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L’identità perduta della sinistra

Palmiro_Togliattidi Michele Marsonet. Sul “Corriere della Sera” del 12 luglio si può leggere un interessante articolo di Fabrizio Roncone intitolato “Insulti come giudizi politici: l’addio alla disciplina del PCI”. Significative anche le fotografie che corredano il pezzo. Una grande con “il Migliore”, Palmiro Togliatti, che parla al VII congresso del PCI (1951) tra le gigantografie di Gramsci da un lato e di se stesso dall’altro. Poi tre foto più piccole che ritraggono Giancarlo Pajetta, Enrico Belinguer affiancato da Achille Occhetto, e Massimo D’Alema con Fabio Mussi e Walter Veltroni.

  Insomma una piccola sintesi della storia del vecchio PCI nel dopoguerra e delle sue progressive trasformazioni in PDS e DS. La fase finale dovrebbe riguardare l’attuale Partito Democratico, ma è evidente a tutti che alla fine i conti non tornano più.

  Già, perché ci vuole una buona dose di fantasia per identificare il PD quale erede legittimo della tradizione comunista italiana. Quella, per intenderci, che riconosce in Gramsci l’ideologo più prestigioso, in Togliatti il leader più abile, e in Enrico Berlinguer il rappresentante – per molti quasi mitico – di un’idea comunista che cercava di restare viva in un contesto nazionale e internazionale che aveva nel frattempo attraversato mutamenti epocali.

  Difficile trovare nel PD una plausibile linea di continuità con il passato per tanti motivi. Il principale, almeno a mio avviso, è la “fusione a freddo” progettata a tavolino dagli esponenti del vecchio Partito comunista e da molti rappresentanti della ex sinistra democristiana. I conti non tornano perché queste due anime sono così diverse e hanno alle spalle tradizioni politiche talmente eterogenee da ingenerare il dubbio che il tetto comune possa alla fine crollare travolgendo coloro che al suo riparo dovrebbero convivere e conquistare consensi.

  E tale dubbio si è puntualmente rivelato legittimo e fondato. Una babele di linguaggi che nasconde idee assai diverse – in certi casi addirittura opposte – sull’organizzazione del partito, la sua articolazione nella società, il modo di far giungere all’elettorato messaggi, se non proprio chiarissimi, almeno comprensibili circa ciò che si vuole fare e le strategie atte a realizzare i progetti.

  Roncone cita una serie di insulti, alcuni anche pesantissimi, che parlamentari di spicco del Partito Democratico si sono scambiati negli ultimi giorni. Pare che il giovane (38 anni) Matteo Orfini abbia fornito una definizione irripetibile – poi confermata da qualche giornalista – del collega Paolo Gentiloni, reo di non aver votato la decisione di interrompere i lavori del Parlamento chiesta dal PDL. Non solo. Orfini ha poi detto che coloro che non hanno votato (come per l’appunto Gentiloni) sono “sciacalli”. Ne è seguita una lettera in cui altri chiedono al segretario Epifani di valutare se non siano stati superati “i confini della decenza”.

  Nell’articolo si trovano però pure affermazioni discutibili. Viene citato Emanuele Macaluso, secondo il quale un tempo negli scontri a sinistra c’erano educazione e rispetto. E aggiunge il giornalista che “a scavare nella memoria della sinistra italiana, si rintracciano mille scontri, ma quasi sempre affrontati con toni misurati”. Mica vero.

  In realtà gli insulti sanguinosi circolavano – eccome – già ai tempi di Togliatti, con un’unica differenza. Allora restavano sepolti nelle riunioni del comitato centrale, delle direzioni regionali e provinciali e, via via scendendo, nelle riunioni di sezione. Tutti si vantavano di essere (e, quindi, anche di apparire) diversi dagli altri.

  Ma è lo stesso Roncone a rammentare che Togliatti, quando Valdo Magnani e Aldo Cucchi accusarono il PCI di aver venduto l’anima a Mosca, rispose senza esitare che “due pidocchi erano finiti nella criniera di un cavallo da corsa”. Per non parlare di Occhetto che definì “un giuda” Antonio Bassolino, e di D’Alema che assimilò lo stesso Occhetto a Pulcinella (peraltro smentendo in seguito di averlo detto).

  Ora, ai tempi della Rete, nascondere non è più possibile, anche perché nel PD convivono come ho scritto poc’anzi anime diversissime. Inoltre la sensibilità del pubblico è cambiata in modo radicale. Come dimostra il caso di Beppe Grillo, l’insulto volgare può far addirittura guadagnare milioni di voti.

  Il vero problema, però, è quello menzionato all’inizio. L’unico e serio collante del Partito Democratico è ormai l’opposizione a Berlusconi, e i conflitti degenerano proprio perché è costretto in questa fase a governare con il PDL. Non si vede molto altro, a parte il continuo movimento di Matteo Renzi del quale tuttavia nessuno (tranne forse qualche fedelissimo) è riuscito a comprendere la vera strategia.

Featured image, Palmiro Togliatti.