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Che la scienza non sia infallibile lo sanno anche molti scienziati (credenti).

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Michele Marsonet. Partiamo dalla constatazione che non esiste “il” sapere dal quale tutti i tipi di conoscenza discendono, ma “tanti” saperi, la cui validità è ristretta a un ben determinato ambito del reale. Collocandoci da questo punto di vista, l’impossibilità di raggiungere il sapere definitivo dipende dai limiti – fisici e cognitivi – della natura umana. Dipende, cioè, dall’impossibilità per l’uomo di conseguire quello che nella filosofia contemporanea si definisce “il punto di vista dell’occhio di Dio”.

E’ opportuno notare a tale proposito come il positivismo, pur dopo il suo declino, continui a influenzare non solo numerosi esponenti del mondo filosofico e scientifico, ma anche la visione della scienza dell’uomo comune. Ancor oggi, infatti, è diffusa nel grande pubblico l’opinione che il sapere scientifico possieda un’assolutezza e una incontrovertibilità che lo rende immune da obiezioni, ragion per cui la scienza viene spesso considerata come l’unico paradigma cognitivo di cui disponiamo. Ne discende la concezione di un’umanità che, attraverso l’attività scientifica, diventa la dominatrice del reale poiché alla potenza del pensiero umano nulla può rimanere estraneo. Si tratta di una concezione al contempo ingenua e arrogante. Il mondo che ci circonda, infatti, appare sempre più complesso e aperto, tanto nell’infinitamente grande quanto nell’infinitamente piccolo.

Ai nostri fini è interessante rilevare che molti scienziati notano che la visione della scienza come unico paradigma del sapere ha fatto il suo tempo. Da un lato la dimensione dell’osservabilità diretta non è più giudicata come tratto che sia in grado di tracciare confini netti tra scienza e metafisica. Capita così di leggere libri scritti da fisici in cui il concetto di “materia” viene considerato null’altro che un mito. Dall’altro si ritiene ormai superata la concezione newtoniana del mondo, con la sua visione dell’universo-macchina. Secondo Paul Davies e John Gribbin è significativo che la fisica – vale a dire la scienza-madre del materialismo – ne determini oggi la fine, in quanto la fisica del secolo passato ha fatto saltare i presupposti centrali della dottrina materialista.

Si può rilevare che, rifiutando la concezione scientista e meccanicista della metodologia scientifica, lo stesso Einstein definì “opportunista” il proprio programma epistemologico: “Lo scienziato apparirebbe perciò all’epistemologo sistematico come un tipo di opportunista privo di scrupoli: sembra un realista fintanto che cerca di descrivere il mondo indipendente dagli atti di percezione; sembra invece idealista, quando guarda a concetti e teorie come a libere invenzioni dello spirito umano, non logicamente derivabili dai dati empirici; sembra un positivista, quando riguarda i suoi propri concetti e teorie come quelli che si giustificano unicamente in quanto riescono a fornire una rappresentazione logica delle relazioni fra le esperienze sensoriali. Può persino dar l’impressione di essere platonico o pitagorico, nella misura in cui considera il punto di vista della semplicità logica come uno strumento indispensabile ed efficace della propria ricerca”.

La ragione di cui Einstein parla è intesa in termini assai vasti, un insieme complesso di cui fanno parte vari elementi tra loro legati e che si fecondano l’un l’altro. Si tratta di una ragione che, rammentando Pascal, può essere definita “ragione-cuore”, e che comprende scienza, arte, poesia, inconscio, etica, religione. Per indicare la complessità della propria epistemologia non positivista, Einstein ha usato la metafora dell’animale metafisico: “In breve, non tollero la separazione tra Realtà dell’Esperienza e Realtà dell’Essere. Ogni animale a due o a quattro zampe è de facto, in questo senso, metafisico”. D’altronde uno dei massimi storici della scienza del secolo scorso, Alexandre Koyré, ricordava che il pensiero scientifico non si sviluppa nel vuoto, ma è sempre collocato all’interno di un quadro di idee e di principi fondamentali che, abitualmente, si pensa appartengano alla filosofia in senso proprio.

Certo Einstein non proponeva di abbandonare la razionalità. Semplicemente vedeva che devono svolgere un ruolo importante altri elementi i quali, se usati in modo adeguato, possono supportare il pensiero scientifico. Ecco quindi la concezione delle teorie come libere invenzioni, l’esaltazione dell’intuizione e dell’immaginazione, il ruolo dello stupore che lo scienziato prova di fronte al mondo, l’accentuazione della funzione svolta dagli ideali etici ed estetici, il senso cosmico e religioso dell’universo e il primato della saggezza spirituale. Concetti e principi della fisica teorica sono dunque, secondo il più grande scienziato contemporaneo, creazioni libere dello spirito umano, suggeriti dall’esperienza, ma mai dedotti necessariamente da essa per astrazione. “Quel che vedo nella natura” – afferma lo stesso Einstein – “è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale”. Inoltre, “chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto, i suoi occhi sono spenti. Non smettiamo mai di osservare come dei bambini incuriositi il grande mistero che ci circonda”.

Simili considerazioni dovrebbero indurci a riflettere anche sul carattere storico dell’impresa scientifica. La scienza è sempre il risultato dell’incontro tra il mondo naturale da un lato, e le concezioni e gli interessi pratici degli esseri umani dall’altro, vale a dire tra mondo e soggetto che vuole conoscere il mondo. John Dewey usava a tale proposito il termine “transazione” per denotare questo interscambio dove i contributi dell’osservatore e della realtà osservata non possono essere separati con una linea di confine rigida. Ogni volta che ci chiediamo quali siano le caratteristiche della realtà che possono essere scoperte, occorre sempre rammentare di aggiungere la domanda “scoperte da chi?”. Si può senz’altro sostenere che la natura presenti delle regolarità indipendenti dal soggetto che la indaga. Tuttavia l’evoluzione ci ha dotato di certe caratteristiche e non di altre, e ciò significa che siamo sensibili a certi parametri fisici e non ad altri. In altre parole, la scienza fornisce informazioni attendibili circa il mondo circostante, ma si tratta pur sempre di informazioni relative a una certa cornice concettuale che è la nostra.

Tutto questo induce, infine, a guardare con sospetto la tesi secondo cui scienza e religione sono schemi concettuali incompatibili. Alcuni si meravigliano per il fatto che molti scienziati famosi si dichiarano credenti, e i dibattiti dedicati al tema “scienza e fede” continuano ad essere popolari. La meraviglia cessa rammentando che l’assolutizzazione del sapere scientifico non è sostenibile. Se affermiamo che la scienza attuale ci fornisce la visione fedele di come il mondo è – spiegando quindi tutto – corriamo il rischio di ipostatizzare qualcosa che è soltanto un prodotto storicamente determinato. La sua validità è ristretta a un particolare periodo della nostra evoluzione culturale, e un approccio fallibilista dovrebbe impedirci di sostenere, anche alla luce dell’esperienza passata, che il quadro proposto dalla scienza dei nostri giorni possieda caratteri di assolutezza.

Featured image Galileo Galilei (1636) di Justus Sustermans (1597–1681).

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