisognerebbe conoscere questo lavoro. In ogni caso, a beneficio di chi non lo avesse ancora letto un abbozzo di trama è proposto nella nota (1).

Del concetto di dolore-perfetto. E su una storia di vinti

Se partiamo dall’assunto che su un piano complessivo quest’opera di Riccarelli manca della qualità estetica, geniale, della complessità di trama e della potenza visionaria di Cento anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, è comunque  altrettanto indiscutibile che su dati livelli Il dolore perfetto propone un superamento delle possibilità del “realismo magico”. Ciò avviene grazie a quella straordinaria chiave filosofeggiante di lettura che è la nozione di dolore-perfetto. Una nozione questa che non solo dà il titolo al romanzo, ma che lo permea dall’inizio alla fine. Fu infatti quando “L’Annina capì (…) la distanza tra la madre e l’Ulisse” che “… sentì forte batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore. La ferita bruciante di un dolore perfetto”. Fu quando Rosa “Guardò il marito e non provò amore, però non provò neppure rabbia o risentimento” che “Provò dolore, un dolore fulminante e perfetto che scivolò lentamente nella pena”. Fu quando il Maestro in esilio attendeva di incontrare, dopo anni, la sua vedova Bartoli che si andava “… impadronendo di lui, qualcosa che era apprensione, delusione, angoscia, senso di colpa. Un dolore assoluto e perfetto”. E via così, fino alla fine. Non solo del romanzo ma di tutte le vite che il romanzo racconta.

Ne deriva che il concetto di dolore-perfetto diventa nel testo artificio linguistico capace di procurare infinite epifanie, momenti di realizzazione dell’Essere che puntellano il racconto e a lungo andare riescono a delineare un cammino, costruire un percorso obbligato per il lettore.  Un percorso le cui infinite tappe sono date da generazioni di vite vissute annegate nel dolore, nella sofferenza, nell’amarezza, nell’afflizione, mentre quello stesso dolore-perfetto diventa per estensione retorica la vera macchina del moto perpetuo, il suo cuore pulsante; quella macchina, quel giocattolo tecnologico la cui esistenza sul piano del reale, a leggere la postfazione dello stesso Riccarelli, ha forse ispirato questo lavoro in primo luogo, quell’”enorme congegno, un intrico di ruote e contrappesi, che ai miei occhi di bambino parve un giocattolo fantastico…. L’invenzione che avrebbe dovuto produrre il movimento senza fine”.

È dunque il dolore-perfetto che muove il mondo? Dopo avere letto il romanzo di Riccarelli occorrerebbe almeno farsi questa domanda. Di sicuro vi è che l’insinuarsi del tratto intimistico che una simile prospettiva di analisi porta con se dentro le dinamiche della favola di cui sopra, retorico e anti-retorico ad un tempo, determina il superamento delle possibilità del realismo-magico di cui ho già detto e soprattutto trasforma Il dolore perfetto in un romanzo che è in fondo una storia di vinti. Di vinti a loro modo speciali, s’intende. Non si può dire, infatti, che gli eroi di Riccarelli subiscano il loro destino segnato senza combatterlo, anzi. A quel loro fato vi si oppongono in molti modi, leciti e illeciti; vi si oppongono con la stessa forza ideale con cui il Maestro, l’anarchico, battaglia, lotta con l’autorità che si presenta in casa della vedova Bartoli – suo nido d’amore, luogo di libertà, occasione creativa e di redenzione spirituale –  a “nome del Re d’Italia, per ristabilire l’ordine e la ragione”. E ancora vi si oppongono con la forza d’animo, il coraggio, la volontà di ferro di Annina, la vera eroina del romanzo, che dal primo vagito fino alla morte combatte come un gigante ogni ottima ragione del suo dolore-perfetto; la battaglia è così aspra che nel confronto finale, vis-a-vis, Annina arriva finanche a riconoscere a quel crudele compagno di infinite disavventure l’onore e il rispetto che sempre si deve ad ogni avversario davvero valido; perché prima di morire “Tutto quanto (….) l’Annina ricordava con chiarezza di avere vissuto”. Annina dunque non rinnega nulla perché comprende che ogni istante doveva essere così come è stato. Perché non avrebbe potuto essere altrimenti e perché quel loro essere vinti non è un marchio infammante quanto piuttosto una medaglia da appuntare sul petto. Una medaglia che spetta di diritto a chi ha avuto la forza di vivere comunque quello sputo di mondo, i suoi confini costretti, il suo destino segnato, la sua impossibilità di redenzione e di liberazione. La sua coscienza sporcata dalle colpe proprie e da quelle altrui.

Sull’utilizzo della strategia retorica come unica via di fuga

Dentro uno spazio limitato, circoscritto, diminuito, ristretto per limiti oggettivi, le possibilità di emancipazione sono generalmente poche. Questo lo sanno bene gli eroi de Il dolore perfetto e soprattutto lo sapeva bene il suo autore. Niente di strano dunque che l’unica via di fuga concessa alle necessità ideali sia data da un obbligato ricorso alla strategia retorica. Nello specifico Riccarelli opta per una esagerata, a mio avviso, metaforizzazione dei campi semantici in opposizione. Consequenza delle cose è che il realm ideale, astratto, il reame degli eroi buoni, della “merda” sarà abitato da personaggi che si chiamano il Maestro, Sole, Ideale, Libertà, in opposizione al realm materiale, concreto, al reame dei “cattivi” che sarà fatto vivere da characters a cui verranno dati i nomi dei più intraprendenti eroi greci da Achille, a Telemaco, a Ettorre e via così sulle orme delle epopee raccontate nell’Odissea e nell’Iliade.

Stilisticamente non condivido questa scelta fatta dall’autore, specialmente per quanto riguarda il campo semantico ideale, laddove i suoi personaggi, le loro vite, le loro sventure, i loro sogni, le loro speranza mai sopite, sono autosufficienti e così ben presentati  da mostrarsi a noi con un’indole, un’inclinazione dello spirito chiaramente definita, che non necessita di alcuna sovrastruttura retorica per  sottolinearla. Detto altrimenti – come sosteneva qualcuno che se ne intendeva – la rosa profuma anche con altro nome perché quella è la sua natura.

allegoriaDella catarsi e della guerra. Della catarsi de L’urlo di Munch (breve)

Sebbene non siano poche le guerre descritte ne Il dolore perfetto, descritte in questo “affresco di un secolo” che attraverso le storie di due famiglie profondamente diverse, racconta anche le vicende storiche di una nazione “dallo sbarco di Pisacane al secondo dopoguerra”, è certamente nella presentazione delle modalità subdole con cui le terribili trame che hanno fatto vivere il secondo conflitto mondiale si intrecciano con le ragioni filosofiche del concetto di dolore-perfetto, che il romanzo di Riccarelli si esalta. Produce catarsi. Insinua, lentamente ma con spietata determinazione, l’idea che quel dolore-perfetto sia in fondo il nostro. Ci appartenga. Per elezione. Appartenga alla nostra storia di individui e di comunità. Insinua, lentamente ma con spietata determinazione, l’idea che a quel destino di vinti-in-partenza non possiamo sfuggire neppure noi e propone un orizzonte che a momenti ricorda l’epifania che portò il grande pittore norvegese Edvard Munch a sostantizzare “L’urlo”: “Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.

Quello stesso identico “urlo” viene avvertito distintamente da tutti gli eroi di Riccarelli, buoni e cattivi, santi e reietti, l’unica differenza è che in loro non si propone come illuminazione di un’istante (perfetto?), quanto come reiterata abitudine, come tappa obbligata nel percorso di vita. Come conditio-sine-qua-non per fare esistere un moto perpetuo. Sine die, appunto. Con l’unica consolazione che in fondo non è la morte – che non esiste – che ci fa belli, ma la vita. La vita nonché l’eredità ideale che siamo riusciti a lasciare in dono agli altri nel nostro quotidiano esistere di uomini, donne, eroi, antieroi, formiche dimenticate o podestà ingombranti. E nel nostro vivere  come autori. Per tutto questo e per l’occasione unica di riflettere che simili creazioni ispirate ci concedono occorrerebbe saper dire anche grazie e long live Ugo Riccarelli!

Note:

(1)    Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli, 2004, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a. Milano, Kindle Edition –

2) Ugo Riccarelli (Cirié (Torino), 3 dicembre 1954 – Roma, 21 luglio 2013) è stato uno scrittore italiano.

Featured image, Un dipinto dalla complessa allegoria: Apoteosi dei soldati francesi caduti nella guerra di liberazione, Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioso.

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