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La mia partita a carte con Fabrizio De André

di Alfredo Franchini. Creuza de ma fu pubblicato nel marzo dell’84 mentre De André era assorbito dalla vita in campagna; alle prese con le stradine che crollavano per la pioggia, il laghetto da costruire, gli animali da accudire. Insomma le basi che avrebbero consentito all’azienda di diventare un modello di agriturismo curato nei particolari e nell’offerta abbondante di servizi. Fabrizio camminava nel bosco e individuava i piccoli sentieri da realizzare per l’agriturismo; un… allenamento, insomma, per la tournée che sarebbe durata tutta l’estate con l’apporto di Mauro Pagani, Ellade Bandini, Mario Arcari, Gilberto Martellieri, Sergio Portaluri, Maurizio Preti, Tony Soranno e Cristiano De André.

Prima che il disco venisse pubblicato, andai all’Agnata per poterlo ascoltarlo sotto la supervisione di Fabrizio il quale mi avvisò: “Portati qualcosa, un walkman… io non ho nulla”. Faber, infatti, aveva l’impianto stereo nella sua casa di Milano e nella vita di campagna aveva poco tempo libero. La televisione sarebbe comparsa nella fattoria qualche anno dopo “ma solo per ascoltare le previsioni del tempo”, mi disse.

Quella sera, quando arrivai, aveva un gran mal di testa ma continuava a giocare a carte con il suocero. Ogni punto perso, un’imprecazione, una smorfia sul viso. Poi la fine della partita, la sconfitta quasi liberatoria dovuta all’ultima scopa dell’avversario, venuta a suggellare una giornata terribile: la pioggia aveva fatto crollare la stradina interna che portava alla casa costruita in mezzo ad una vallata. Con la jeep aveva sbandato finendo contro un albero e fortunatamente s’era rotto solo un faro; il vitellino era nato con un’evidente broncopolmonite. “Vorrei sbattere la testa al muro per provare se c’è ancora dolore”, disse. Poi parlammo e la tensione si sciolse. Bevemmo il brodo e mangiammo il lesso; conosceva la mia pigrizia e per questo mi offrì un’arancia sbucciata. Uscimmo per andare nella stalla e cercare di far bere il vitellino con un biberon. “Sta piovendo, perché non dormi qui”? Accettai. Mi specificò che non aveva più i problemi di corrente elettrica che aveva avuto all’inizio dell’avventura in Sardegna quando aveva dovuto fare ricorso al proprio generatore di corrente. Alla fine degli anni Settanta l’Enel era latitante e il generatore ogni tanto andava fuori servizio o meglio funzionava per poche ore.

In quei casi, mi aveva raccontato in quegli anni, bisogna “sentire” la notte. Lui si muoveva completamente a suo agio, s’era allenato con alcuni pezzettini di carta bianca che aveva fissato nei punti strategici e che erano diventati un riferimento preciso. “Al buio ci vedo bene”, mi disse, “e, cosa più importante per un musicista, ascolto ila musica della notte, i piccoli rumori. Stando qui senza l’elettricità ho imparato a conoscere più cose di quante avrei potuto conoscere con la luce e ho cominciato a capire che tutti questi bisogni, certe necessità potrebbero essere solo la proiezione di bisogni indotti”.

Mentre parlava sembrava che il mal di testa stesse andando via. “Prima di Socrate erano riconosciuti solo quattro impulsi primari”, mi spiegò parlando di bisogni indotti, “i primi due erano quello della nutrizione e della continuazione della specie. Il terzo era quello al saccheggio di cui negli anni Ottanta era stata fornita una bella prova e l’ultimo era l’impulso alla compassione, connaturato all’animo umano”. Quest’ultimo impulso è stato rimosso per via della morale che ha costretto le persone a seguire un insieme di regole di cui non si è convinti. Impulso alla compassione: il termine ci dice chiaramente come l’uomo sia già solidale per impulso naturale”. Qualche anno dopo avrebbe scritto in un Destino ridicolo: “Sei cresciuto in un mondo nel quale i soldi sono considerati la divinità suprema che può trasformare d’incanto la vita in un paradiso, la chiave per superare ogni difficoltà”. E ancora, a proposito del sogno legato a ogni sorta di lotteria: “Alla gente non piace vivere. Sogna il colpo grosso come un’occasione per uscire dalla vita prima che finisca, con l’illusione di tagliare in un colpo solo tutti gli inconvenienti, le contrarietà e le fatiche. Ma è un inganno”..

L’estate del 1984 andò via, un concerto dietro l’altro. Quando tutte le luci erano state spente sul palco, la zampogna tracia aveva rotto il silenzio e quattro fasci di luce erano partiti da un unico punto del palco per salire verso il cielo. S’iniziava così, dal vivo, la piccola Odissea di cui abbiamo parlato; ma dopo Creuza de ma, Jamina e Sidun il basso introduceva Quello che non ho. “E’ incredibile”, commentava Angelo Baiguera, un cantautore triestino che s’esibiva in quel tour prima di Fabrizio, “in questa canzone De André prende alcune note così basse che non esistono sul pentagramma”. Seguivano il Fiume Sand Creek, la Guerra di Piero e tutti i pezzi classici, da Bocca di Rosa a Via del Campo, per poi riprendere gli strumenti etnici e proporre gli altri brani di Creuza de ma. Una tournée di grande impatto che Fabrizio condusse con qualche sofferenza per via di un’infiammazione alla faringe. Forse un motivo di più per stare vicino a me che dovevo sottopormi ad una tonsillectomia: “Mi spiace”, gli disse, “che quel giorno sarò in tour da qualche parte e non ti potrò telefonare. (I telefoni cellulari non erano ancora diffusi, Ndc). Ma ricordami il giorno in cui ti opereranno: ti penserò, certe volte un pensiero è molto importante”.

Brano tratto dal libro “Uomini e donne di Fabrizio De André” di Alfredo Franchini

1 Comment on La mia partita a carte con Fabrizio De André

  1. Ho conosciuto Alfredo Franchini durante una occasione davvero speciale: la presentazione di un altro testo dedicato a Fabrizio De André nello splendido Hotel Orlando di Pietrina Lecca. Una presentazione che io coordinavo e a cui parteciparono diversi ospiti molto validi. Naturalmente la sua presenza lì non era un caso. Di fatto Alfredo, grande amico della famiglia De André, non è solo un ottimo giornalista de LA NUOVA SARDEGNA ma è soprattutto uno dei massimi conoscitori della vicenda umana e artistica di Fabrizio.
    Per questi motivi lo ringrazio di questo bel regalo e mi permetto di segnalarvi i suoi libri.
    La speranza naturalmente è che in futuro Rosebud possa ospitare qualche altro brano tratto dai suoi lavori.

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