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Sul “sapere”. O del rapporto tra filosofia e scienza.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Michele Marsonet. Poniamo a confronto due tesi tra loro correlate. La prima afferma che il sapere scientifico non esaurisce l’intero sapere, mentre la seconda postula l’esistenza di un tipo di “sapere” superiore a quello scientifico. Nessuna delle due tesi può essere data per scontata. Che cosa significa, infatti, il “sapere”in quanto tale, tra virgolette, o sottolineato? Può trattarsi del sapere filosofico, ma oggi non sono molti gli autori che si identificano con tale posizione. Oppure può essere il sapere teologico, ma in questo caso occorre credere, giacché la validità del sapere teologico presuppone, a monte, la fede. Ciò significa affermare che non esiste il sapere dal quale tutti i tipi di conoscenza discendono, ma tanti saperi, la validità di ognuno dei quali è ristretta ad un ben determinato ambito del reale. Se ci collochiamo da questo punto di vista, l’impossibilità di raggiungere il sapere dipende dai limiti della natura umana. Dipende, cioè, dall’impossibilità per l’uomo di conseguire quello che nella filosofia contemporanea si definisce “il punto di vista dell’occhio di Dio”.[1]

          E’ dunque facile comprendere che, per venire a capo dei problemi appena menzionati, occorre affrontare il nodo dei rapporti tra scienza e filosofia, il quale costituisce uno dei grandi temi del pensiero contemporaneo. Ed è opportuno notare a tale proposito come il positivismo, pur dopo il suo tramonto, continui a influenzare anche la visione della scienza dell’uomo comune. Ancor oggi è diffusa nel grande pubblico l’opinione che il sapere scientifico possieda un’assolutezza e una incontrovertibilità che lo rendono immune da obiezioni, ragion per cui la scienza viene spesso considerata come il paradigma di tutto il sapere.

          Non v’è dubbio, comunque, che gli esponenti del positivismo affrontano un problema reale, a prescindere dalla condividisione o meno delle soluzioni da essi offerte. E tale problema risiede nel fatto che la filosofia è stata sostituita, in molti settori della conoscenza, dalle discipline scientifiche, siano esse naturali, storiche o sociali.

          Tale situazione è ben nota, ma è tuttavia importante notare che la riflessione sulle sue conseguenze è stata, finora, piuttosto carente. Se i positivisti hanno ragione, e se quindi la filosofia è stata rimpiazzata in toto dalle scienze, allora è giocoforza concludere che non vi è più alcun bisogno della filosofia. Si può anche notare, tuttavia, che tra gli stessi scienziati è cresciuta con il trascorrere degli anni la consapevolezza che interrogativi tipicamente filosofici continuano a sorgere anche in ambito scientifico.

          Tutto ciò non costituisce una novità. Se prendiamo in considerazione il meccanicismo dell’800, è possibile verificare che esso fu in effetti un tipo di filosofia – derivante direttamente dalla scienza naturale – che ebbe successo non soltanto tra gli scienziati, ma anche tra i filosofi. Il meccanicismo, infatti, offrì ai positivisti dell’800 l’opportunità di costruire una sintesi unitaria della conoscenza di quel tempo, realizzando così il progetto di spiegare ogni fenomeno mediante un ben preciso modello. In questo caso siamo  in presenza di una “metafisica” che è sia monistica che inconsapevole, e ciò può forse insegnare qualcosa circa l’impossibilità pratica di eliminare la filosofia una volta per tutte.

          A differenza dei positivisti, molti autori contemporanei – per esempio Karl R. Popper – ritiengono invece impossibile operare una cesura netta tra teoria (sulla quale si baserebbe la filosofia) e osservazione (che è la base della scienza); le teorie scientifiche altro non sono che congetture liberamente create dalla mente umananell’intento di spiegare i fenomeni. Teoria ed osservazione sono dunque sempre legate tra loro, e non esiste osservazione al di fuori di un certo contesto teorico (non si dà, insomma, l’osservazione pura). E la tesi secondo cui l’osservazione è sempre impregnata di teoria ha prodotto una serie di grandi rivolgimenti. Se ad esempio affermiamo che la dimensione teorica è prioritaria rispetto a quella osservativa, e se per di più attribuiamo alle teorie scientifiche un carattere creativo, allora i “salti” che spesso si verificano nella storia della scienza, le intuizioni geniali che consentono di interpretare in modo nuovo i fenomeni, si possono spiegare più facilmente di quanto non avvenga utilizzando il modello positivista.

          Ricorriamo, per illustrare questo fatto, al seguente esempio. Albert Einstein non elaborò la teoria della relatività utilizzando un metodo standard che partendo da certi dati iniziali è in grado di far pervenire lo scienziato ai risultati voluti in modo pressoché automatico. I due postulati di base della teoria einsteiniana – la velocità costante della luce e lo stesso principio relativistico – trascendono in pratica la nostra esperienza osservativa dei fenomeni ed assumono la veste di “invenzioni dell’intelletto”, di libere creazioni che mai si potrebbero raggiungere in base alla semplice osservazione. In questo caso – ma molti altri se ne potrebbero citare – il processo della scoperta viene guidato da assunti che non hanno carattere empirico-osservativo. Del resto lo stesso Einstein affermava che non esiste alcun sentiero logico e certo capace di condurre alle leggi universali della fisica, in quanto solo l’intuizione è in grado di portarci ad esse.

          Ecco perché il rapporto tra filosofia e scienza è diverso da quello immaginato dai positivisti. È ridicolo proibire di dire qualcosa che non appartiene alla scienza. Non si possono piantare paletti e segnali di divieto, in quanto l’uomo può fare sia discorsi scientifici che non scientifici: l’importante è non confonderli. Ancora Popper definisce la scienza come la classe delle proposizioni controllabili ma, lungi dal mettere al bando la filosofia, egli pensa che la non controllabile speculazione filosofica sia lo stadio iniziale nella formazione di audaci congetture controllabili.[2]

          Dunque, la filosofia rientra a pieno diritto nel novero del discorso significante, tenendo però conto del fatto che le sue teorie sono diverse da quelle scientifiche. Mentre queste ultime sono sempre suscettibili di essere sottoposte al procedimento di controllo empirico, le prime non lo sono. Esiste una sorta di contiguità tra scienza e filosofia, nel senso che nella storia del pensiero teorie che fino ad un certo momento erano di tipo filosofico – si pensi all’atomismo – si sono successivamente trasformate in teorie scientifiche a tutti gli effetti. Occorre allora trovare dei validi criteri di demarcazione che consentano di delimitare i due campi, ricordando che spesso avvengono passaggi dall’uno all’altro. Ma – fatto ancor più importante – accade di frequente che idee filosofiche, pur restando tali, forniscano utili spunti agli scienziati. Dal momento che le teorie scientifiche sono un frutto creativo della mente dello scienziato di genio, la filosofia ha indubbiamente influenza sull’elaborazione delle ipotesi scientifiche teoriche, e ciò significa che la scienza deve costantemente fare i conti con essa.

         La razionalità umana è – anche se non soltanto – capacità di idealizzare, di trascendere i meri dati empirici. Occorre senz’altro riconoscere le nostre origini naturali e la componente biologica del nostro percorso evolutivo ma, nel far questo, non si deve trascurare la necessità di spiegare l’unicità degli esseri umani. Soltanto essi sono in grado di costruire una dimensione ideale della realtà e di staccarsi dal mondo così come è percepito dai sensi. La razionalità è dunque caratterizzabile come capacità di vedere non solo come le cose attualmente sono, ma anche come potrebbero essere state e come potrebbero essere in futuro se decidessimo di agire in un modo piuttosto che in un altro. La dimensione del possibile svolge una funzione essenziale anche nelle decisioni concernenti le alternative che abbiamo di fronte e nella pianificazione delle azioni in quanto, a ben vedere, siamo sempre impegnati a prevenire delle possibilità oppure a realizzarne altre.

         Da questo quadro si ricavano ulteriori elementi atti a sostenere la tesi della contiguità tra filosofia e scienza, tesi che ovviamente rappresenta un decisivo superamento dell’orizzonte positivista. La filosofia si differenzia dalla scienza semplicemente perché usa categorie più vaste e generali di quelle utilizzate in ambito scientifico.

         Ai nostri fini è interessante rilevare che sono gli stessi scienziati di professione ad affermare che la visione della scienza come paradigma unico ed assoluto del sapere ha fatto il suo tempo. Da un lato la dimensione dell’osservabilità diretta non viene più giudicata come tratto che sia in grado di tracciare confini netti tra scienza e filosofia. Capita così di leggere libri scritti da scienziati in cui il concetto di “materia” viene considerato null’altro che un mito. Dall’altro si ritiene ormai superata la concezione newtoniana del mondo, con la sua visione dell’universo-macchina. Affermano a tale proposito i fisici Paul Davies e John Gribbin che è significativo che la fisica – vale a dire la scienza-madre del materialismo – ne determini oggi la fine, in quanto la fisica del nostro secolo ha fatto saltare i presupposti centrali della dottrina materialista.[3]

          È allora importante rilevare che, rifiutando la concezione scientista e meccanicista della metodologia della scienza, lo stesso Einstein definì il proprio programma epistemologico come programma “opportunista”:

            Lo scienziato apparirebbe perciò all’epistemologo sistematico come un tipo di opportunista privo di scrupoli: sembra un realista fintanto che cerca di descrivere il mondo indipendente dagli atti di percezione; sembra invece idealista, quando guarda a concetti e teorie come a libere invenzioni dello spirito umano, non logicamente derivabili dai dati empirici; sembra un positivista, quando riguarda i suoi propri concetti e teorie come quelli che si giustificano unicamente in quanto che riescono a fornire una rappresentazione logica delle relazioni fra le esperienze sensoriali. Può persino dar l’impressione di essere platonico o pitagorico, nella misura in cui considera il punto di vista della semplicità logica come uno strumento indispensabile ed efficace della propria ricerca.[4]

          La ragione su cui Einstein basa le sue argomentazioni è intesa in termini molto vasti. Si tratta di una ragione più pascaliana che positivista, nella quale non solo la scienza, ma anche arte, metafisica, etica e religione svolgono un ruolo essenziale. E, proprio per indicare questa complessità della sua visione, Einstein ha usato in polemica col neopositivismo la metafora dell’animale metafisico: “In breve” – egli afferma – “non tollero la separazione (non netta) tra Realtà dell’Esperienza e Realtà dell’Essere […] Sarai stupito del ‘metafisico’ Einstein. Ma ogni animale a due o a quattro zampe è de facto, in questo senso, metafisico”.[5]

          Questa concezione è direttamente contrapposta a quella neopositivista, la quale a sua volta affonda le proprie radici nel pensiero di Hume:

            Quando[…] scorriamo i1 libri di una biblioteca, di che cosa dobbiamo disfarci? Se prendiamo in mano qualche volume di teologia o di metafisica scolastica, ad esempio, chiediamoci: “Contiene forse dei ragionamenti astratti intorno alla quantità o al numero?”. No. “Contiene dei ragionamenti basati sull’esperienza e relativi a dati di fatto o all’esistenza delle cose?”. No. Allora diamolo alle fiamme, giacché esso non può contenere nient’altro che sofisticheria e inganno.[6]

          Chi voglia trovare la perfetta caratterizzazione della summenzionata strategia neopositivista può leggere l’ormai classica opera di A.J. Ayer Linguaggio, verità e logica.[7] D’altronde uno dei massimi storici della scienza del nostro secolo, Alexandre Koyré, ricordava che il pensiero scientifico non si sviluppa nel vuoto, ma è sempre collocato all’interno di un quadro di idee e di princìpi fondamentali che, abitualmente, si pensa appartengano alla filosofia in senso proprio. Einstein è dunque in buona compagnia nel progetto di superamento dell’impostazione humeana e neopositivista della scienza. La maggioranza dei grandi fisici del XX secolo ha fatto ricorso a posizioni antineopositiviste.

          Certamente Einstein non proponeva di abbandonare la razionalità. Semplicemente vedeva che deve esserci un ruolo degli altri elementi del pensiero che, se usati in modo adeguato, possono supportare il pensiero scientifico. Ecco quindi la concezione delle teorie come libere invenzioni, l’esaltazione dell’intuizione e dell’immaginazione, il ruolo dello stupore che lo scienziato prova di fronte al mondo, l’accentuazione della funzione svolta dagli ideali etici ed estetici, il senso cosmico-religioso dell’universo come sentimento della bellezza dello stesso, e il primato della saggezza spirituale. Concetti e princìpi della fisica teorica sono dunque, secondo il più grande scienziato contemporaneo, creazioni libere dello spirito umano, suggeriti dall’esperienza, ma mai dedotti necessariamente da essa per astrazione, vale a dire per via esclusivamente logica. “Quel che vedo nella natura” – afferma ancora lo stesso Einstein – “è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale”.[8]

         Simili considerazioni dovrebbero indurci a riflettere anche sul carattere storico dell’impresa scientifica. La scienza è sempre il risultato dell’incontro tra il mondo naturale da un lato, e le concezioni e gli interessi pratici degli esseri umani dall’altro, vale a dire tra il mondo e il soggetto che vuole conoscere il mondo. John Dewey usava a tale proposito il termine transazione per denotare questo interscambio dove i contributi dell’osservatore e della realtà osservata non possono essere separati con una linea di confine rigida[9]. Vi è un continuo interscambio dove i contributi dell’osservatore e della realtà osservata non possono essere separati con una linea di confine rigida. Ogni volta che ci vien fatto di chiedere quali siano le caratteristiche della realtà che possono essere scoperte, occorre sempre rammentare di aggiungere la domanda “scoperte da chi?”. Si può senz’altro sostenere che la natura presenti delle caratteristiche di regolarità indipendenti dal soggetto che la indaga. Tuttavia l’evoluzione ci ha dotato di certe capacità e non di altre, e ciò significa che siamo sensibili a certi parametri fisici e non ad altri. In altre parole, la scienza fornisce informazioni attendibili circa il mondo circostante, ma si tratta pur sempre di informazioni relative ad una certa cornice concettuale che è la nostra. Siamo vincolati da limiti empirici assai evidenti, determinati dal fatto che noi indaghiamo la natura mediante un apparato sensoriale che risponde a certi stimoli, ma non ad altri.

         Siamo stati in grado di costruire teorie concernenti il fenomeno dell’elettromagnetismo perché, sul nostro pianeta, esso riveste grande importanza. Abbiamo un’avanzata cristallografia perché i cristalli fanno parte del nostro ambiente naturale, e il fatto che la luce sia così importante per noi spiega lo sviluppo dell’ottica. Tuttavia, in altri mondi lo sviluppo della scienza potrebbe aver assunto caratteristiche diverse, ed è importante rammentare altresì che è proprio la scienza ad averci rivelato l’esistenza di altri corpi celesti in cui le caratteristiche naturali non sono paragonabili – o lo sono soltanto in misura limitata – a quelle riscontrabili sul nostro pianeta. A fronte di questi dati empirici, non occorre essere degli appassionati di fantascienza per giungere alla conclusione che delle ipotetiche civiltà extraterrestri potrebbero aver sviluppato una conoscenza scientifica scarsamente – o per nulla – paragonabile alla nostra. Parlare di scienza tout court può quindi risultare fuorviante. La nostra scienza è indubbiamente, oggi, l’unica che conosciamo, ma questo non dovrebbe indurci a scartare a cuor leggero la possibilità che vi siano altri modi di conoscere il mondo. Dopo tutto, è ancora una volta la scienza a rivelarci che esistono aspetti della realtà che noi non siamo in grado di esperire mediante il nostro apparato sensoriale (che è frutto di un’evoluzione avvenuta in un particolare settore dell’universo, a sua volta caratterizzato da particolari condizioni ambientali).

         In altre parole, il mondo che la scienza attuale ci mostra è semplicemente il mondo così come viene rappresentato dalla scienza attuale. Noi ora crediamo che esistano certe entità che svolgono un ruolo chiave nella nostra visione scientifica della realtà ma, d’altro canto, non abbiamo alcuna ragione di escludere che le nostre attuali teorie scientifiche verranno superate (o, ancor meglio, abbiamo tutte le ragioni per credere che esse in effetti lo saranno). Dunque la scienza di qualsiasi particolare periodo storico non ci dà la garanzia che il mondo sia proprio come essa lo descrive: anzi, l’incessante succedersi di teorie ci mostra proprio il contrario.

         È questa la ragione che induce ad essere scettici circa le proposte volte a demarcare con confini rigidi la scienza dalla filosofia. Tale demarcazione è di difficile esplicitazione perché si regge sul presupposto che vi sia una sola scienza, il che non è. Occorre relativizzare ogni tentativo di questo tipo ad un particolare periodo storico: sono sempre la scienza di un certo periodo e la filosofia di un certo periodo a confrontarsi, e l’esperienza storica ci fa capire che tra cento anni le cose potranno essere viste in modo diverso. Non esiste una “immagine scientifica del mondo” atemporale, ma tante immagini inserite nel flusso del tempo.

         L’assolutizzazione del sapere scientifico non è pertanto sostenibile. Se affermiamo che la scienza attuale ci fornisce la visione fedele di come il mondo è, corriamo il rischio (inevitabile, considerate le circostanze in cui concretamente operiamo) di ipostatizzare qualcosa che è soltanto un prodotto storicamente determinato. La sua validità è ristretta ad un particolare periodo della nostra evoluzione culturale, e un approccio fallibilista dovrebbe impedirci di abbracciare qualsiasi tipo di assolutismo.

         A questo proposito, risultano più che mai attuali le seguenti parole del grande scienziato e premio Nobel per la fisica Werner Heisenberg, uno dei fondatori della meccanica quantistica: “La scienza naturale non descrive e spiega semplicemente la natura; descrive la natura in rapporto ai sistemi usati da noi per interrogarla. E’ qualcosa, questo, cui Cartesio poteva non aver pensato, ma che rende impossibile una netta separazione fra il mondo e l’Io”. [10] Queste riflessioni inducono a concludere che relativismo e fallibilismo, anziché essere spettri di cui avere paura, costituiscono componenti essenziali ed ineludibili del nostro rapporto con l’ambiente circostante. Se è vero che la scienza non potrebbe svilupparsi senza adottare un approccio di tipo sostanzialmente realista, altrettanto importante è il riconoscimento del suo carattere fallibile e imperfetto. In altri termini, la scienza è permeata, in modo addirittura essenziale, da valori storico-filosofici.

          Da quanto detto finora si desume che il nodo dei rapporti tra scienza e filosofia è molto complesso, e non si presta a strategie eliminative o riduzioniste. Il contrasto scienza/filosofia, con tutti i suoi problemi di demarcazione, va visto come un episodio della storia del pensiero e, in quanto tale, deve essere storicizzato. Mentre è possibile avere una visione del mondo ignorando la scienza, non si può fare attività scientifica senza avere una visione del mondo: ogni filosofia è teorizzazione e interpretazione della realtà. Ma fino a che punto la filosofia può essere autonoma? Questo è probabilmente il maggior punto di debolezza di coloro che insistono in qualche modo sulla sua superiorità. Non c’è superiorità della scienza sulla filosofia o viceversa, ma un rapporto di interscambio dialettico.

          Qual è la conclusione che si può trarre dalle brevi considerazioni sin qui svolte? In ultima analisi, pare arduo negare che vi sia un rapporto di interrelazione fra conoscenza scientifica e riflessione filosofica. Ciò accade perché l’indagine scientifica muove sempre da uno schema concettuale di carattere genera1erispetto agli enti che costituiscono oggetto d’indagine. Risultano quindi più che mai attuali alcune considerazioni svolte da William James agli inizi del nostro secolo. Egli affermò, infatti, che” L’astronomia tolemaica, lo spazio euclideo, la logica aristotelica furono strumenti adeguati per secoli, ma l’esperienza umana ha oltrepassato quei limiti, e ora noi sappiamo che quelle cose sono solo relativamente vere, o vere entro i limiti di quell’esperienza. Sappiamo che quei limiti erano casuali, e avrebbero potuto essere superati dagli antichi teorici proprio come lo sono stati dai pensatori attuali”.[11] Il che significa riconoscere che teorie che in passato si ritenevano assolutamente vere si sono poi dimostrate vere soltanto in riferimento a ben determinati quadri concettuali.

         La nostra scienza è imperfetta proprio perché noi che la costruiamo siamo esseri imperfetti. Per ottenere risposte definitive avremmo bisogno di staccarci dalla contingenza, dal flusso degli eventi: cosa che non possiamo mai fare. Anche se usando strumenti e formulando teorie riusciamo ad acquisire elementi di conoscenza circa l’ambiente naturale, la storia del mondo che si dipana di fronte ai nostri occhi è pur sempre una storia che fa riferimento a noi, in quanto essa viene esplicitata ricorrendo ai nostri schemi concettuali. Dopo tutto, se gli scienziati si dimostrano umili nelle loro indagini sulla realtà, non si vede perché l’umiltà debba mancare ai filosofi che si occupano della scienza.


[1] La metafora è stata resa popolare dai lavori del filosofo americano Hilary Punam. Vedi H. Putnam, Ragione, verità e storia, trad. it. Il Saggiatore, Milano, 1994, e H. Putnam, Realismo dal volto umano, trad. it. Il Mulino, Bologna, 1995.

[2] Si veda per questo K.R. Popper, K. Lorenz, Il futuro è aperto, trad. it. Rusconi, Milano, 1989.

[3] P. Davies, J. Gribbin, The Matter Myth, Simon & Schuster, New York-London, 1992.

[4] P.A. Schilpp (ed.), Albert Einstein Philosopher-Scientist, Open Court, La Salle, 1949, p. 684.

[5] A. Einstein, Lettera a M. Schlick del 28 novembre 1930. La lettera di Einstein viene citata in G. Holton, L’immaginazione scientifica. I temi del pensiero scientifico, trad. it. Torino, Einaudi, 1983, p. 167.

[6] D. Hume, Ricerche sull’intelletto umano e sui princìpi della morale, trad. it. Rusconi, Milano 1980, pp. 335-336.

[7] A.J. Ayer, Linguaggio, verità e logica, trad. it. Feltrinelli, Milano, 19872.

[8] A. Einstein, Il lato umano, trad. it. Einaudi, Torino, 1980, p. 37.

[9] J. Dewey, Esperienza e natura, trad. it. Mursia, Milano, 1990.

[10] W. Heisenberg, Scienza e filosofia, trad. it. Il Saggiatore, Milano, 1966, p. 98.

[11] W. James, Pragmatismo, trad. it. Il Saggiatore, Milano, 1994, p. 126.

Featured image, Karl Raimund Popper (Vienna, 28 luglio 1902 – Londra, 17 settembre 1994), fonte Wikipedia.

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