PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10. Breaking News

The Goldrake generation

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Considerazioni e riflessioni sul ’68 e dintorni in forma di saggio breve.

Le vent se lève – il faut tenter de vivre“. Più del maggio francese, più del Vietnam, più degli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, più della Primavera di Praga e degli esperimenti del “socialismo dal volto umano” di Dubcek, più degli exploit di Nino Benvenuti o degli insegnamenti impartiti dalle “battaglie” politiche negli atenei di mezza Italia, è senz’altro questa malinconica gemma rubata al Cimitero Marino (1922) di Paul Valéry (e a suo tempo diventata celebre graffito della Parigi sessantottina), ad essersi trasformata nella personale eredità ideale di quel mio glorioso anno di nascita. Il 1968, appunto.

Ritengo, infatti, che ci sia più capacità di dar-da-pensare allo spirito in questa proposizione, di quanta se ne possa trovare nelle montagne di saggistica prodotta allo scopo di spiegare vizi e virtù di ogni altra (de)-generazione moderna. Per intima associazione mi si presentano alla mente alcuni momenti di estraniazione angosciante riproposti nella The Waste Land di T.S. Eliot. Anche questo capolavoro della letteratura modernista è del 1922.

La verità sulla problematica “dell’eredità ideale” è, naturalmente, più complessa. A tratti, sfuggente. Una delle questioni che non sono mai riuscita a chiarificare con me stessa, per esempio, è il perché del rifiuto mentale delle cose pertinenti al ’68 e, soprattutto, della scarsa simpatia con cui ho sempre guardato alla generazione che il ’68 lo ha fatto vivere. La faccenda rimane un mistero irrisolto tanto più che non ho mai nascosto un dato “orgoglio” di essere nata in quel fatidico Giugno e non mi reputo così sciocca da non comprendere la rilevanza socio-culturale, ma anche politica e storica, degli avvenimenti elencati con una certa leggerezza di tono nell’incipit di questo articolo.

Noi siamo anche figli delle storie che gli altri hanno saputo inventare. E rendere vere. Le storie del ’68 sono sicuramente storie di ideali vissuti sulla pelle e che, in una maniera o nell’altra, hanno segnato le vite delle giovani generazioni occidentali venute dopo. Dovendo fare un onesto bilancio, mi troverei costretta ad ammettere che le hanno segnate per il meglio. In diverse situazioni, anche recenti, mi sono ritrovata a desiderare che un simile periodo di anarchica libertà mentale fosse stato concesso in eredità anche ad altri luoghi, ad altre menti, con un background culturale sicuramente diverso dal nostro.

Ma, tutto questo sforzarmi di capire e tutto questo sforzarmi di abbozzare, non ha mai operato il miracolo auspicato, piuttosto, il contrario. Credo, infatti, che, nel tempo, la scarsa simpatia appena dichiarata, lungi dal trasformarsi in indifferenza, sia diventata vera e propria antipatia. Tra i fantasmi oramai confusi nella memoria, mi torna alla mente il ricordo di un seminario tenuto, nella seconda metà degli anni ’90, alla Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari. Il convegno era naturalmente dedicato al ’68: l’ospite d’onore era un Professor Oliviero Diliberto ancora lontano dai suoi maggiori successi politici. Io frequentavo Lingue, tuttavia, per la serie non facciamoci mai mancare niente, il giorno feci punto di essere presente a quello che vedevo come un interessante momento di discussione da contrapporre alla calma piatta quotidiana.

Non ricordo quasi nulla di ciò che fu detto nei discorsi d’apertura, ricordo solo che quando annunciarono il “question-time” mi alzai repentinamente dalla sedia e cominciai un lungo e arzigogolato discorso sulle degenerazioni che simili “fenomeni anarchici” portavano nella società. Ciliegina sulla torta fu l’accusa finale ai “sessantottini invecchiati” (quasi un ossimoro, direi) di essersi trasformati in borghesi satolli, “incazzati e silenziosi”. Col senno di poi, ho potuto solo pensare con sconforto alle sciocchezze imbastite in quell’imberbe intervento. Di sicuro, una coscienza del loro essere tali non doveva mancarmi neppure allora dato che fu con sorpresa che registrai l’approvazione dell’aula e, con ancora più grande meraviglia, alla fine della serata, vidi l’ospite d’onore venirmi incontro e, bontà sua, stringermi la mano.

Qualunque fosse stata la reazione degli astanti alle tesi esposte, dubito molto però che la stessa avrebbe potuto contro la crescente, quasi “naturale”, avversione interna verso il fenomeno considerato. Mi chiedo adesso se la stessa non mi apparisse “naturale” perché è sempre stata una avversione di carattere fondamentalmente intellettuale. Sicuramente, c’è un fondo di verità anche in questo. Inutile imbarcarsi in discorsi che non avrebbero ragione di essere in questa sede, ma anche tenendo il livello attaccato alla terra, il minimo che si possa dire è che tutto quel “commitment” caratteristico di ogni sessantottino doc, tutto quell’apparire “impegnati ad ogni costo” fa davvero fatica a risultare simpatico. Diventa poi particolarmente ributtante quando tale “impegno” viene usato come metro discriminante per misurare i “cultural achievements” di Tizio o di Caio.

Nella personale percezione, due sono sempre stati gli episodi che, più degli altri, hanno alimentato la fiamma dell’avversione. Il primo riguarda due spiriti grandi, due personaggi diversissimi tra loro ma che per noi non possono che diventare emblemi da ammirare.  Sto parlando di Totò e di Pasolini e ancora di più del film “Uccellacci e uccellini” che è del 1966 ma, date le questioni che pone, per me rientra a pieno titolo nelle cose considerate. Ripeto, difficile per chiunque non ammirare la capacità intellettuale di un Pasolini e, ad un tempo, la sua grande onestà e umanità ma, a mio modo di vedere, è quasi impossibile per chicchessia non farsi umile davanti alla qualità sublime della maschera Totò.

Purtroppo, a proposito di questo film, il suo regista ebbe a dire: «Uccellacci e uccellini è stato il mio film che ho amato e continuo ad amare di più, prima di tutto perché come dissi quando uscì è “il più povero e il più bello” e poi perché è l’unico mio film che non ha deluso le attese. Collaborare con lui [con Totò] “reduce da quegli orribili film che oggi una stupida intellighenzia riscopre” fu molto bello…». La parte che non sono mai riuscita a mandar giù di una tale considerazione (ma anche di molti commenti simili proposti da altri), è l’impressione che se ne ricava di un tentativo (neppure tanto nascosto) di voler “elevare” l’arte di Totò – caricandola del “necessario” impegno – allo scopo di farla diventare “accettabile”. Inutile dire che l’arte di Totò non avrebbe potuto “elevarla” nessuno dato che splendeva già alta nel firmamento. Di suo.

Parafrasando una antica e celebre nota descrittiva della popolarità de “La Divina Commedia”,  l’unico commento che mi viene da fare è che esiste una ragione se “anche i nostri asinai” riescono a godere in pieno dell’arte di quell’inimitabile genio napoletano; quando la capacità artistica è effettivamente tale, infatti, non ha bisogno di risultare “impegnata”, ma può vivere, senza tema, anche di una sua sola qualità estetica. Di una sua sola qualità epidermica (che non è sinonimo di “arte bassa”) perfettamente intelligibile e comprensibile a tutti. Anzi, è forse proprio l’esistenza di questo livello di accesso alla stessa che marca la differenza tra un’arte dotata di qualità universale e un altro tipo di visione artistica che, per quanto valida, resta senz’altro più limitata.

La grande maschera che è stata Totò è forse uno dei pochissimi esempi di arte contemporanea italiana dotata di qualità universale, ovvero di arte che in virtù delle sue specificità e della sua accessibilità ad un pubblico trasversalmente “sensibile” (sia rispetto al background formativo di provenienza ma, grazie alla possibilità mimica, anche rispetto al background geografico e linguistico di appartenenza) “sarà” sempre. Il resto sono dettagli.

Seppure su un diverso livello, il secondo esempio che mi piace portare, quale omaggio ideale, dato che proprio in questi giorni ricorre il decennale della scomparsa, è quello dell’esperienza professionale di Lucio Battisti. Soprattutto, del “linciaggio” morale subito da questo grande artista accusato a sua volta di non risultare “impegnato abbastanza” per essere veramente degno del particolare periodo storico. Con buona pace degli ultimi irriducibili, io resto convinta che la qualità estetica di alcune gemme cantate quali “Emozioni”, “I giardini di Marzo” e via discorrendo, dovrebbe consentire a Battisti di abitare, a pieno titolo, l’empireo artistico per molto tempo a venire.

Tornando al discorso della personale antipatia nei confronti di (quasi) tutto ciò che è SESSANTOTTO, resto comunque convinta che l’intellettualismo come bandiera (oserei,  come bandiera bianca rispetto alla fragilità dell’Essere e alle sue molte incertezze) e “l’impegno a tutti i costi” tipici di quel periodo storico, non siano le sole cause che hanno procurato tanto livore. Penso, infatti, che ci siano altri fattori di natura socio-culturale che a livello inconscio hanno influito molto di più.

Soffermarsi su questi fattori significa tornare indietro con la memoria alle cose di Sardegna, alle cose della mia Sardegna (interna) degli anni ’70. Naturalmente, qui i ricordi e i loro fantasmi si confondono ancora di più nella memoria. Ero troppo piccola e non prestavo molta attenzione. Però mi colpivano dei particolari, dei momenti epifanici che poi, nel tempo, hanno acquistato significato oltre la loro intenzione primaria.

Fisso nella mia memoria è, per dirne una, il ricordo di un ragazzo di circa 18 anni che si rimirava in un modesto specchietto appeso ad una parete rosata interna. Lo specchio aveva una cornice plastica come si usava allora. Ma ciò che mi colpì di più fu la capigliatura: riccia ed enorme. Circondava il volto di lui come una sorta di aureola nera e orientata verso l’esterno. Lui la toccava, l’aggiustava, l’approvava. Sebbene piccolissima intuivo che quei capelli arruffati e lunghi erano tutto ciò che divideva quell’altro figlio del vento ed i suoi sogni, la sua rabbia dentro, dall’esperienza mite e senza futuro che il piccolo borgo abbarbicato alle pendici della Grande Montagna aveva regalato ai suoi genitori.

Capivo, ma non approvavo.  Quasi alla maniera di Pasolini (e il cerchio si chiude) che difendeva le ragioni dei poliziotti veri figli dei proletari, io difendevo le ragioni del padre e della madre di quel ragazzo, dello zio e della zia, del nonno e della nonna e di ogni altro Cristo che aveva vissuto prigioniero muto, per un tempo infinito, delle claustrofobiche pareti trasparenti segreganti i paeselli della Sardegna interna e che nessuno aveva saputo liberare. Inconsciamente, io difendevo la loro mancanza di “commitment”, la loro impossibilità ad averne alcuno, il loro diritto ad esistere comunque dotati di una riconosciuta dignità. Rispetto alle considerazioni fatte nei paragrafi precedenti, non sarebbe esagerato dire che io difendevo la capacità artistica che ERA LORO.

Tutto questo, nonostante anagraficamente fossi molto più vicina a quel ragazzo, e le mie pulsioni avrebbero dovuto essere molto più simili alle sue. Perché accadeva? Immagino perché parte dell’eredità lasciateci da quel terremoto culturale che è stato il periodo storico considerato, sia stata anche una accelerazione dei ritmi del vivere rispetto alle lentezza delle cose precedenti. In virtù di ciò, da quel tempo in poi, si può forse dire che possono bastare dieci anni per definire i limiti identificativi e le priorità di una generazione. Oltre il decennio, le urgenze diventano immediatamente altre, così come le simpatie e le antipatie. Non c’è dunque da stupirsi del mio “astio” nei confronti del ’68: semplicemente io, nata nel ’68, appartengo ad una generazione diversa e rivendico il mio diritto a criticare, anche fortemente, questi padri “impegnati” così come loro hanno rivendicato il diritto di scardinare le certezze precedenti.

A mio modo di vedere, la verità recita che noi nati nel ’68 apparteniamo di diritto a quella che io chiamo la Goldrake Generation, lontana anni luce dalla generazione dei nostri fratelli più grandi e così intellettualmente impegnati. Insofferente alla stessa. Portatrice di altre necessità. Il cartone animato del mitico robot creato dal maestro Go Nagai andò in onda per la prima volta in Italia il 4 Aprile del 1978 alle ore 18.45 e, tra dischi volanti, alabarde spaziali e via distruggendo, gli bastarono pochi giorni per abbattere anche le sottili pareti di immutabilità apparente tipiche delle nostre montagne, come mai avrebbero potuto fare le incontestabili ragioni di protesta impegnata dei sessantottini.  L’effetto acustico della voce del mio compagno delle prime classi elementari che un pomeriggio di tanto tempo fa uscì nel grande andito della scuola gridando: “Lame rotantiii!” è qualcosa che io non potrò scortare mai. Ricordo che l’urlo lacerò l’aria, oggettivandosi, quasi.

Fu solo molti anni più tardi che mi resi conto in pieno dei mutamenti che quell’avvenimento portò. Tutto cambiò: i nostri ritmi di bambini, i nostri interessi, il nostro sentire proiettato verso un futuro arditamente spensierato e, per la prima volta, privato del peso delle antiche colpe che da sempre avevano curvato le spalle dei nostri padri.  Se è vero comunque che il lancio di quel programma fu il segmento iniziale identificante delle peculiarità di questa generazione successiva, altrettanto vero è che la stessa, negli anni che seguirono, continuò a nutrirsi delle visioni fantastiche che i grandi maestri delle anime giapponesi avrebbero portato alla nostra porta. Quei bambini che guardavano Goldrake sarebbero diventati infine gli adolescenti degli altrettanto mitici ed edonistici anni ’80 (segmento identificativo finale) con tutto quel che segue.

A conti fatti dunque, anche a macro livello, la frizione tra la mia e la generazione precedente dovrebbe forse darsi per scontata: difficile conciliare l’Italia delle proteste proletarie e studentesche con quella del boom che portò il Paese a diventare la quinta economia mondiale, difficile far incontrare le ragioni del ragazzo spettinato che ricercava il “commitment per il commitment” con l’orizzonte ideale dei paninari fondamentalmente rappresentato dalle generose scollature delle ragazze del Drive In.

Naturalmente, l’elenco delle differenze nelle priorità potrebbe andare avanti all’infinito. Mi rendo pure conto che, ad uno svagato guardare, noi ragazzi degli anni ’80, ancora idealmente innamorati di Actarus (parlo per le signore, s’intende!), ma anche capaci, in perfetto stile yuppy, e se individuato il “giusto” tornaconto, di fare affari con qualsiasi emissario di Vega particolarmente conciliante, non ne usciamo vincitori. Il paragone è addirittura imbarazzante, tanto più se pensiamo che la Goldrake Generation rappresenta gli adulti di oggi. Ovvero, rappresenta quei giovani uomini e quelle giovani donne che un periodo di straordinaria vitalità dell’Essere (e di verà libertà mentale, quale è quella che esiste senza avere coscienza di sé), così come di straordinaria vitalità economica del Paese lo hanno ereditato e vissuto, ma che non sembrano in grado di ricostruirlo per i loro figli.

Rispetto alla mia esperienza personale, non escludo invece che il rigetto delle cose sessantottine, e quindi di una loro qualsiasi “eredità ideale”, sia dovuto alla coscienza del limite. Del mio limite. All’intuizione di una disparità di capacità di impegno sacrificata alle allettanti promesse del sogno edonistico anni ‘80. Ma anche questa è forse una mezza verità. Meglio ancora, una parte del tutto. Di sicuro, a mio avviso, molta della filosofia portante di questa fantomatica Goldrake Generation è racchiusa in maniera mirabile in un’altra gemma tratta dai “Quaderni” di Paul Valéry: Avendo consacrato queste ore alla via dello spirito, mi sento in diritto di essere sciocco per il resto del giorno”.


Rina Brundu
Dublin, 14/09/2008
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