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Dinastia Mubarak

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Riflessioni e considerazioni sulla crisi egiziana.

Se non fosse per un suo “Grande Antenato” che regnò in Egitto dal 1279 aC al 1213 aC (ovvero per 66 anni circa), e che rispondeva al nome di Ramesse II, o Ramesse il Grande, avrei giurato che Muhammad Hosni Sayyid Mubarak potesse vantare qualche progenitore italico. Lo dico in virtù del fatto che anche noi italiani tendiamo a dare addio alla poltrona il più tardi possibile, generalmente dopo l’ultimo perentorio avviso di tempo scaduto da parte del Padre Eterno. E così sembra stia facendo pure il quarto Presidente della Repubblica Araba d’Egitto. Basti pensare che fu nominato Vice Presidente nel 1975 e che salì al potere il 14 Ottobre 1981, subito dopo l’assassinio del Presidente Sadat.

Tempo di andare, dunque. Naturalmente, pur senza avere una buona conoscenza delle cose del Nord Africa, viene spontaneo pensare che se Mubarak ha regnato così a lungo a qualcuno faceva comodo che così fosse. È ragionevole finanche credere che questo qualcuno (o più di uno) potesse sedere più ad Occidente dello stesso Mubarak. Di vero c’è che, Wikileaks permettendo, le vie della diplomazia internazionale sono di solito spicce (o per dirla con le parole di Hillary Clinton “il mondo cambia velocemente”). E quel che sembrava cosa buona e giusta ieri, oggi è già roba stantìa e domani – se la va di lusso – vivrà nel ricordo.

Da qui, l’auspicio delle varie cancellerie che la transizione sia rapida, che avvenga, insomma, prima delle fatidiche elezioni di Settembre. Come preventivabile leggiamo tuttavia che “L’Egitto rifiuta gli appelli a una transizione immediata del potere”. La cosa non sorprende. Lo abbiamo già detto altre volte che “il potere, per sua natura, non può passare di mano perché così facendo stravolgerebbe la sua logica, la sua intenzione primaria”. E finché ci sarà un agguerrito gruppo di pro-Mubarak che fronteggerà da par suo un agguerrito gruppo di anti-Mubarak, non è da escludersi che quest’ultimo si senta autorizzato a restare in cattedra. Tanto più che il vento democratico di matrice-internettiana (per la serie, chi la-tweeta-di-più la più vince!), che soffia da questa e da quell’altra piazza incendiata dà comunque da pensare.

Bene sarebbe, infatti, che la forza democratica di un glorioso Paese, caro a tutti noi, qual è l’Egitto, si estrinsecasse liberamente nei luoghi deputati a farlo, ovvero nelle urne elettorali. Per questi stessi motivi meglio sarebbe che Mubarak partisse oggi stesso, di sua propria iniziativa, scongiurando così il peggio che, la Storia ci insegna, non tarderà altrimenti a venire. Anche dopo una sua eventuale partenza, infatti, il rischio di lunghe guerriglie intestine, capaci di mettere ad ulteriore repentaglio le vite dei tantissimi in quella martoriata regione del mondo, non è certamente evitato. Al contrario, la decisione di lasciare subito avrebbe comunque il merito di proporsi quale messaggio positivo capace di calmare gli animi e di restituire una parvenza di serenità.

Naturalmente, il rischio è quello di consacrare l’illusione che una democrazia matura possa nascere dall’oggi al domani, quasi come un fungo porcino dopo una notte di benevola pioggia. Tuttavia, fermo restando che la speranza di vera rinascita dovrebbe poter sempre fare affidamento su menti capaci di grande raziocinio, e che la fragilità della rinata Repubblica dovrebbe diventare fin da subito preoccupazione prima di ogni potente-parente vicino e lontano, non pare davvero che si possa scorgere, dietro l’angolo, altra alternativa valida a quella di una transizione veloce. Insomma, intervallo scaduto anche se il Padre Eterno non ha ancora tuonato. Detto altrimenti, per la dinastia Mubarak… tempo di andare.

Rina Brundu

03/02/2011

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