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L’incapacità di comprendere la rivoluzione galileiana

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

A Giordano Bruno nel quattrocentocinquesimo anniversario del suo martirio.

di Roberto Renzetti.  Credevo che su certe questioni relative al processo di Galileo fossi stato chiaro e, se non io, l’immensa letteratura in proposito. Mi pare evidente, dopo aver letto alcune cose qua e là ed alle quali farò riferimento in seguito, che esiste proprio una incapacità di fondo a comprendere le argomentazioni portate a sostegno, udite udite!, dell’innocenza di Galileo e delle gravi colpe della Chiesa. In linea del tutto generale posso anticipare che l’atteggiamento dominante consiste nell’anteporre giudizi a priori che discendono da alcune verità, indiscutibili in quanto tali, che la Chiesa afferma essere sue. Se la questione è così posta, se cioè occorre confrontare dei dati umani, per giunta mal letti e quasi mai capiti, con delle verità metafisiche, non ha vie d’uscita. Per quanto ci si sforzi non sarà mai possibile un dialogo sulle cose, risultando invece un dialogo a senso unico in cui l’interlocutore galileiano non ha vie di scampo. E poiché i giudici di queste cose non sono certo i saggi e gli studiosi, ma i fedeli che nulla capiscono e sanno, allora la situazione diventa intollerabile perché i processi e le condanne continuano in una sorta di tribunale inquisitorio senza fine e, per fortuna, senza più la possibilità di accendere roghi. Ho deciso di riscrivere alcune argomentazioni relative al processo a Galileo proprio perché il bombardamento oscurantista continua ed è necessario fornire argomenti dirimenti alle notizie false e disinformate che vengono fatte circolare. Più in generale vorrei suggerire agli illusi dell’aperto dialogo tra scienza e fede che tale dialogo è impossibile proprio per le premesse della fede, premesse che inquadrano il credo in verità metafisiche che non si possono neppure immaginare discusse da fenomeni e teorie scientifiche. Se ci fosse un qualche bisogno di controprova, dovrebbe bastare l’atteggiamento della Chiesa su ogni scoperta scientifica, su ogni realizzazione e scoperta che ha aperto i confini della conoscenza della natura. La chiusura della Chiesa e dei suoi cantori alla quale mi riferisco nasce da un presupposto che dovrebbe essere tolto di mezzo una volta per tutte, perché lì risiede la fonte di ogni equivoco: la Bibbia. Tale libro, scritto migliaia di anni fa, con diversi e successivi contributi, come un’opera a tasselli differenti nella quale un tassello non deve necessariamente essere d’accordo con l’altro, è certamente un’opera che descrive un popolo, la sua epopea; raccoglie tradizioni e miti; mette insieme un asse culturale indiscutibile. E’ tutto ciò che si vuole ed in tal senso è rispettabilissimo, come rispettabilissimo è chi crede a quanto lì sostenuto. Se però tale libro deve essere confrontato ogni volta con qualunque cosa l’uomo realizza in qualsiasi parte del mondo ed in qualsiasi epoca, tale libro, o meglio: coloro che operano i confronti suddetti, fanno una operazione di freno al progresso civile e morale fotografando l’umanità come discendente di quel popolo, con le sue leggi, credenze, fede, profeti e quanto di altro si voglia aggiungere. Sarebbe facilissimo dire ora che di popoli, tradizioni, religioni ve ne sono tanti. Che ognuno di tali popoli ha il diritto di rivendicare le sue tradizioni ed i suoi libri. E che, di conseguenza, quando un libro riporta affermazioni diverse dall’altro libro non può esservi altro che uno scontro molto duro proprio perché si confrontano due verità assolute ed immutabili. Non a caso da qui nascono tutte le intolleranze che sono appunto della metafisica e non possono e non devono riguardare il pluralismo insito nella scienza, nella ricerca in generale e nella fisica in particolare. Ma non è di questo che voglio occuparmi. Voglio invece entrare nei dettagli, anche più insignificanti, di una vicenda particolare che, tra l’altro, gode di una grande emblematicità: il processo a Galileo.

PARTE PRIMA: GLI ANTECEDENTI

LA CULTURA DEL CINQUECENTO

Siamo alla fine del Cinquecento. Siamo in Italia, nel Paese più avanzato d’Europa e quindi del mondo. Chi ci ha messo in tale condizione ? L’imprenditorialità veneziana, genovese, amalfitana, pisana. L’invenzione della banca, dell’economia e del diritto: Firenze e Bologna. Commercianti italiani si muovono per il mondo. Molte rotte sono aperte da italiani. Il denaro si porta dietro il disegno, l’ingegneria, l’arte. La ricchezza del Paese cresce insieme all’artigianato che tende alla manifattura. Nel Paese si riversa parte della ricchezza accumulata. Le botteghe artigiane non sono solo botteghe che producono utensili più o meno elaborati ma veri e propri laboratori di disegno, pittura, architettura. E’ la condizione, necessaria ma non sufficiente, per lo sviluppo dell’arte meno commerciale, della letteratura e della scienza. L’altra condizione è la libertà di pensiero, la libertà di osare, di pensare … in pubblico.

A questo fervore che tenta di uscire dal bozzolo per cercare spazi, manca un mondo esterno in grado di accoglierlo. Un nuova cultura non riesce ad attecchire in un terreno asfittico, ormai privo di nutrimento. Vengono richiesti nuovi orizzonti di pensiero, interpretativi, culturali, prospettici. Dal mondo chiuso occorre passare a quello ormai noto come universo infinito. Le prospettive dello studioso, del ricercatore, del pensatore sono diverse ed hanno bisogno di ambiti diversi. Vi sono anche necessità pratiche. Non si riflette il dovuto sul fatto che, ad esempio, i grandi viaggi cambiano la topologia e con essa la geografia che da piana diventa sferica. Cambiano la misura del tempo. Al sorgere del sole non corrisponde sempre, più o meno, la stessa ora. Cambiano il sentire del tempo. L’inverno non è più sempre e comunque una stagione fredda. Ma cambiano la percezione della morale, degli usi e dei costumi. Alcuni tabù in certi luoghi non lo sono in altri e viceversa. Tutto ciò comporta cambi di abito mentale ma anche e, soprattutto per ciò che ci riguarda, necessità diverse di orientamento, con conseguenti necessità diverse di studio del cielo. Necessità di sapere dove uno si trovi nello spazio e nel tempo. Latitudine, longitudine, e quindi tempo … diventano fondamentali per vivere alla frontiera della conoscenza. Le stelle fisse erano molto rassicuranti ma con esse si sbagliava spesso.

Se si riflette un poco sul primo viaggio transoceanico di Colombo, ci si rende conto che esso nasce da un pregiudizio, da una teoria a priori che poteva essere infaustamente errata. Si usciva dalle calde colonne d’Ercole per entrare in un mondo sconosciuto dal quale, nel caso di teoria errata, non si sarebbe mai più tornati. E Colombo, insieme alla fede nella correttezza della sua teoria si portava pochi credenti in essa ma molti disperati pronti a tutto pur di uscire da miseria e prigione. La cosa funzionò. Ma come ripetere la cosa ? Come ripercorrere quelle rotte, per ritrovare gli stessi luoghi ? Qui c’è il lavoro duro, noioso, ripetitivo del nostromo, del tracciatore di rotta, di colui che, mancando l’individuazione di una costa nota, deve affidarsi ad una sola stella che sta lì a rassicurare chi ha l’altro pregiudizio: quella stella è lì ferma, immobile per sempre. E quando quella stella scompare ? Quando c’è il Sole o quando è notte con luna piena o con nebbia ? Difficile. Si ha fiducia nel domani … la nebbia se ne andrà. E quando quella stella tramonta all’orizzonte ed iniziano costellazioni mai viste ? Beh, occorre ingegnarsi o perdersi senza speranza.

Quanto dico non è peregrino. Erano le vicende di maggiore interesse tecnologico del Cinquecento. Su queste cose si lavorava sul fronte dei grandi viaggi. Ma vi erano ricadute importantissime nella vita quotidiana dei centri di maggior smistamento delle merci dei traffici. Vi era il problema della conservazione dei cibi. Quello dello studio di malattie nuove e a seguito di una determinata nutrizione senza cibi freschi ed a seguito del contatto con altre popolazioni. Vi era il problema dei materiali per conservare, quello dei materiali per costruire navi, gomene, vele, … Oltre a ciò vi erano i finanziamenti per le imprese, la distribuzione ed il commercio dei prodotti importati, la maggiore circolazione di beni e denaro.

La massa complessiva delle cose messe in moto dette un grandissimo impulso all’artigianato che via via si trasformava in piccola impresa. Queste imprese si aprivano agli ingegni che producevano scienza ed arte in botteghe, veri e propri laboratori e fucine di tutto lo scibile. In un mondo chiuso con orizzonti limitati la conoscenza della natura rispecchia quel mondi e non richiede orizzonti diversi. Più semplicemente, dico, non si sentiva la necessità di fughe da nessuna parte: gli strumenti interpretativi della realtà che si avevano rispondevano alla spiegazione di ogni cosa si avesse di fronte. E’ proprio l’insorgere di nuovi orizzonti (e non in senso stretto) che pone il problema di differenti interpretazioni che spesso non sono all’interno dei quadri interpretativi precedenti.

IL QUADRO INTERPRETATIVO DEL MONDO CHIUSO

Il mondo colto del Cinquecento aveva avuto grandi rivolgimenti culturali con la continua riscoperta dei classici greci. Nelle varie corti dell’epoca si faceva a gara di emancipazione e modernità citando scrittori, filosofi e scienziati di 2000 anni prima. E solo questo dovrebbe mostrare l’arretratezza relativa del pensiero cinquecentesco rispetto alle amputate radici classiche. In tutte le vicende della decadenza vi era stata una costante che aveva soprattutto riguardato l’Italia: la Chiesa.

Il ruolo giocato da tale istituzione è stato differente in varie epoche. Da momenti di contestazione dell’autorità imperiale, a momenti di alleanza e quindi di sudditanza fino all’assunzione dello stesso potere imperiale. La cosa è testimoniata dalla falsa donazione di Costantino che proprio sul finire del Quattrocento veniva scoperta da vari studiosi (tra cui il Valla) inopinatamente ed imprudentemente ammessi nei segreti archivi della Chiesa. Il Pontefice Massimo di Roma trasferisce le sue funzione al Pontefice Massimo della Chiesa con la sostituzione di un potere imperiale tollerante e pluralista (nei limiti di un potere imperiale) ad un potere imperiale chiuso ad ogni novità e teso alla difesa del suo potere temporale ammantato di divino (ma la cosa era anche di ogni potere assoluto precedente, dagli egizi ai romani).

Quale era la cultura su cui la Chiesa si fondava ? In termini del tutto generali, si può affermare che, come accennato, un ruolo fondamentale fu svolto dalla riscoperta e successiva traduzione delle opere dei massimi pensatori greci. Tale riscoperta aggiunse elementi dal cui sviluppo maturarono posizioni di pensiero che poi si fortificarono in età barocca (ad esempio: Archimede che in qualche modo ispirò il meccanicismo a cominciare dalle opere di Tartaglia, Commandino e Guidobaldo dal Monte fino a Galileo, Hooke e Huygens) e posizioni culturali, atmosfere che fecero da sottofondo a tutto il ‘500 ed in gran parte del ‘600.

Queste ultime ripresero temi neoplatonici (che vennero alla ribalta con testi riscoperti a partire dal 1453, con la caduta di Costantinopoli) e dettero vita a movimenti magici e mistici che in vario modo ritroviamo in moltissimi autori che pure oggi usiamo studiare come scienziati, portatori di razionalità in contrasto con un mondo irrazionale. È una semplificazione gigantesca che si è operata utilizzando quel filone storiografico che vuole una linearità nello sviluppo delle conoscenze e che non prevede errori.

In senso stretto vi erano i poveri contributi degli scrittori e “pensatori cristiani”, della decadenza di Roma. Davvero povere cose rispetto allo splendore che si era avuto. Gli influssi maggiori sono dello stoicismo, di Seneca e di Plotino. Si sviluppano le dispute di Sant’Ambrogio, San Girolamo e Sant’Agostino che sono le personalità che più più emergono, rispetto agli oscuri Arnobio e Lattanzio. Costoro, con il merito di mantenere viva la cultura latina anche se con contributi di scarso rilievo, passano il testimone a personalità sempre più decadenti come Severino Boezio, Cassiodoro ed altri che, sempre più lavoravano sulla compilazione che diventava il riassunto di riassunti tanto da arrivare a nozioni fantastiche che hanno perso ogni carattere di scientificità, di rigore e di rapporto con la conoscenza del mondo (Isidoro di Siviglia, vescovo visigoto, è un esempio di quanto dico).

La vera fonte di conoscenza per la Chiesa è la Bibbia, strumento con il quale tenta la comprensione di tutto ciò che circonda l’uomo. O meglio: strumento al quale deve essere rapportato tutto ciò che circonda l’uomo. Non è qui il caso di entrare nei dettagli dell’evoluzione della struttura del pensiero cristiano. Non discuterò dei vari concilî che hanno determinato, a tavolino e sotto il volere imperiale, la dottrina della Chiesa. Non discuterò di fatti che sono o dovrebbero essere solo di fede, non entrerò in “misteri” ad hoc per superare le difficoltà di tutto ciò che era importato da altre religioni, miti e credenze, includendo anche il più laido paganesimo. Mi interessa l’apparato culturale che alla fine si è dato la Chiesa nel momento del suo massimo potere nella Roma rinascimentale e poi barocca e con cosa si è intersecato dell’eredità classica. Per fare ciò occorre risalire all’evolversi del pensiero fino all’Alto Medioevo.

Le conoscenze che si avevano nell’Alto Medioevo

Alcune date approssimative sono utili per capire lo stato delle conoscenze che via via si perdevano e quando via via si riacquistarono nei Paesi cristiani in traduzioni latine. Le uniche opere note tradotte in latino erano il Timeo di Platone (primi capitoli) intorno al IV secolo. Occorre poi passare al VI secolo per la conoscenza di alcune opere di logica di Aristotele alle quali si accompagnavano compilazioni come quelle di Plinio, di Boezio, di Isidoro da Siviglia, … che, in qualche modo, rappresentavano un compendio di tutte le conoscenze. E gli autori del passato più conosciuti, anche se in modo spesso distorto o attraverso interpretazioni superficiali o forzate ad esempio a sostegno del cristianesimo, furono Platone ed Aristotele.

Il mondo naturale era osservato per trovarvi conferme o simbolismi di tipo morale o religioso. Gli animali vengono assimilati a determinate virtù o peccati. Animali fantastici vengono pensati per riassumere la combinazione tra più virtù o tra virtù e peccato. Anche le pietre vengono assimilate a qualcosa che è finalizzato all’uomo e ad esse vengono assegnate proprietà terapeutiche o nefaste per l’uomo. E nessuno si scandalizzi guardando il passato con gli occhi di oggi (anche se sarebbe auspicabile che molte persone si scandalizzassero): questo era l’approccio al mondo naturale, si trattava di un importante interesse per la magia, per l’alchimia e per l’astrologia, non ve ne era un altro da contrapporvi; anche la Chiesa in tutte le sue manifestazioni aiutava a queste credenze che, tra l’altro, si potevano ben coniugare con il suo credo metafisico. Solo qualcosa cozzava contro alcuni fatti fondamentali di fede, come l’astrologia che negava il libero arbitrio. Ma solo qualche tentativo fu fatto per sradicare tali credenze (Sant’Agostino) poiché esse in fondo non intaccavano la struttura portante del potere della Chiesa. Tanto è vero che altri pensatori cristiani, come Isidoro, invitavano proprio allo studio sistematico dell’influenza degli astri sullo sviluppo delle piante, delle malattie ed in definitiva sul carattere dell’uomo. La scienza greca, associata al pensiero pagano era rifiutata in blocco e fu preoccupazione della Chiesa farla dimenticare indirizzando gli spiriti più aperti verso opere od azioni di tipo missionario che li tenessero lontani dalla conoscenza. Si andava poi diffondendo la credenza di uomo che in qualche modo rappresentava in piccolo le cose del cosmo: una sorta di corrispondenza tra macro e microcosmo. L’interesse per il mondo naturale era comunque e generalmente rivolto a fini teologici. Furono necessari contatti con il mondo bizantino ed arabo per iniziare a pensare ad usi pratici della natura stessa, come ad esempio la cura di determinate malattie attraverso le erbe (con tutto ciò che comportava in termini di quel minimo di attrezzature che servivano per lavorarle: mortaio, distillatore, …) o l’inizio a fini pratici di prime nozioni di aritmetica (anche legate alla definizione di un calendario che fosse legato alle fasi lunari, a questioni astronomiche ed al “riconoscimento” della Pasqua a fini agricoli).

Tra il XII ed il XIII secolo affluirono solo opere di autori arabi: di alchimia, algebra, medicina, aritmetica, geologia e commenti di opere aristoteliche che però non si conoscevano nell’originale. Agli inizi del XII secolo vengono conosciuti alcuni scritti di Ippocrate e della sua scuola. Tra il XII ed il XIII secolo l’intera opera di Aristotele diventa disponibile insieme ad Euclide, Apollonio, Archimede, Erone e Galeno. Occorre invece aspettare il XIV secolo per l’opera di Tolomeo. Tutte queste opere affluivano essenzialmente attraverso la cultura araba in località come la Spagna (Toledo), la Sicilia e Salerno. Dalle prime traduzioni molto superficiali (dal greco al siriaco, dal siriaco all’arabo, a volte dall’arabo all’ebraico, dall’arabo al latino, … arrivati a questo punto rimaneva ben poco dell’opera originale) si passò a traduzioni dirette ed a questo punto, fine del XIII ed inizi del XIV secolo, si ha davvero a disposizione la massima parte dell’opera della cultura greca.

Rispetto ai ristrettissimi orizzonti del pensiero cristiano (Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gregorio Magno, …), di quel poco che le opere di compilazione (Plinio, Boezio, Cassiodoro, Marziano, Capella, Calcidio, Macrobio, Beda, Isidoro di Siviglia, …) avevano lasciato, con l’aggravante che le conoscenze erano sempre più riassunti di riassunti fino a che il tutto era diventato un compendio di nozioni fantastiche prive di qualunque riscontro oggettivo, rispetto a tutto questo si apriva davvero un mondo nuovo che però si innestava in un albero senza radici. Le conoscenze messe insieme da un cristianesimo che aveva accordato monoteismo con politeismo ed idolatria, che aveva tentato una operazione di dignità con San Tommaso e la Scolastica vennero ad incontrarsi o meglio scontrarsi con altre conoscenze maturate in molti secoli di splendore intellettuale. Gli effetti furono dapprima piuttosto contraddittori e ci vollero due o tre secoli per riuscire a cogliere le cose importanti, ad isolarle dalle incrostazioni che avevano subìto passando attraverso il commento di pensatori cristiani e comunque di persone che non sapevano cosa fosse l’essere laici avendo sempre riferimenti di tipo metafisico o mistico. Ma qualcosa si iniziò a modificare: se prima ogni fatto naturale era semplicemente prodotto quotidiano della divinità, da un certo punto ci si iniziò a chiedere anche di cause naturali che producono fatti naturali.

In ogni caso lo stesso platonismo dovette attendere la fine del XV secolo per tornare ad imporsi come linea di pensiero con la quale confrontarsi. Ma, anche qui, la lettura di Platone fu fatta attraverso i testi dei neoplatonici con distorsioni profonde dello stesso pensiero platonico e con deviazioni misticheggianti ed irrazionali. Un dato era comune alle varie correnti di pensiero, dato di derivazione neoplatonica ma anche aristotelica, soprattutto dopo l’opera di San Tommaso, il mondo è unitario e con esso l’intera natura.

Il tutto è regolato da un Dio con i suoi angeli che sta ad un estremo mentre l’uomo e la volgare vita terrena all’altro. Lo stesso sistema del mondo era una rappresentazione di tutto ciò. Nell’alto dei cieli Dio in cima, poi gli angeli sempre più giù a seconda dei loro gradi, quindi il cielo delle stelle fino ad arrivare giù giù all’uomo, alla Terra e, sotto di essa a quanto di più orrido si potesse immaginare: specularmente a quanto accadeva nell’alto dei cieli vi era una gerarchia di angeli maledetti (i daemon, i diavoli) organizzati anche qui in gerarchie; più si scende e più si è malvagi, fino ad arrivare al Lucifero che occupa il centro della Terra (una tale descrizione è stata resa stupendamente da Dante).

La Chiesa lavorava intanto nel tentativo di sradicare “le streghe” e le superstizioni. Tutti gli studiosi sono ormai d’accordo nel ritenere che queste operazioni servivano per sostituire alla “cultura popolare” alla “religione popolare”, quella ufficiale propria. Non a caso alla lotta contro le pretese streghe si accompagnava la venerazione di “reliquie”, i pellegrinaggi, i santi, certe credenze taumaturgiche, gli esorcismi, le proibizioni di certi giorni, tradizioni pagane trasformate in rituali liturgici, … Ed anche se mai ufficialmente ammesse, erano ampiamente tollerate le pratiche degli amuleti, degli oroscopi, delle premonizioni che sarebbero state dietro ad alcuni fatti naturali straordinari come eclissi, comete, cavallette, bruchi, nascite deformi. Si dava ampio credito a fasi lunari legate a mestruazioni (fatto microscopico) ed a maree (fatto macroscopico), con l’assimilare la Terra ad una “grande madre” e con tutto un mondo di similitudini tra la vita di una donna e quella di un terreno coltivato.

Naturalmente ho fatto un sunto estremo ma non ho fatto sostanziali travisamenti di quanto accaduto. Aggiungo un aspetto, spesso sottovalutato oggi. La stessa Chiesa, a partire da Papa Borgia indugia su magie e superstizioni, dal riconoscimento e sostegno dei lavori di Marsilio Ficino che, a sua volta, si rifà ad un fantastico Hermes Trismegisto di presunta derivazione egizia. E molte leggende e superstizioni fantastiche furono proprio avallate dal suddetto Lattanzio che volle assegnare ai falsi testi del presunto Hermes una sorta di premonizione “pagana” del Cristianesimo ricercando in vari passi episodi accaduti e ritrovando le espressioni chiave del Cristianesimo (il Dio Padre, il Figlio di Dio, il Verbo). Stessa cosa, dal punto di vista della datazione, fece Sant’Agostino che però poneva delle riserve di tipo teologico. Si era diffusa la convinzione che tutto ciò che è antico è puro. Il tempo corrompe le cose. Occorre riconquistare la purezza attraverso la saggezza degli antichi che avevano possibilità molto superiori alle nostre di avvicinarsi alla perfezione di Dio. Inoltre tutti gli antichi sapienti greci avevano visitato l’Egitto che viene riconosciuto come fonte di ogni sapere e proprio in quel Paese viene situato Hermes. In questo i testi di Hermes erano perfetti perché, se da una parte parlavano di un Dio che creava l’uomo, dall’altro affermavano la possibilità dell’uomo di creare Dio (e qui nasceva il punto su cui Sant’Agostino mostrava completo disaccordo ma che non turbava Lattanzio che leggeva quei brani con differenti interpretazioni). Le pratiche ermetiche, insieme a quelle alchemiche ed astrologiche formavano un corpo che in breve definiamo magico.

E la magia che per secoli era vissuta all’ombra di un sottobosco incolto con pozioni e sortilegi diventa colta e, come tale, assunta non solo da regnanti ma da alte gerarchie della Chiesa fino ad arrivare, come accennato, allo stesso Papa. Va però precisato che questa magia assunse il nome di magia naturale (o bianca) per distinguerla nettamente dalla magia nera (o negromanzia). Mentre la prima prevedeva un percorso verso Dio utilizzando degli angeli come intermediari, la seconda si serviva dei diavoli per ottenere un qualche beneficio terreno.

E’ quindi il periodo del trionfo degli oroscopi e di pratiche che negano alla radice il libero arbitrio. Ma è anche il periodo in cui si continua a vietare ai credenti la lettura della Bibbia con la scusa di un suo uso improprio a fini magici. La Bibbia fu proibita al popolo e messa all’indice dei libri proibiti……………

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Featured image statua di Giordano Bruno, fonte Wikipedia.

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